mercoledì 20 dicembre 2006


Due saggi per il risveglio dell'Europa


Due piccoli volumi (1) sono apparsi di recente, dedicati a due argomenti apparentemente lontani l’uno dall’altro ma che, in realtà, hanno più di una cosa in comune.

Il primo è opera del noto storico, sociologo e filosofo francese Jacques Ellul (1912-1994) e ha come tema il (difficile) rapporto fra islam e cristianesimo; l’altro è un vibrante invito che un giornalista tedesco, direttore di un programma d’informazione della televisione tedesca, Peter Hahne, rivolge ai suoi contemporanei affinché riconoscano e affrontino il problema dei mali della società opulenta post moderna e post sessantottina, un invito che condensa nello slogan: «la società del divertimento è finita».

1. Si tratta di due brevi testi, che sanno più di pamphlet o forse di appelli a una presa di coscienza pubblica, che non di saggio vero e proprio, entrambi però tutt’altro che privi di fondamento documentario.
E l’elemento che li accomuna è la conclusione generale, pur fatta in tempi diversi e con un diverso oggetto immediato, che siamo alla fine di un ciclo di civiltà e stiamo entrando in un nuovo mondo, molto meno limpido e rassicurante — ovviamente, non in sé e per sé ma solo nella prospettiva di riuscire a comprenderlo — di quello del secondo dopoguerra e della Guerra Fredda. Non sembri paradossale: almeno, quando gli europei temevano di vedersi piovere sulla testa qualche missile atomico sovietico sapevano di essere in un grave pericolo e il nemico era ben chiaro dove fosse. Oggi, al contrario, senza avvertenza e senza sapere mai chi sia e chi lo ha mandato, possiamo incontrare chi ci uccide sul percorso verso l’ufficio, alla mattina, come è successo a Madrid…
Oltre all’analoga valutazione di una situazione li lega anche il fatto che i due autori sono entrambi uomini di fede cristiana evangelica, anzi entrambi teologi all’interno delle rispettive comunità, la Chiesa Riformata di Francia per Ellul — che è stato discepolo di Karl Barth (1886-1968) — e la Chiesa Evangelica Tedesca per Hahne — della quale il giornalista è membro del Consiglio nazionale, e per la quale ha scritto diversi testi letterari di introduzione alla Bibbia. Questo connotato, che traspare in diversi punti, potrebbe forse bloccare il lettore cattolico. Tuttavia va tenuto conto che, mentre esso non inficia la bontà delle argomentazioni, che risultano valide erga omnes, segnala altresì che la presa di coscienza della crisi attuale è viva — potremmo dire, con una punta di bonaria polemica: la crisi è così grave che anche i protestanti iniziano a reagire… — anche nel mondo cristiano-evangelico, assai più secolarizzato rispetto al nostro, all’interno di comunità religiose di norma poco propense a denunce pubbliche di pericoli per la fede, anzi tradizionalmente ligie, se non organiche, allo Stato nelle diverse epoche.

2. In Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile sono raccolti — attingo alla Premessa bio-bibliografica di cui è autrice Dominique Ellul, la figlia (pp. 29-37) — due testi di Ellul. Il primo, scritto nel 1991 e rimasto inedito, porta il titolo, assai evocativo — rimanda a I sette pilastri della saggezza, il libro di memorie del colonnello Thomas Edward Lawrence (1885-1930), che rievoca a sua volta le sette colonne della Sapienza di Proverbi 9,1 —, di I tre pilastri del conformismo. L’altro è una breve prefazione, scritta dallo studioso di Bordeaux nel maggio del 1983 — e tradotta in inglese per l’edizione americana —, a un volume della storica britannica di origini ebraico-egiziane, Gizelle Littman — che scrive sotto il pseudonimo di «Bat Ye’ôr» («figlia del Nilo», in ebraico) — sulla condizione giuridica delle confessioni non islamiche in seno alla società musulmana (2
).
Si tratta dunque di testi non recenti e di studi che non è ardito definire pionieristici. Tuttavia il rigore dell’argomentazione e la documentazione — già molto ampia, nonostante la profluvie odierna di studi di maggior o minor valore fosse allora ancora di là da venire — che li sorreggono donano loro un carattere, se non profetico, di certo assai acuto nella diagnosi e nella prognosi, rendendoli quindi preziosi sussidi, anche operativi.
Il curatore del volumetto è Alain Besançon (3
), grande interprete del pensiero politico contemporaneo e a sua volta autore di pregevoli studi, anche di carattere teologico, su islam e cristianesimo (4).

3. Che cosa dice in sintesi Ellul? Molto chiaramente — e, oserei dire, fuori dai denti — tre cose. Che l’islam è una minaccia per la civiltà occidentale, che questa minaccia si pasce della debolezza teoretica e morale prodotta in Occidente dall’attuale relativismo dominante e — ed è questo l’obiettivo specifico del saggio — che i tre luoghi comuni che corrono oggi sulle presunte parentele fra religione musulmana e cristianesimo — la comune filiazione abramitica, il comune monoteismo e essere i «popoli del libro» — sono semplicemente un falso e ripeterli, come fanno tanti intellettuali infatuati dell’islam, significa solo lavorare contro e non a favore di un possibile dialogo fra i due credi.
Infatti, la nozione di «figli di Abramo» per il cristianesimo non ha fondamenti etnici bensì spirituali — è figlio di Abramo chi fa le opere di Abramo, in primis ha fede assoluta in Dio — e può essere predicata anche di popoli o di personaggi al di fuori della stirpe abramitica, come traspare soprattutto dalla celebre disputa di Gesù con i farisei (cfr. Gv 8, 31-59). Anzi, la discendenza fisica da Ismaele dei popoli arabi crea una differenza e un potenziale dissidio in radice con gli ebrei e i cristiani, che discendono invece anche in senso proprio dal patriarca. Il monoteismo invocato alla base di tutte e tre le fedi ha poi un’accezione assai diversa al loro interno: soprattutto la dottrina trinitaria, che fa del cristianesimo un unicum, non è conciliabile con il rigido monoteismo islamico ed ebraico. Infine, i popoli del libro: se la base della religione ebraica è in un rapporto fra un popolo e il suo Signore, per il cristianesimo è un evento: quello dell’incarnazione, che ha il suo seguito e compimento nella risurrezione. In entrambi i casi, dunque, la Bibbia è un testo, dai molti generi, ispirato da Dio a un uomo e per di più non formalmente compiuto e che serve per guidare il credente ma non ne prescrive in dettaglio le opere. Per l’islam, viceversa, il libro è esso stesso Dio parola increata, rivelazione senza mediazione umana al profeta Mohammad e da vivere alla lettera come parusia di un Dio totalmente trascendente e impersonale. Le figure centrali stesse del cristianesimo: Maria, gli angeli, i profeti sono pensati dai musulmani alla luce del Corano e delle sue fonti interpretative collaterali, quindi in un senso molto diverso da quello cristiano.
Nello scritto di prefazione al volume sulla dhimmitudine, cioè la condizione giuridica di sottomissione dei cristiani e degli ebrei nelle società islamiche, Ellul mette ben a fuoco il senso di questa condizione in genere sbandierata come «tolleranza» islamica. In realtà si tratta di una condizione di inferiorità codificata, che già come tale crea un regime assai duro, ma essa è altresì suscettibile di revoche a discrezione dell’autorità, sì che la sua sospensione ha portato storicamente a veri e propri atti di violenza collettivi contro le comunità non musulmane. Lo stesso eccidio di massa degli armeni in Turchia nel 1915 è avvenuta nell’inerzia delle autorità islamiche — anche se il governo centrale era in mano a una fazione ultra-laicista —, civili e religiose.

4. L’altro lavoro, quello di Hahne, è più vicino a un reportage sulla condizione della società attuale che non a un vero e proprio saggio. Un reportage però pieno di fatti e per nulla asettico, che suona come una conferma che alcuni ambienti intellettuali contemporanei si sono lasciati «aggredire dalla realtà» e guardano il presente con lenti non più deformate dalle ideologie progressiste. In Hahne, come nella miglior tradizione del giornalismo d’ispirazione civile, questa nuova consapevolezza non può non tradursi in un’appassionata diagnosi e in un pressante appello e denuncia ad affrontare i problemi che la sua indagine fa emergere.
E questi problemi sono quelli che attanagliano la nostra società multiculturale, edonista, ultra-u­gua­li­ta­rista, secolarizzata oltre misura — Hahne, da buon teologo evangelico, essendo un gran conoscitore della Bibbia, è sensibile a quest’ultimo aspetto e la sua reazione intellettuale e morale si può leggere come una sorta di professione di fede —, piena di pre-giudizi ideologici.
Quando è suonato il campanello d’allarme che tutta una situazione stava degenerando ormai oltre il limite? Indubbiamente, per il mondo, la tragedia dell’11 settembre 2001, ma, per la Germania, secondo Hahne, anche il clamoroso caso, verificatosi nell’aprile del 2002, della strage — dodici morti — compiuta da un giovane «normale» e di buona famiglia, penetrato armato in una scuola di Erfurt, città della ex Germania democratica.
Questo eccidio è stato il segnale che una intera generazione cresciuta secondo i teoremi della post-modernità e allevata a credere che la vita sia solo un gioco, un divertimento, nascondeva un pauroso vuoto morale ed esistenziale fino al punto di perdere la nozione della differenza fra videogame e realtà, della distanza fra figure elettroniche abbattute e creature in carne e ossa massacrate senza pietà, prima di auto-«terminarsi». Nel vuoto di valori delle famiglie contemporanee sta per il giornalista tedesco l’origine di una vera «catastrofe» esistenziale (p. 13). Ed è un effetto che una società imperniata sull’elemento ludico, sul consumo di divertimento come di beni voluttuari e di cibi non può alla lunga non generare. Tantissime sono le facce di questa «catastrofe», di «una società» che «ha perso il senso della misura» (p. 20), che Hahne prende in considerazione: dalla diffusione della pornografia fra gli adolescenti, all’uso sempre più intenso delle droghe e degli alcolici, allo stordimento nei sabba delle discoteche, dei rave party e delle love parade. L’onda lunga del Sessantotto ha formato le famiglie, nel cui seno oggi cresce la nuova generazione degli adolescenti e tutto quell’armamentario di miti ideologici, ora ammuffiti, continua a generare effetti disastrosi, nonostante la conversione intellettuale dei «maestri» di allora, da Jürgen Habermas a Max Horkheimer e degli odierni politici allora sulle barricate. Di questi miti, della de-responsabilizzazione, della trascuratezza e dell’indifferenza che da essi promana, i giovanissimi sono autentiche vittime. Il declino del mito giovanilistico — anche per i mercati i giovani non sono più un target di massa privilegiato, come nel 1968 dopo il baby boom —, il lavoro femminile, l’aborto — dal 1974 otto milioni di non-nati in Germania! e si racconta che sono gli europei a chiamare i lavoratori extra comunitari perché non vogliono più fare i lavori umili… — e la non volontà di generare, una carenza affettiva reale mascherata dietro la concessione sempre più ampia di libertà e di denaro ai figli, i divorzi, la renitenza a stabilire legami affettivi duraturi, sono le facce di questa realtà.
La giovane generazione cresce oggi senza radici perché i loro padri hanno rinnegato le loro radici sotto molteplici aspetti, non ultimo quella della fede tradizionale.
Sotto la scure della documentata denuncia di Hahne sono un po’ tutti i pre-giudizi progressisti che hanno finora dominato a cadere l’uno dopo l’altro. Il Sessantotto ha lasciato delle eredità sicuramente pregevoli, ma il bilancio del dare e dell’avere è oggettivamente fallimentare. Per questo ci si trova immersi oggi, secondo Hahne, in «[…] una vera e propria guerra culturale, nella quale si gioca la partita della verità, della chiarezza, e della questione della nostra identità» (p. 8). E in questa partita «ciò di cui abbiamo bisogno non sono gli arbitri, ma gli attaccanti. Uomini che si mettano in gioco, che si rimbocchino le maniche e si diano da fare. Abbiamo bisogno di portatori di speranza, non di portatori di preoccupazioni» (pp. 86-87).

5. Solo una parte della rigorosa argomentazione e della ricca dotazione di materiali dei due saggi può trovare posto in questa sede. Per esempio il lavoro di Hahne contiene — un po’ sorprendentemente data la natura pamphletaire del volume — un’ampia gamma di puntuali citazioni da pensatori, noti e meno noti, che rafforza l’argomentazione e rende piacevole la lettura, delle quali cui mi piace riportare almeno: «Un piccolo borghese è colui che ha un rapporto assoluto con cose relative» (Søren Aabye Kierkegaard, 1813-1885).
Naturalmente, come accennato, nei due volumetti si nota anche qualche stonatura, soprattutto dovuta al background evangelico dei due autori e che da lettore cattolico non posso non rilevare. Per esempio, in Ellul le riserve sul culto dei santi, assimilato a sopravvivenze di paganesimo, e in Hahne l’insistenza sulla Bibbia come unica arma a disposizione per il rinsavimento morale dell’Europa. Lungi da me pensare che non sia necessaria, però credo che richieda una articolata mediazione culturale.
Né pare da tacere — ma qui i due autori non c’entrano — il giudizio impreciso che Maurizio Belpietro, direttore de il Giornale, esprime su Papa Benedetto XVI nella sua Prefazione (pp. VII-X) al volume di Hahne riguardo a una sua presunta ritrattazione dopo le reazioni al suo discorso di Ratisbona.
In ogni caso si tratta di due letture utilissime per propiziare il risveglio delle forze intellettuali e politiche della nostra esausta Europa e di due belle prese di posizione da parte di uomini senz’altro di disuguale statura culturale, ma con la medesima consapevolezza e la stessa voglia di reagire.


Note

(1) JACQUES ELLUL, Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile, con una Prefazione di Alain Besançon e una Premessa di Dominique Ellul, Lindau, Torino 2006, pp. 128, € 12; e PETER HAHNE, La festa è finita. Basta con la società del divertimento, 2004, trad. it., con una Prefazione di Maurizio Belpietro, Marsilio, Venezia 2006, pp. 118, € 10.
(2) Cfr. BAT YE’ÔR, The Dhimmi Jews and Christians under Islam, trad. ingl., Fairleigh Dickinson University Press, Rutherford (NJ)-Londra 1985 (6a ed., ivi 2003) (cfr. anche l'ed. fr.: Juifs et chrétiens sous l'islam: les dhimmis face au défi intégriste, Berg International, Parigi 1994); cfr., presumibilmente (non ho avuto fra mani i volumi), la medesima prefazione in EADEM, The Decline of Eastern Christianity Under Islam: from Jihad to Dhimmitude. Seventh-Twentieth Century, trad. ingl., Fairleigh Dickinson University Press-Associated University Presses, Madison (NJ)-Londra 1996 (4a ed., ivi, 2002)(ed. or., Les Chrétientés d'Orient entre «jihâd» et dhimmitude: VIIe-XXe siècle, Cerf, Parigi 1991).
(3) Cfr. la sua Prefazione, pp. 5-27.
(4) Cfr., per esempio, il suo denso articolo L’impossibile dialogo con l’islam secondo Alain Besançon, ne il Domenicale. Settimanale di cultura, anno III, n. 9, Milano 28-2-2004, pp. 6-7.

giovedì 14 dicembre 2006

L'on. Barbara Pollastrini
I Pacs... inquietano


L’infuocato dibattito sui Patti Civili di Solidarietà, i cosiddetti Pacs, sta per sfociare in un disegno di legge in fase di avanzata gestazione a cura della ministra per le Pari Opportunità on. Barbara Pollastrini dei Ds e di cui pare sia testa pensante il giurista Stefano Ceccanti, straordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Roma Sapienza, già presidente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e ora capo dell’Ufficio Legislativo della medesima “ministra” —come, coerentemente, la Pollastrini ha inteso denominarsi.

Fermo restando che il rilievo e l’urgenza di un tale provvedimento paiono molto più frutto di pressioni di lobby organizzate che non di genuine e drammatiche esigenze sociali e che queste lobby si riducano alla lobby omosessualista, per la quale il riconoscimento legale di forme di convivenza è solo l’anticamera per il pieno diritto al matrimonio, la cosa non sembra presentare il fianco a rilievi di carattere morale. Esistono situazioni particolari in cui, per svariate ragioni, prime fra tutte quelle la solitudine, soprattutto fra gli anziani, e la povertà, ad alcuni si rende necessario di convivere sotto lo stesso tetto e tali situazioni possono aver bisogno di un sostegno da parte della pubblica autorità.


Quello che è dubbio è in primis che per coprire queste realtà occorra una legge ad hoc, ma in secundis, ed è la cosa a mio avviso più importante, che si sono forse mal esplorate le conseguenze di lungo periodo dell’introduzione di patti civili non più privati, ma muniti di un riconoscimento pubblico.

Tentare di regolamentare quindi di dare un assetto stabile e duraturo a determinate forme di unione per definizione transeunti e provvisorie pare alquanto contraddittorio, meno nel caso di unioni a fini economici o fra congiunti, ma senz’altro di più quando queste unione implichino o si fondino su affetto o esercizio della sessualità. In questo secondo caso, la scelta dell’unione di fatto e non del matrimonio civile o religioso-civile ha senso solo e proprio perché risolvibile a piacere, senza alcuna interessenza o interferenza dell’autorità. Dunque regolamentare l’effimero pare un non sense e un onere gratuito, la cui invocazione pare rientrare in quella logica della società ludica, dove ha cittadinanza ogni desiderio patologico o fisiologico che sia, verso cui ci siamo abbondantemente avviati. Soprattutto nel caso nelle coppie omosessuali, dove il libertinaggio o l’occasionalità dei rapporti assume forme parossistiche e dove la rottura di rapporti affettivi con intento di stabilità è strutturalmente assai alta.

Ma oltre a ciò il Pacs crea una modalità istituzionale alternativa rispetto al regime che privilegia l’unione di tipo matrimoniale. Già questa istituzione è stata fortemente indebolita dall’introduzione, nel 1970, del divorzio, che ha reso possibile sciogliere il legame matrimoniale e con modalità sempre più accelerate grazie alle leggi approvate negli anni successivi. Fino al punto che si tende sempre più a considerare il matrimonio come una forma di convivenza temporanea, pur sempre a revoca, ma comunque almeno in tesi di lunga durata e non poco impegnativa per i coniugi. Tuttavia, nonostante questa carenza di fondo ora presente il matrimonio monogamico ed eterosessuale è comunque per la legge italiana l’istituto unico per le unioni fra persone con finalità di generazione.
Ora, ammettere forme alternative non è, come anche alcuni ben orientati ammettono, una cosa destinata a non incidere sull’istituto principale e “normale” ma ha delle conseguenze che, ripeto, forse non sono sufficientemente chiare. In primo luogo nella formazione del consenso il matrimonio perde di peso: è una forma destinata a tramontare in questo clima morale, soprattutto giovanile — e le unioni a sfondo affettivo di norma hanno i giovani come protagonisti —, che rifugge sempre più dall’impegno e dallo stabilimento di rapporti di lungo periodo e in tesi definitivi, a vita. Per chi non vuole impegnarsi non c’è più la libertà senza rete, senza i privilegi che la legge conferisce la matrimonio ma un’altra forma anche se minore di sostegno, revocabile a piacimento. E questo non è davvero reso più pericoloso se dei Pacs fruiranno le coppie omosessuali, che sono tuttora una infima minoranza, ma proprio se diventerà una forma “assistita” all’interno della quale verranno formate famiglie nelle quali verranno al mondo dei figli. Che cosa accadrà del “prodotto” di queste unioni effimere, anche se assistite? Patti che possono essere stretti e sciolti e poi riformati in un numero che oggi non è dato di sapere… In assenza di vincoli al numero dei rapporti e alla loro risoluzione e, quindi, allo sfascio delle famiglie “di fatto” assistite crescerà il numero di figli senza padre o senza madre e si moltiplicherà la convivenza di figli con genitori (quanti?) che non solo i loro, con conseguenze intuibili e drammaticamente documentate dalle cronache. Il divorzio già ora genera in maniera allarmante questi effetti. Ma che cosa accadrà quando ci saranno centinaia di unioni dove il divorzio è nelle premesse stesse? E i costi sociali di questa “assistenza”, quelli previ per assistere e quelli ex post, quando occorrerà intervenire nel disordine sociale che si creerà?

Quello che il “laboratorio” dell’elegantissima e affascinante ex sessantottina — e ora moglie di un ricco banchiere —, nonché mia concittadina, ministra diessina, già illustratasi per la feroce opposizione sua e del suo partito alla legge 40 sulla fecondazione assistita, sta confezionando insieme con il cattolico ex fucino Ceccanti, più che una sanatoria di fronte a “casi pietosi”, pare l’ennesima legge volta a dare riconoscimento — e fondi pubblici — all’ennesima espressione della teoria dei bisogni e dei desideri — nei suoi riflessi sulla vita nascente, sull’amore, sulla morte — che è diventata l’ultimo fronte sul quale, abbandonata la lotta di classe e il “proletariato in lotta”, la cultura post-marxista e le sue piattaforme politiche odierne — e il “soldato Barbara”, dal look alto-borghese e perennemente fasciata nelle sue uniformi “firmate”, che ne fa parte, si schiera coerentemente — si sono attestate.

Certo, sulla questione Pacs, come ricordano in molti — fra gli ultimi proprio sul Corriere di oggi 14 dicembre 2006 il cardinale di Bologna, Carlo Caffarra —, occorre tenere un atteggiamento pragmatico e non ideologico: ma, se questo atteggiamento deve essere fatto proprio di tutti coloro che se ne occupano, ciò compete in primo luogo a chi dispone oggi di mezzi, quelli legislativi, per creare o impedire ulteriori mali. Se costoro — soprattutto chi è o dovrebbe essere estraneo alla cultura post-marxista come Ceccanti — rifletteranno su che cosa comporterà per molti la soddisfazione alle presunte esigenze di pochi — anzi, di pochissimi — forse sarà possibile davvero sanare in concreto le situazioni realmente dolenti che interpellano tutti.
Vita da cani
in Cina?

Il Corriere della Sera di oggi 14 dicembre 2006 riporta che in Cina è stata abolita la legge che prescriveva l’«abbattimento selettivo» di alcune specie di cani per limitarne il numero. La causa sarebbe stata l’estesa protesta popolare promossa da alcuni gruppi «animalisti», una protesta naturalmente non pubblica ma fatta filtrare all’interno delle stanze del potere attraverso i consueti canali informali. Come si sa in Cina non esiste espressione pubblica della volontà della società in quanto sono assenti forme politiche democratiche.

Resta invece in pieno vigore il divieto per le famiglie cinesi di mettere al mondo più di un figlio, divieto attenuato nelle campagne dal permesso di un secondo nato qualora il primogenito sia di sesso femminile. Esiste ormai tutta una letteratura che racconta quali siano le conseguenze di questa proibizione: aborto coatto, infanticidio, perdita del lavoro, violenze, ricatti, corruzione. Solo i «nuovi ricchi» delle grandi metropoli cinesi sono in grado di aggirarlo, anzi fanno di questo escamotage una sorta di status symbol, perché sono i soli in grado di pagare le multe elevatissime previste in caso d’infrazione e gli unici a poter assicurare comunque un futuro economico al «nato in soprannumero», il quale, altrimenti, sarebbe un cittadino di serie B.

Dunque il regime comunista cinese antepone al diritto alla vita dell’uomo quello di un animale. E torna ancora spontanea la domanda a chi così si è di recente espresso, il nostro ministro degli Esteri: ma un paese come la Cina che ha questa visione dei diritti umani è un paese «normale»?

mercoledì 6 dicembre 2006



Una insolita
"grazia"

Il presidente degl’italiani dà nuove conferme di un dinamismo — non lo chiamo apposta “protagonismo” — che pare andare alquanto sopra le righe. Certo, l’incolore scenario della politica odierna, pieno di nani e ballerine, agevola o rende più visibile l’agire di persone di statura politica — e il nostro è un politico navigato, di lungo corso, anzi non ha fatto mai altro che la politica — rilevante. Quindi Napolitano ha gioco facile nell’occupare la scena e, scivolando fra maglia e maglia della ormai obsoleta trama costituzionale nell’auto-ritagliarsi un ruolo di stimolatore del governo e del parlamento. In particolare, in questo frangente il presidente pare aver “indossato” le vesti di discreto regista del rilancio del tema della legalizzazione dell’eutanasia.
Due sono i casi riportati dalle cronache che mi autorizzano a questa valutazione. Il primo l’ormai famosa lettera sul caso di Piergiorgio Welby, che ha scatenato una campagna sempre più furibonda perché non solo qualcuno sia autorizzato a esaudire le sue richieste e a ucciderlo ma anche che ciò avvenga in virtù di un provvedimento di legge. L’altro la grazia concessa al medico romano che ha ucciso — con una revolverata, non staccandogli la spina — il figlio di 39 anni gravemente handicappato. Una grazia che viene a soli tre anni dal delitto e mentre l’autore, per le sue condizioni fisiche, è oggi in libertà.
Le considerazioni sarebbero molte e sulla materia sulla quale Napolitano interviene, sulla liceità costituzionale dei suoi interventi e, infine, sulla cultura non solo politica che Napolitano esprime significativamente.

Sulla prima, è scontato — ma non per i cinquecento militanti radicali, Sofri compreso, in sciopero della fame — che il caso singolo merita attenzione e pietà, ma la sua soluzione non può venire da un magistrato né da un’assemblea politica, ma da chi lo assiste: familiari e medici in prima linea. Se si appurasse che il caso cade sotto la voce “accanimento terapeutico” — ma chi ne è autorizzato? e oggi manca una definizione universalmente accettata del termine; Welby poi non è in coma irreversibile: è vigile, pensa, fa scrivere, anche se ha dolori enormi —, allora avrebbe senso spegnere le apparecchiature — ma sono meccanismi sproporzionati? — e lasciar morire in pace il malato. Altrimenti la volontà di finire del medesimo non dovrebbe avere alcun peso e considerazione.
Chiederne poi l’uccisione come effetto di una legge in materia, come fanno i radicali, è puro sciacallaggio politico: essendo la legge per sua natura erga omnes, il problema non è Welby, ma introdurre la legalizzazione dell’eutanasia.

Con tutte le conseguenze del caso: investire un organo dello Stato del riconoscimento di questo presunto diritto, anche se fatto in prospettiva inizialmente “liberale”, cioè di auto-determinazione, apre inevitabilmente a scenari in cui lo Stato — chi può controllare lo Stato moderno, anche se questo assume forme democratiche e non è un totalitarismo alla Hitler? — può diventare il vero giudice e padrone della vita.


E poi, ancora, una volta riconosciuto il diritto di auto-determinazione al singolo fino al punto di riconoscergli il diritto all’omicidio-suicidio, perché negargli altri diritti, frutto anch’essi di auto-determinazione? per esempio il diritto a rapporti pedofili? Quanto sta accadendo nella “civile” Olanda parla da sé, anzi grida a gran voce.


La prospettiva è da incubo orwelliano: una completa “dis-società”, in cui tutto è lecito a tutto perché lo garantisce lo Stato con le sue leggi: quindi l’esproprio dal diritto dalle cose e la sua totale riduzione al dettato della legge è totale. Una volta spogliatisi dei diritti umani in nome della loro tutela da parte di un’entità anonima e “totipotente” come lo Stato moderno non li si ricupererà più, ma saremo in balia di chi fa e modifica le leggi, anche quelle che vanno a toccare la sfera individuale o addirittura la biosfera e l’autore di ciò in democrazia può essere chiunque.

Napolitano, persona intelligente e dotato del “senno” che l’età dovrebbe conferirgli, non può non vedere queste tentate violazioni del diritto e del senso comune e i rischi di contraccolpi che esse presentano.
Perché allora si schiera a favore? Perché, soprattutto, dopo le domande di operare insieme rivolte al Papa e al cardinale di Napoli Sepe?
E qui inizierebbe il discorso sulla cultura post-marxista, su quali sono gl’ideali di quelle forze che un tempo vedevano nella lotta classe e nella società comunista perfetta il sogno della loro vita e la ragione di una militanza strenua e totale. Tramontato il materialismo dialettico è rimasta la dialettica nell’argomentare e il materialismo neo-darwinistico e amorale nella visione della vita, e il collante sono ora quelle idee-forza pre-marxiste, da cui l’impegno per il socialismo era nato: quelle della Rivoluzione francese. Una certa nozione di libertà estremizzata al massimo ad dissolvendum, non tanto spazio forse per la fraternità, ma di certo anche un egualitarismo sfrenato “senza limiti e confini” — quelli che danno una morale naturale a base religiosa —, autentico grimaldello per quella ri-plasmazione — solve et coagula — della società e del mondo dalle radici che era l’antico sogno dei movimenti rivoluzionari moderni — e forse della modernità radicale medesima — studiati da Eric Voegelin.
L’antico impegno a favore del proletariato si è oggi metamorfizzato in battaglie contro l’embrione, per il suicidio, a favore dell’aborto chimico e tante altre. E il ruolo pubblico, di Stato e di governo di tanti, troppi ex marxisti come Napolitano rappresenta un moltiplicatore inimmaginabile per la forza di queste idee. Anche il machiavellismo dell’antica militanza sembra essere rimasto nel Dna di questo personale politico: lo dimostra la geniale idea di “annegare” la grazia al medico romano nella simultanea grazia a un poliziotto reo di aver ucciso un delinquente e che ha fatto all'incirca nove anni di galera: che cosa di più gradito al palato conservatore? e di più efficace per contro-bilanciare l’apertura alla soppressione dell’handicappato? E ci sarebbe anche qualcosa da dire riguardo alla contro-firma dell'atto che ha apposto un cattolico come il ministro della Giustizia Mastella...

Ma, grazie a Dio, la fatica che fanno per avanzare pare indicare che il capitale di senso comune e di grazia spirituale accumulato dal popolo italiano sono ancora grandi e rappresentano forse, a Dio piacendo, un ostacolo invalicabile.

martedì 5 dicembre 2006


E tre! Dopo Romano e Panebianco, nei commenti al corteo della Casa delle Libertà di sabato 2 dicembre nei fondi del Corriere non poteva mancare quello del terzo “big”, del terzo “grosso calibro”, Ernesto Galli della Loggia. E il Leitmotiv è il medesimo: ridimensionare lo straordinario successo di popolo e personale segnato da Silvio Berlusconi e dagli altri leader della Casa delle Libertà.

Che cosa dice in sostanza Galli? Tanto popolo e poche élite in piazza sabato: industriali, intellettuali, artisti — sono queste le élite italiane per Galli — erano assenti o impegnate in contemporanea a negoziare rappresentanza dei propri interessi con Massimo D’Alema a Milano. La Casa delle Libertà infatti non è capace di tessere legami stabili con le classi dirigenti del paese, con la parte più “pesante” e “pensante” della società: il centro-sinistra sì. O almeno ci prova. Il centro-destra, invece, a partire dal 1994 non è stato capace di elaborare una cultura politica nuova — non più cattolica né neo-fascista — in grado di mediare fra le esigenze dei ceti di vertice della piramide sociale e la base popolare, nonostante l’ampia presa almeno elettorale su quest’ultima. E poi — tutti i salmi finiscono in "Gloria": quello delle carenze di Forza Italia è ormai una costante delle analisi galliane — Forza Italia non è un partito ma un contenitore di plastica, una “foglia di fico” che copre la personalità straripante del leader unico e maximo.

Che dire? È vero: la leadership di Silvio Berlusconi è più vicina al modello carismatico e populista, poco ideologizzata, più portata a cercare — e in questo la Tv è impagabile: non conosco i dati Auditel ma credo che gl’italiani davanti al video sabato pomeriggio e quindi presenti “in spirito” al comizio fossero un bel po’ — un rapporto diretto con il popolo.


Tuttavia nel 2001 — e qui Galli commette un errore non di valutazione ma di semplice acquisizione dei fatti, come nel caso degli altri due commentatori, per cui l’argomentazione apparentemente fila, ma è poi indebolita da questa carenza iniziale — di trovare un raccordo con gl’interessi di parte delle lobby, Confindustria in testa, Berlusconi è stato capace: il fatto è che questi settori non hanno ideologia pre-concette e scelgono spregiudicatamente su chi puntare. Per il momento il feeling è con D’Alema e con il governo Prodi, il martello delle corporazioni — di quelle della piccola borghesia e del ceto medio lavoratore, però, non di quelle dei potentati economici —, ma potrebbe rapidamente cambiare direzione… dipende… Parlare di impossibilità strutturale di rappresentare altro che fasce dei ceti medi e popolari, un pulviscolo di individui senza fisionomia e senza “peso” relativo pare francamente miope, ingeneroso e anche malizioso.

L’unico punto sollevato da Galli su cui mi pare si possa discutere è quello dei molti limiti che presenta la forma partitica — almeno del partito maggiore — della rappresentanza politica di questa Italia, riguardo al quale la classica argomentazione dell'emergenza, a distanza di oltre dieci anni dal critico 1993-94, quando tutto un elettorato orfano della Dc, del Psi e dei partitini di centro scelse Berlusconi come unica soluzione in grado di fermare la "gioiosa macchina da guerra" guidata da Achille Occhetto, ormai non tiene più. Così come palesi — anche se non gravi, e nemmeno esclusivi e senz'altro passibili di più di una giustificazione — sono i limiti evidenziati da parte della Casa delle Libertà nei cinque anni di governo, non tanto nella capacità di governare il Paese, quanto di realizzare il mandato riformistico ricevuto.

Ma, anche qui, perché Galli disconosce, non citandoli, i processi di rinnovamento in atto al centro e a destra e le spinte verso un partito unitario, che proprio la piazza, nonostante Casini, ha rivelato possibile?
Perché non menziona le migliaia di circoli della libertà che Forza Italia sta creando in tutta Italia? E la possibilità di una federazione dell’intellettualità di centro-destra con il network di Dell’Utri? Perché non cita il fatto che Alleanza Nazionale sta cambiando pelle per la seconda volta? Certo sono tentativi, e non è detto che riescano, tuttavia sono sintomi che il problema evidenziato da Galli — tanto quello di una rappresentanza non limitata a certe fasce e altresì meno episodica nell’indirizzare le ragioni dei ceti intellettuali e “che contano”, come pure l’elaborazione di una cultura politica più all’altezza del momento — è sentito e oggetto di sforzi di soluzione generosi e assai meno doviziosamente alimentati, che non i circoli e le fondazioni della sinistra.

Queste dimenticanze — non è la prima volta — gettano ombre non lievi — sulle cui origini non entro — sulla “scientificità”, ossia sulla neutralità valutativa, del noto politologo, che si ripercuote — ma forse questo Galli lo sa —, vista la sede in cui sono formulate, in maniera non benefica su chi rappresenta il popolo delle libertà e su questo popolo medesimo.

domenica 3 dicembre 2006


L’ineffabile ex ambasciatore Sergio Romano e grande firma del Corriere non perde colpo nel confermare il nomignolo — mai così indovinato — che da tempo si porta appresso: «cerchiobottista» («un colpo al cerchio, un colpo alla botte», come dice il vecchio adagio).
Il suo fondo di oggi, 3 dicembre, sul quotidiano milanese a commento della grande manifestazione romana della Casa delle Libertà contro il governo Prodi, tenutasi ieri, è davvero esemplare a questo proposito.

Esordisce infatti scaraventando sulla testa dell’ex premier Berlusconi tutta una serie di fallimenti, palesemente a questi non imputabili, perché frutto di processi internazionali e trasversali, letteralmente ingovernabili a livello nazionale e cioè: il modesto tasso di crescita economica dell’Italia (in uno scenario di forte recessione internazionale e di guerra «asimmetrica» come quello post 11 settembre 2001); la mancata abolizione degli ordini professionali come carente attuazione della libertà proclamata ai quattro venti (come se abolire le ultime vestigia di auto-governo di corpi sociali fosse qualcosa di libertario); la mancata riduzione della presenza dello Stato nell’economia (come se a creare lo strapotere delle grandi corporazioni industriali e finanziarie, da un lato, e di Epifani & Co., dall’altro, fosse colpa sua, del Cavaliere); infine, di non aver riformato le pensioni e di aver scaricato gli anziani sulle spalle di tanti giovani che lavorano (come se fosse una cosa che si potesse chiudere in cinque anni e nel ginepraio creato dai troppi poteri reali — Berlusconi godeva solo di quello esecutivo, non dimentichiamolo — in mano all’opposizione a livello centrale e locale).

Ma poi, come sempre la marcia indietro, che però è una marcia indietro, come di solito, parziale e un po’ furbetta, che non serve a far uscire il malcapitato dal cumulo di detriti sotto cui lo ha appena seppellito…
Soprattutto quando paragona le incompatibilità strutturali che affliggono le componenti del governo Prodi alle malaccorte rivalità di sfumature identitarie che talvolta, soprattutto nell’imminenza delle elezioni — e non all’inizio della legislatura, caro Romano —, hanno agitato la Casa delle Libertà.
E, ancora, quando accusa l’ex Presidente del Consiglio di aver occupato la legislatura precedente a creare leggi fatte approvare solo per proteggersi dalla magistratura (come se questo non fosse accaduto prima e ancora durante la legislatura di centro-destra, e le leggi non fossero erga omnes, sfruttabili cioè un domani anche dall’allora opposizione e non avesse dimostrato di aver avuto anche intuizioni sbagliate, quando in scorcio di legislatura fece approvare quella riforma elettorale, che ha determinato la vittoria di Prodi).

Ma poi il pendolo risale ancora: la manifestazione è stato un successo e il governo in carica deve tenerne conto… Un governo, fra l’altro, che dà «un pessimo spettacolo» di sé, che «non fa nulla per riformare il paese», ed è destinato a «scontentare» anche i suoi elettori. Ed elogia Berlusconi, questo «attraente “tribuno della plebe”», perché riesce a smarcarsi dal disgusto che gl’italiani mostrano in generale per l’intera classe politica, attraverso una comunicazione magistrale…

Infine, dopo tanti colpi al cerchio, l’ultima martellata alla botte: Berlusconi ha fatto un grande — pro domo sua, naturalmente — intervento, ma non ha mai citato l’Europa e la globalizzazione, che incombono drammaticamente, perché intenzionato solo a «lusingare la folla, […] sfruttare le sue paure e […] alimentare i suoi pregiudizi».
Fermo restando che in un comizio non si fanno analisi ricercate — comunque l’intervento successivo, quello di Gianfranco Fini, è sembrato più articolato e soddisfacente anche da questo punto di vista —, come può Romano non vedere nel centro-destra l’unica chance, non certo per bloccare ma per affrontare e articolare, attutendolo, l’impatto di queste due tremende pressioni? L’alternativa sarebbe Prodi, il grand commis di Bruxelles e dei potentati economici mondiali, cui forse il solo il «banchiere d’affari» D’Alema può tenere colpo? Ci sono cinque anni di fatti che parlano a favore di questa linea di ammortizzazione…

E poi in fatto di omissioni, perché Romano ha ignorato che oltre a Berlusconi ha parlato anche Fini, il quale ha magistralmente incalzato il governo, non a base di slogan e domande retoriche «da tribuno», ma snocciolando fatti e formulando giudizi taglienti come rasoi sul governo di sinistra-centro, presieduto — quousque? — dal professore bolognese? Forse perché crede che Fini non conti un bel nulla rispetto al Cavaliere? Oppure perché è più facile fare le bucce a chi dice cose vere in uno stile senz’altro tendente al populistico, che non a chi argomenta da politico di razza?

Il «gran commentatore» Romano pare in ultima analisi afflitto da una sindrome che fa sì che la mole dell’informazione e l’erudizione che egli possiede in maniera non comune, pesino su di lui fino a scatenare effetti inversamente proporzionali al loro momento e cioè creino in lui una specie di blocco o, quanto meno, una spessa ostruzione a un giudizio davvero equilibrato — che non vuol dire «cerchiobottista» — nei confronti della realtà fattuale…

E in questo si conferma il commentatore «giusto» al posto giusto, ossia quanto meglio esista per reggere la consueta linea cripto-sinistrorsa del board del suo giornale.

martedì 21 novembre 2006


20 novembre: il Presidente italiano visita il Papa...

Certo, fa una certa impressione vedere l'anziano dirigente nazionale della «talpa rossa» — e di ciò che ne resta — incedere con gran distinzione — sebbene inghiottito da un frac che a me ricorda quello, sbilenco, di don Calogero Sedàra nel Gattopardo — nei felpati corridoi vaticani, paludato di cordoni e gran collari, proprio come uno di quei «parassiti» clerico-reazionari che il suo partito un tempo additava al sano proletariato come il nemico da combattere ... E poi, due bei discorsi... di alta ispirazione entrambi... e mossi da alti intenti di conciliazione e di cooperazione…

Peccato però che quello del Papa sia uno schietto e appassionato appello alla libertà non solo «di culto», stricto sensu, ma anche di «cultura» per la religione cattolica, con ampi accenni — tutt’altro che neutri in termini di indicazione di responsabilità — al ruolo dello Stato in questo... E invece quello di Napolitano, se lo si legge bene, si riveli un capolavoro di forbita ipocrisia e di sbracato opportunismo... Naturalmente i quotidiani nazionali, interessatamente, hanno presentato i due interventi non solo come di alto livello, ma soprattutto come in totale sintonia fra loro... Mi permetto di sollevare qualche dubbio a riguardo. E dico perché.


Nella sua allocuzione Napolitano rivendica come dato di fatto un presunto comune e generale rispetto per il magistero del Papa. Ma le pietre stesse gridano che questo rispetto non c'è più — e purtroppo non solo da parte di chi cattolico non è!
Ha forse scordato il suo appello a favore del filo-suicida radicale Welby, che ha rilanciato pesantemente il tema dell'eutanasia legale nel paese?
E sa che cosa gli organi politici della nazione di cui è presidente fanno delle raccomandazioni del Papa? Per esempio sulla famiglia (divorzio e matrimoni omosessuali), sulla difesa della vita (aborto e manipolazioni genetiche), sulla scuola (un organismo ormai in dissoluzione, che forse informa ma, come casi recenti ci «sbattono in faccia», senz'altro diseduca), sulla crescente diffusione di una cultura che i papi chiamano, senza mezzi termini, «di morte» (eutanasia) e che avanza anche grazie al denaro pubblico? E poi parla di fondamento etico della politica in Italia! Ma quale etica?


Altro «svarione» riguardo all'Europa. Parla di «grandi valori condivisi, che riflettono il ruolo storico e la sempre viva lezione ideale del Cristianesimo» (si noti il «Cristianesimo» scritto con la maiuscola). Ma dove li vede? Finge di non vedere che quella «cupola» di massoni — in re o in spiritu — che siede a Bruxelles e a Strasburgo sta facendo oggi l'impossibile non solo per emarginare la Chiesa e per ridurre o contraffare la presenza dei cristiani, ma anche per cancellare l'esistenza del cristianesimo dalla storia stessa del nostro continente, ovvero dal passato, anche se esso in quanto tale è da un lato immodificabile e terribilmente eloquente dall'altro?

Proprio qui, a questo rifiuto dell'identità cristiana, che vede crescere ovunque, va invece a parare il discorso di Benedetto XVI. Lo fa quando rivendica non solo la libertà di adorare, ma anche quella di pensare da cristiani per i cristiani. Quando domanda che venga non solo dichiarato il principio, ma siano create le condizioni concrete perché tale libertà si possa attuare. Nel linguaggio della dottrina sociale cristiana — un linguaggio che tutti possono capire anche se non sono sociologi — queste condizioni hanno un nome preciso: si chiamano «bene comune» e lo Stato deve, per essenza — esiste solo per questo, altrimenti è solo un pesante basto e nulla più —, attuare il bene comune.
Ma la Repubblica attua davvero il bene comune? o almeno tutto quello che potrebbe? Crea queste pre-condizioni, perché la vita dei singoli si possa espandere liberamente secondo le linee maestre del principio di auto-determinazione e del principio di sussidiarietà? E perché l'azione delle realtà umane collettive si possa anch'essa dispiegare al meglio? Oppure lascia spazio a ogni possibile forma di decadenza civica, morale, intellettuale? Che dire della diffusione incredibile che ha la pornografia, che tracima ogni giorno di più nel mondo «normale»? Che dire dell'apologia di ogni possibile errore e volgarità e perversione intellettuale? E della propaganda fatta a ogni contro-valore? L'elenco sarebbe dolorosamente lungo...


E, infine, sono davvero in sintonia i due quando il Papa rinfaccia a uno Stato — quello italiano? — che di questo dovere non tenga conto e che impedisca l’esprimersi in pieno di questa profonda esigenza di partecipazione, di sperperare risorse soprattutto morali preziose. Quelle risorse che solo il cattolicesimo possiede e che mette al servizio di tutti — per vocazione e non per tornaconto, se si nega spazio al lievito evangelico — di cui la gente comune sempre più sola e spaventata ha un bisogno inimmaginabile — e alle argomentazioni razionali e alle soluzioni sul piano civico e politico di cui i cattolici sono latori non posso essere spese e godute.

Eppure Napolitano, che è stato protagonista della vita politica della Repubblica fin dai suoi anni verdi, dovrebbe avere coscienza di questa divaricazione fra valori che la Chiesa difende e «valori» di cui sono latrici certe forze politiche, fra cui quella cui egli appartenne ed appartiene.
E l'opportunismo del discorso raggiunge punte davvero vertiginose quando, con tale panorama davanti, il Presidente giunge a invocare l'aiuto del Papa per accrescere la coesione della nazione... Ma coesione intorno a che cosa? Con che cosa vuol rimettere insieme un paese sempre più in cocci, che è così proprio perché si rigetta tutto quanto proviene dalle sue radici più profonde — incluse, e non per ultime, quelle cattoliche —, dalle tradizioni più genuine e dalle istanze più nobili e disinteressate?

Mi fermo. Però non riesco a trattenermi dal dire che si metta in mente chi pensa al cristianesimo solo come a un'agenzia cui devolvere la rogna di occuparsi di tutti gli «scarti di produzione dell'uomo nuovo», che Cristo è carità, ma anche verità e giustizia... e le tre cose non sono scindibili...

mercoledì 15 novembre 2006



Su la Repubblica Mario Pirani continua a scagliarsi contro il Viva Maria aretino e in generale contro quella importante pagina della storia italiana degli anni di Napoleone, che va sotto il nome di Insorgenza. Non sopporta che ad Arezzo la vecchia giunta abbia fissato la memoria del grande moto popolare che ebbe Arezzo come epicentro fra il 1799 e il 1800 con una piccola e semplice targa in una piazzetta secondaria.
Non sarebbe infatti “politicamente corretto” secondo lui commemorare movimenti che per le loro finalità — nella fattispecie la resistenza contro la Rivoluzione di Francia, portata dagli eserciti di Napoleone e fatti propri dal giacobinismo italiano — si pongano fuori dal quel canone riassumibile — come scrive — nel «binomio Resistenza-Costituzione», con tutte le sue possibili proiezioni all’indietro e in avanti. Poi, guarda caso, nella liberazione di Siena gli aretini si sarebbero macchiati dell’eccidio di tredici ebrei, il che porrebbe il moto ma anche tutto il ciclo dei moti anti-francesi italiani a cavallo dei secoli XVIII e XIX sotto la sinistra luce dell’antisemitismo di matrice cattolica.
Senza entrare nel merito — qualche elemento in più si può trovare in un commento che ho scritto per il sito “Storia & Identità” (
www.identitanazionale.it) — mi domando che senso ha negare spazio a realtà enormi come il Viva Maria solo perché ritenute “scorrette”. Che senso ha amputare la memoria, anche pubblica — accanendosi contro una piccola lapide —, nazionale di parti essenziali — quanto meno sotto il profilo fattuale — se si vuole capire che cos’è realmente l’Italia, a che prezzo si è costruita, che cosa vive nel profondo dell’ethos nazionale. L’Insorgenza c’è stata, è stata grande, ha perso, ma ha lasciato tracce che stanno un po’ alla volta affiorando dopo secoli di censura. Pensare oggi a un’Italia di domani senza tener conto di queste sacche di “scorrettezza” sarebbe un tragico errore.
E poi il signor Pirani è davvero convinto che un’Italia senza i giacobini e senza Napoleone o in cui per assurdo l’Insorgenza avesse vinto sarebbe stata solo un enorme rogo di ebrei? O, magari, invece si sarebbe evoluta in forme più soft e in armonia con le sue radici, magari, per la sua frammentazione storica, “all’inglese” o “alla svizzera”, evitando o riducendo le tragedie del centralismo e dell’ideologismo che l’hanno attanagliata nei duecento anni da allora?

lunedì 13 novembre 2006


Mi ha colpito uno spunto che ho trovato tempo addietro in uno scritto del compianto maestro, nonché amico, Cesare Mozzarelli, che a sua volta si rifaceva a un’idea colta nella Favola delle api di Bernard de Mandeville, quella dei “vizi privati e pubbliche virtù”, per intenderci.

Rifletto quasi ininterrottamente su quello che mi sembra il “problema dei problemi” del mondo di oggi: che definizione dare e quindi quale giudizio formulare e, infine, che atteggiamento tenere nei confronti della modernità? Va accettata in pieno, in una logica di ineluttabilità superiorità valoriale di “ciò che viene dopo”? È puro male? È “la” Rivoluzione? Oppure va sceverato al suo interno il loglio dal grano? E riportata alle sue basi umanistiche, ora che è diventata per più di un aspetto “troppo umana” e non di rado anti-umana?

Ogni spunto che mi aiuti in questo è per me prezioso.

Per cui apprezzo il pensiero di Mozzarelli — che ovviamente riassumo e “riduco” —, secondo il quale il problema, e in certa misura il dramma, dell’uomo moderno starebbe nell’“abnorme” e crescente dilatazione della sfera dei diritti individuali che la modernità ha portato con sé. Ovviamente Mozzarelli, storico dell’età detta “moderna” per la predominanza di tale realtà — almeno — in seno alla civiltà occidentale, ha l’occhio più attento ai fenomeni del periodo in cui questa crescita è agli inizi, forse anche alla maturità, ma non certo al parossismo attuale.

In un orizzonte, come quello del pensiero moderno, in cui — in tesi — si muovono non più “corpi”, come nel Medioevo, ma individui, in cui la tradizione è azzerata, il limite puramente naturale (il freddo degli inverni o il buio della notte, per esempio) (gli elementi pre-razionali) sbiadisce e non esiste per definizione alcun elemento normativo di origine religiosa (l’elemento meta-razionale) che influisca sulla sfera morale, quest’ultima è presidiata dalla mera razionalità cartesiana ed è aperta a tutte le derive che l’esperienza storica ci ha ormai fatto conoscere riguardo a questa forma di razionalità.

Per garantire dunque quella che gli autori sei- e settecenteschi chiamano “la felicità” — naturalmente su questa terra —, per rendere possibile razionalmente questo ampliamento dei diritti — il termine ultimo, cui ci stiamo pericolosamente avvicinando, è la coincidenza fra diritto e desiderio —, per evitare che il moltiplicarsi degli atti a tale libertà conseguenti non porti a frizioni, a cozzi, a conflitti, la sfera pubblica deve sviluppare proporzionalmente le sue leve, i suoi meccanismi di controllo, di prevenzione e di eliminazione dei conflitti, di ripristino dei diritti quando essi siano violati.

Da qui, soprattutto nell’Europa della riflessione post-westfaliana, nasce la crescente “trofìa” e poi “ipertrofìa” dell’apparato pubblico, degli organi di polizia, degli eserciti, dei magistrati, dei catasti, delle anagrafi, e via dicendo.

Mi sembra una intuizione eccellente. La prima modernità, quella pre-industriale ha risolto in termini efficienti questa antinomia fra ampliamento dei diritti e dimensioni e complessità degli apparati sociali: in fin dei conti si trattava di diritti di pochi… Peggio inizia ad andare con le società liberali dell’Ottocento, ma il tutto ancora “tiene”…
Il salto si opera all’inizio del Novecento con la nascita della civiltà di massa, quando i conflitti sociali si fanno sempre più numerosi…
La traiettoria dello Stato moderno sempre più esteso, sempre più articolato nella sua amministrazione, sempre più popolato, se non affollato, di commis, funzionari, impiegati, tecnici contabili, dipendenti, sempre più vorace fiscalmente, sempre più ferreo nel dominio su quelli che non si chiamano più sudditi ma cittadini, descrive bene questo processo sincronico di crescita.

E si può dire che fino agli anni 1950-60, fino a che è durata la modernità “dura”, l’organizzazione sociale razional-burocratica-industriale alla Max Weber o alla Henry Ford, la condizione è stata ancora di equilibrio: diritti sempre più grandi, apparati sempre più estesi...

Chi ha vissuto in una grande città europea o italiana in quest’epoca — come il sottoscritto — ricorda ancora l’ordine che vi regnava, la pulizia che almeno nella maggior parte dei quartieri era un dato acquisito, i mezzi di trasporto in condizioni civili, una circolazione certo rarefatta rispetto a oggi ma scorrevole… Non che non vi fossero ubriachezza, prostituzione, furti, delitti, oscenità: ma il tutto riusciva ad essere controllato o, almeno, represso dalle strutture preposte.

Il punto di non ritorno è stato varcato credo con gli anni Sessanta e Settanta. Con l’esplosione del desiderio illimitato che si apre emblematicamente nel 1968 e il mutamento culturale, ossia di senso comune della gente, che ne deriva, con le migrazioni e con il nomadismo periodico scientemente coltivato, le cose cambiano. Le strade cittadine — ma anche le arterie commerciali — non riescono più a contenere il cresciuto numero di veicoli, la nettezza urbana non riesce più a tenere pulite le città, la criminalità cresce e si fa di giorno in giorno più audace, i treni sono sempre più sudici, la violenza politica scende nelle strade…
Oggi, quando la coppia desideri-diritti è diventata la politica, l’unica politica, di ampi schieramenti ideologici e partitici, siamo vicini al collasso.

Casi clamorosi come le immondizie in Campania, l’infiltrazione silenziosa di migliaia di comunità esotiche, cinesi, nordafricane, filippine, sudamericane, il traffico fuori controllo, la pornografia ormai ambientale, la pedofilia scatenata, le periferie a rischio di sedizione, la pratica depenalizzazione di centinaia di delitti per impossibilità di reprimerli, il dilagare della prostituzione a cielo aperto, l’impossibilità di aver dalla propria l’autorità pubblica impersonata da un vigile o da un poliziotto, in tanti, troppi frangenti, ne sono le spie. Per tenere sotto controllo — ovvero solo a un livello di non conflittualità o di conflittualità a basso livello agglomerati enormi, così privi di identità, così atomizzati occorrerebbero apparati davvero da Stato totalitario, da polizia cinese.
Il quesito è: può la convivenza umana sopportare la dilatazione di questa coppia diritti-apparati all’infinito? Fino a quando? Vi è un limite fisiologico ai diritti? Come intervenire, se così fosse? Solo riducendo i diritti e reprimendo? O rieducando?

Certo il primo passo è prendere coscienza che la modernità presenta delle aporie. Che non è una rivelazione divina alternativa a quella cristiana: semmai il suo rovescio parodistico.

Ci si trova oggi di fronte al paradosso che per avere più libertà poi ci si trova oggettivamente limitati nel suo godimento. La modernità si rivolta contro sé stessa. L’agibilità dei diritti conquistati non è più piena. Lo Stato è impotente a garantire una tale vita alla società, una vita così “eccentrica” perché priva di “centro”, come teorizzava Hans Sedlmayr.
Lo Stato, pur drenando sempre più risorse per far funzionare il suo pletorico apparato, abbandona la società a sé stessa e il substrato morale e i residui di tradizione sopravviventi, che fanno da collante provvisorio, sono sempre più erosi e insufficienti. Né davanti alle sue carenze allenta la morsa fiscale e lascia libera la società di auto-organizzarsi e di provvedere a proprie spese ai servizi e alle sue necessità…

Si vuole uscire a tutte le ore e ci si trova di fronte al rischio della borsa o della vita o semplicemente al cumulo di rifiuti che ammorba l’aria o al cafone che ti blocca il passo carraio. Si vuole dormire quando e quanto ci pare e ci si trova accanto il luogo di svago — uno di centinaia, ormai — dove c’è gente che “tira” per abitudine le quattro di mattina. Ci si possono permettere auto sempre più veloci e si finisce per passare le ore in coda ai semafori.

La riflessione sulla modernità si snoda dunque chiedendosi se non sia questa la vera chiave — modernità come individualismo senza freni, come dilatazione dei diritti individuali fino “a farsi male”, che porta con se l’indurimento e una crescita abnorme delle strutture —, l’angolatura giusta per leggere la modernità nella sua essenza e nei suoi riflessi politici e sociali e per sottoporla — forse — a una critica efficace, indicando dei rimedi o almeno delle piste alternative al suo trionfo illimitato in questa versione che sta dissolvendo la convivenza civile?

Nel corso dell’udienza dell’11 novembre 2006 alla Fondazione Sacra Famiglia di Nazareth — fondata nel 1946 dal card. Domenico Tardini (1888-1961), segretario di Stato di Papa Giovanni XXIII e presieduta oggi dal card. Achille Silvestrini — e all’associazione laicale “Comunità Domenico Tardini” Benedetto XVI ha tenuto un discorso che, fra l’altro, sottolinea l’importanza dell’apostolato della cultura e mette a fuoco lo stile che deve caratterizzare l’intellettuale cristiano.

Ne riporto i brani salienti.

«La fede scruta l’invisibile ed è perciò amica della ragione che si pone gli interrogativi essenziali da cui attende senso il nostro cammino quaggiù.Può essere illuminante, a questo riguardo, la domanda che, secondo il racconto di Luca negli Atti degli Apostoli, il diacono Filippo pone all’Etiope incontrato sulla strada da Gerusalemme a Gaza: “Capisci quello che stai leggendo?” (At 8,30). L’Etiope risponde: “E come lo potrei se nessuno mi istruisce?” (At 8,31). Filippo allora gli parla di Cristo. L’Etiope scopre così la risposta ai propri interrogativi nella persona di Cristo annunciato con parole velate dal profeta Isaia. È dunque importante che qualcuno arrivi accanto a chi è in cammino e gli annunci “la buona novella di Gesù”, come fece Filippo. È qui adombrata la “diaconia” che la cultura cristiana può svolgere nell’aiutare le persone in ricerca a scoprire Colui che è nascosto nelle pagine della Bibbia come nelle vicende della vita di ciascuno. Ma non si deve dimenticare che il Signore si dice sfamato, dissetato, ospitato, vestito, visitato in ogni persona bisognosa (cfr. Mt 25,31-46). Egli dunque è pure “nascosto” in tali persone ed eventi. […] Unendo tra loro queste immagini e questi ammonimenti voi potete comprendere chiaramente quanto siano inscindibili la verità e l’amore. Nessuna cultura può essere contenta di se stessa finché non scopre che deve farsi attenta alle necessità reali e profonde dell’uomo, di ogni uomo. […] È dato di sperimentare come la parola di Dio richieda un ascolto attento ed un cuore generoso e maturo per essere vissuta in pienezza. I contenuti della rivelazione di Gesù sono concreti ed un intellettuale cristianamente ispirato deve sempre essere pronto a comunicarli quando dialoga con coloro che sono alla ricerca di soluzioni capaci di migliorare l’esistenza e di rispondere all’inquietudine che assilla ogni cuore umano. Occorre mostrare soprattutto la corrispondenza profonda che esiste tra le istanze che emergono dalla riflessione sulle vicende umane e il Logos divino che “si è fatto carne” ed è venuto “ad abitare in mezzo a noi” (cfr. Gv 1,14). Si crea così una convergenza feconda tra i postulati della ragione e le risposte della Rivelazione e proprio di qui scaturisce una luce che illumina la strada su cui orientare il proprio impegno. Nel quotidiano contatto con la Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa si sviluppa la vostra maturazione sul piano umano, professionale e spirituale, e voi potete così entrare sempre più nel mistero di quella Ragione creatrice che continua ad amare il mondo e a dialogare con la libertà delle creature. Un intellettuale cristiano […] deve coltivare sempre in sé lo stupore per questa verità di fondo. Ciò facilita l’adesione docile allo Spirito di Dio e, al tempo stesso, spinge a servire i fratelli con pronta disponibilità.Potete desumere lo “stile” del vostro impegno da una parola di san Paolo alla comunità cristiana che viveva a Filippi: “Fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8). È proprio in questa prospettiva che voi potete tessere un dialogo fecondo con la cultura, e recare il vostro contributo per far sì che tante persone trovino la risposta in Gesù Cristo. Sentitevi anche voi mossi dallo Spirito di Gesù, come avvenne al diacono Filippo che si sentì dire: “Alzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta” (cfr. At 8,26). Anche oggi […] non sono poche le “strade deserte” sulle quali vi troverete a camminare nella vostra esistenza di credenti: proprio lungo esse potrete affiancarvi a chi cerca il senso della vita. Preparatevi ad essere anche voi a servizio di una cultura che favorisca l’incontro di fraternità dell’uomo con l’uomo e la scoperta della salvezza che ci viene da Cristo […].

domenica 12 novembre 2006



Regalità di Cristo e Sacro Impero

Ultima domenica dell’anno liturgico ambrosiano: festa di Cristo Re.

Gesù Cristo regna dalla croce: il suo titolo di acquisto di questo scomodo trono è la sofferenza, la sofferenza infinita di un uomo, che è anche Dio: «regnavit a ligno Deus», canta l’inno quaresimale Vexilla regis, gli stendardi del re.
La condizione di massima debolezza umana — umiliato peggio di una bestia inchiodandolo su un rozzo palo traverso — si coniuga con il più grande risultato ottenibile: la riconciliazione di tutta l’umanità, presente e futura, con il Creatore.


Gesù si annulla sulla croce, la sua divinità lungo tutta la passione scompare, tutti lo abbandonano, quando spira invoca il Padre che non avverte più presente.

Passano solo poche ore, però, e Gesù risorge: la potenza infinita che è in lui, intrinseca alla sua natura divina, esplode. Cristo schiaccia la morte che lo ha avuto in suo possesso solo per trentasei ore e riappare alla luce del mondo in tutta la sua maestà e gloria.

La sua regalità è quindi intrisa di dolore e di onnipotenza, di abbrutimento e di splendore, di annichilamento e di esaltazione.

E in che cosa consiste il suo regno, non in assoluto — la vita trinitaria —, ma per noi sue creature?

Gesù dovunque passava su questa terra portava luce, amore, gioia: e anche verità, giustizia, pace. «Pertransivit benefaciendo sanando omnes oppressos a diabolo quoniam Deus erat cum illo», dicono gli Atti degli Apostoli (10, 38).

Il regno di Cristo, morto, risorto e che siede alla destra del Padre, è storicamente cominciato su questa terra, con la vita stessa del Verbo Incarnato fra gli uomini della Palestina, nel popolo di Abramo e di Mosè. Ed è continuato, nel suo strato temporale, nella comunità dei suoi seguaci, che egli convoca: la “ecclesia”, la Chiesa. Per sua opera il regno di Dio si è irraggiato nello spazio e nel tempo e si è propagato agli uomini, ai singoli quanto alle strutture. Prima ai singoli, poi alle strutture e, in certi casi come la conversione dei re, prima nelle strutture e poi nei popoli e nei singoli.

Lentamente, secondo le stesse modalità del Redentore, cioè attraverso la croce e diffondendo lo splendore della verità che è Cristo risorto, il mondo — tanto il colto e scettico mondo greco-romano, quanto i popoli giovani e ignari, i barbari — si è piegato al soffio di questo vento.
È così nata una famiglia di nazioni e di popoli che hanno assunto Cristo come loro centro e come carattere distintivo: la cristianità.

Nel suo seno la regalità di Cristo ha cercato di attuarsi vincendo le resistenze del peccato originale: sono nate istituzioni per propagare la dottrina di Cristo, per attuare la giustizia e per ottenere la pace. Per quanto possibile nei vari frangenti concreti e nei limiti della natura decaduta.

Ma vi è un culmine in quest’ambito cui la cristianità occidentale arriva nel secolo IX: il sacro impero, che si ricollega in spirito a quello universale di Roma.

Che cos’è stato il Sacrum imperium cristiano? Un luogo di oppressione? Una sfilata di bandiere e di costumi rutilanti? Un insieme di ritualità vuote?

No. Solo l’istanza suprema, seconda solo alla Chiesa di Cristo, che gli uomini convertiti vollero darsi e in cui si attuavano le tre dimensioni evocate. La verità: l’Impero si autodefinisce sacro, fa sua tutta la dottrina che la Chiesa insegna e ne tutela la propagazione, in tesi fino ai confini dell’universo. La giustizia: l’essenza dell’impero è di fungere da istanza arbitrale suprema, che opera al di sopra dei re e dei grandi della terra, che dirime in forma incruenta i conflitti. La pace: «opus iustitiae pax», ricordava Pio XII, che ne fece la divisa del suo pontificato. «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono», insegnerà Giovanni Paolo II — nel suo messaggio per la Giornata della Pace del 2002 —, e infine «Nella verità, la pace», gli farà eco Benedetto XVI nella stessa occasione quest’anno 2006.

Dunque l’impero è il prodotto dello sforzo dell’uomo medievale di riconoscere e di attuare la regalità di Cristo su questa terra in maniera non generica, ma tangibile, creando cioè — molto medievalmente peraltro — un organismo, una struttura universale, che consenta, per quanto è possibile in questa valle di lacrime, realizzare la pace di Cristo nella verità e nella giustizia.

Se l’Occidente è quello che è, lo è grazie anche a questa struttura che è allo stesso tempo prodotto del suo ethos, e fattore plasmatore di questo ethos medesimo. Ringraziamo la Provvidenza che ha voluto creare e conservare questo grande istituto — anche se sempre più offuscato e indebolito — ai cristiani fino all’inizio del secolo XIX. E commiseriamo il nostro tempo in cui si cerca di costruire simulacri invertiti di questa suprema e benefica istanza. Per ridare una forma tangibile e universale alla regalità del Signore Gesù i tempi sono lunghi: è stato relativamente facile distruggere, lungo e arduo sarà ricostruire. Ci vorrà prima la instaurazione del trono di Cristo nei cuori, attraverso l’accettazione del sacrificio e nel riempimento di grazia divina per mezzo della preghiera e dei sacramenti: e di qui una nuova “esondazione” della regalità individuale fino a impregnare l’intera sfera temporale.

Si conclude l’anno liturgico e grazie a Dio se ne apre un altro: presto sarà Avvento e presto la memoria della nascita del Re. Una nascita povera e splendente: di nuovo tornano le due dimensioni dell’umanità divina del Signore, che si ripresenteranno più oltre nella Croce quaresimale e nella Risurrezione pasquale.

Il cartellone dice in inglese:
"Meglio un figlio solo"

Il newsmagazine femminile del Corriere della Sera ha pubblicato ieri un impressionante servizio della giornalista Manuela Parrino, già autrice di importanti inchieste sulla Cina odierna — e basato per la maggior parte su un’intervista con la signora Cui Fung Mei, “pianificatrice familiare” per vent’anni, ora “a riposo” — sul divieto del secondo figlio, ovvero sull’aborto coatto, vigente nella Repubblica Popolare Cinese.

Non è una novità che il totalitarismo comunista cinese, eclissatosi da tempo dietro le quinte di una rutilante potenza economica in continua espansione, attuasse da anni — almeno dal 1979 — una rigorosa riduzione delle nascite, considerando la popolazione troppo numerosa e prolifica. Né, che la Cina, come tutti i regimi socialisti, fosse all’avanguardia nella pratica e nella diffusione della sterilizzazione forzata — magari per le tibetane o altre minoranze "indesiderate" —, della contraccezione artificiale e dell’aborto senza limiti. Che si tratti di malthusianesimo ideologico o forse, solo la volontà di non finire come l’Urss, nella impossibilità di un sistema fallimentare come il socialismo, radicalmente “handicappato” rispetto al capitalismo, di alimentare troppe bocche, il fatto resta.


Dove sta allora la novità?


La prima è che nella “nuova Cina” “liberale” questo controllo delle nascite è oggi ancora capillarmente e ferramente in atto.


Ma sentiamo che cosa dice la “pianificatrice”.


In Cina la donna — nella fattispecie la lavoratrice di fabbrica — che «ha già avuto un figlio, ogni tre mesi deve presentarsi nel mio ufficio per fare un test di gravidanza e per prendere la pillola o i preservativi che distribuiamo gratuitamente». E se risulta incinta? «La devo convincere ad abortire». E come la convince, chiede la giornalista? «A parole, spiegando che se avrà due figli dovrà dividere il poco cibo che ha in due, che è contro la legge». E se insiste nel voler continuare la gravidanza? «Non si può rifiutare, è la legge, ma la verità e che se la donna insiste oggi non posso fare nulla. Da quando la Cina è entrata nel Wto [la World Trade Organization, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2002], si parla molto di diritti umani. Una volta l’avrei trascinata con la forza in ospedale ad abortire, oggi non posso farlo». Quindi, «ogni giorno mi presento alla sua porta e cerco di convincerla sino al sesto mese di gravidanza, poi non posso fare più nulla perché sempre dopo il Wto è stato vietato l’aborto dopo i sei mesi».
Ringraziamo il provvidenziale Wto, che ha modificato il quadro in cui era possibile trascinare persone di sesso femminile presso il primo ospedale e metterle sotto i ferri chirurgici — la prassi abortiva non è specificata — anche oltre i sei mesi di gravidanza.


Ma il quadro che le parole della signora Cui rivela rimane agghiacciante.
Le novità che lascia intravedere non sono poche e rappresentano altrettanti amari spunti di riflessione.


Dopo i forti cambiamenti infra-strutturali che il regime ha attuato negli ultimi lustri, che lo hanno portato a riconoscere anche come lecite forme di proprietà non statale, — e la straordinaria crescita economica del paese, le condizioni di vita della popolazione — almeno nelle città —, sono mutate e un benessere materiale sconosciuto ai tempi di Mao, anche a prezzo di forti squilibri e ingiustizie, si è di fatto diffuso. Dunque, che bisogno ha questa società dall’economia rampante, alla conquista dei mercati — e non solo dei mercati — di mezzo mondo, di limitare così drasticamente le nascite? Con tassi di produzione così elevati non si riesce ad alimentare a sufficienza tutti i cinesi attuali e futuri? O le statistiche, come non pare, sono un bluff?

I troppi obblighi, della gestante e della vigilante, che traspaiono dal breve colloquio con Cui, segnalano altresì che in Cina la libertà è ancora un’utopia. Che dire infatti di quel divieto legale di mangiare in due? Ci si può chiedere: quali leggi vigono oggi in Cina? dov’è quel diritto romano che vi si vorrebbe introdurre? Pare lo si voglia solo per agevolare la contrattazione con l’Occidente, ma non per quanto concerne i diritti civili.

Altro elemento sinistro: quel “dopo il Wto…”. È dunque questo l’unico criterio e limite che le decisioni dei vertici comunisti cinesi conoscono? La paura di perdere mercati? E se questa paura cade, che cosa imporranno per legge? L’assenza di vere norme etiche, che questo inciso rivela, illumina sulle vere prospettive di chi governa in Cina.
Ma indica anche implicitamente agli occidentali — a Prodi, a Chirac, a tutti gli altri “cino-entusiasti” — quale sia la leva da usare per limitare le violazioni dei diritti umani… e conferma che il discorso sui dazi etici è tutt’altro che utopistico…

L’intervista continua.

Se la persuasione fallisce — e statisticamente fallisce così di rado da far credere che più che persuasione si tratti di pressioni e minacce —, la donna non è comunque libera di mettere al mondo la sua creatura: se lo fa contro la volontà del Partito e dello Stato, sono letteralmente guai.
Infatti il bambino non abortito «non viene registrato, il che significa che non potrà andare a scuola, non godrà dell’assistenza sanitaria eccetera», diventerà cioè un cittadino di serie B e il suo mantenimento sarà totalmente a carico della famiglia. Il che, visti i salari urbani e i miseri redditi rurali, appare un onere insostenibile…
Sembra che la Cina applichi — che non sia un caso? — il cosiddetto “principio di responsabilità” di cui si è fatto latore l’animalista Peter Singer: «vuoi far nascere un handicappato o mantenere in vita un comatoso, puoi farlo, ma sono affari tuoi: lo Stato non se ne occuperà»….

Tuttavia nella “nuova Cina” il denaro circola. E il denaro può molto, forse tutto… Per i ricchi infatti, secondo la signora Cui, «avere il secondo figlio non è un problema, basta pagare una multa. Per qualcuno avere il secondo figlio è diventato uno status symbol. Dopo la nascita i genitori, quando vanno a registrare il bambino, vengono mandati da un giudice il quale stabilirà l’entità della sanzione che va da tre a dieci volte il reddito medio del quartiere in cui vivono». «Chi è povero spesso i secondi figli li nasconde», ammette la signora Cui.

E che cosa accade alla donna cinese se invece accetta di abortire? «Dopo aver abortito una volta una donna non prova più ad avere un secondo figlio». E avendo visto gli ospedali cinesi, quelli per la gente comune — «sporchi, rumorosi, affollati e niente affatto accoglienti» —, non quelli per i turisti o per la nomenklatura di regime, la cosa pare proprio terrificante, commenta la giornalista del Corriere.

Nelle campagne la regola del figlio unico è stata mitigata nel 2002, ma solo nel caso che il primogenito sia una femmina, cosa che nelle campagne cinesi, afflitte da una povertà spaventosa e antica, è da sempre vista come una calamità, un’eventualità da scongiurare e che spesso ha portato e porta all’aborto e all’infanticidio.

Naturalmente, in questa logica radicalmente e drammaticamente secolarizzata, resta costantemente fuori dall’ipotesi la sorte dell’eventuale terzo figlio, per non dire di quelli ulteriori…

[Cfr. MANUELA PERRINO, “Così vieto alle donne il secondo figlio”, in io donna. Il femminile del Corriere della Sera, n. 44, 11-11-2006, pp. 140-146].







Povero Guccini…

Lo ascolto almeno dal 1966 e confesso che i suoi magnifici testi — al di là della condivisione dei contenuti, ormai in gran parte svanita —, soprattutto all’epoca della collaborazione con i “Nomadi” hanno avuto un notevole influsso sulla mia Bildung… Vertici come "Canzone per un’amica", "Dio è morto" e "Il disgelo" credo siano difficilmente raggiungibili…

Con le sue canzoni voleva prima cambiare il mondo e poi contestarlo (rivoluzionari di professione compresi) in nome di un mix anarco-individualistico e retrò… emblema dei due ingredienti: “L’avvelenata” e l’album “Radici”…

Passi per la laurea honoris causa del 2002: i testi di Francesco sono il più delle volte bellissime poesie, che pochi laureati si sognerebbero nemmeno lontanamente di saper scrivere…

Ma che ora il giullare e provocatore Guccini si metta a frequentare davvero i parrucconi accademici e — lo racconta il Corriere di oggi — in uno dei convegni dell’Università di Bologna, incontrando Romano Prodi, lo abbracci e gli sussurri — immagino la sua voce roca e intrisa di Emilia — un banale e conformistico “resistere, resistere, resistere” — provocando la consueta risata sgangherata del premier — proprio no...


Non riesco a capire come una sensibilità e una visione della vita così libertaria, fatta di osterie e di invettive alla Cecco Angiolieri, possano sposarsi o solo trovare qualche barlume di rispondenza nel tetro regime di “normalizzazione”, in quell’autentica ingabbiatura a fine dichiarato di “tutoria” dell’incapace e anarchico — se non “pazzo” — cittadino italiano, che il Professore e i suoi soci governativi di estrema sinistra stanno costruendo intorno al corpo sociale in Italia?

Certo l’età in genere non è buona consigliera… Ma, anche se Guccini ha ormai sessantasei anni, proprio non me l’aspettavo…



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