domenica 12 novembre 2006

Il cartellone dice in inglese:
"Meglio un figlio solo"

Il newsmagazine femminile del Corriere della Sera ha pubblicato ieri un impressionante servizio della giornalista Manuela Parrino, già autrice di importanti inchieste sulla Cina odierna — e basato per la maggior parte su un’intervista con la signora Cui Fung Mei, “pianificatrice familiare” per vent’anni, ora “a riposo” — sul divieto del secondo figlio, ovvero sull’aborto coatto, vigente nella Repubblica Popolare Cinese.

Non è una novità che il totalitarismo comunista cinese, eclissatosi da tempo dietro le quinte di una rutilante potenza economica in continua espansione, attuasse da anni — almeno dal 1979 — una rigorosa riduzione delle nascite, considerando la popolazione troppo numerosa e prolifica. Né, che la Cina, come tutti i regimi socialisti, fosse all’avanguardia nella pratica e nella diffusione della sterilizzazione forzata — magari per le tibetane o altre minoranze "indesiderate" —, della contraccezione artificiale e dell’aborto senza limiti. Che si tratti di malthusianesimo ideologico o forse, solo la volontà di non finire come l’Urss, nella impossibilità di un sistema fallimentare come il socialismo, radicalmente “handicappato” rispetto al capitalismo, di alimentare troppe bocche, il fatto resta.


Dove sta allora la novità?


La prima è che nella “nuova Cina” “liberale” questo controllo delle nascite è oggi ancora capillarmente e ferramente in atto.


Ma sentiamo che cosa dice la “pianificatrice”.


In Cina la donna — nella fattispecie la lavoratrice di fabbrica — che «ha già avuto un figlio, ogni tre mesi deve presentarsi nel mio ufficio per fare un test di gravidanza e per prendere la pillola o i preservativi che distribuiamo gratuitamente». E se risulta incinta? «La devo convincere ad abortire». E come la convince, chiede la giornalista? «A parole, spiegando che se avrà due figli dovrà dividere il poco cibo che ha in due, che è contro la legge». E se insiste nel voler continuare la gravidanza? «Non si può rifiutare, è la legge, ma la verità e che se la donna insiste oggi non posso fare nulla. Da quando la Cina è entrata nel Wto [la World Trade Organization, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2002], si parla molto di diritti umani. Una volta l’avrei trascinata con la forza in ospedale ad abortire, oggi non posso farlo». Quindi, «ogni giorno mi presento alla sua porta e cerco di convincerla sino al sesto mese di gravidanza, poi non posso fare più nulla perché sempre dopo il Wto è stato vietato l’aborto dopo i sei mesi».
Ringraziamo il provvidenziale Wto, che ha modificato il quadro in cui era possibile trascinare persone di sesso femminile presso il primo ospedale e metterle sotto i ferri chirurgici — la prassi abortiva non è specificata — anche oltre i sei mesi di gravidanza.


Ma il quadro che le parole della signora Cui rivela rimane agghiacciante.
Le novità che lascia intravedere non sono poche e rappresentano altrettanti amari spunti di riflessione.


Dopo i forti cambiamenti infra-strutturali che il regime ha attuato negli ultimi lustri, che lo hanno portato a riconoscere anche come lecite forme di proprietà non statale, — e la straordinaria crescita economica del paese, le condizioni di vita della popolazione — almeno nelle città —, sono mutate e un benessere materiale sconosciuto ai tempi di Mao, anche a prezzo di forti squilibri e ingiustizie, si è di fatto diffuso. Dunque, che bisogno ha questa società dall’economia rampante, alla conquista dei mercati — e non solo dei mercati — di mezzo mondo, di limitare così drasticamente le nascite? Con tassi di produzione così elevati non si riesce ad alimentare a sufficienza tutti i cinesi attuali e futuri? O le statistiche, come non pare, sono un bluff?

I troppi obblighi, della gestante e della vigilante, che traspaiono dal breve colloquio con Cui, segnalano altresì che in Cina la libertà è ancora un’utopia. Che dire infatti di quel divieto legale di mangiare in due? Ci si può chiedere: quali leggi vigono oggi in Cina? dov’è quel diritto romano che vi si vorrebbe introdurre? Pare lo si voglia solo per agevolare la contrattazione con l’Occidente, ma non per quanto concerne i diritti civili.

Altro elemento sinistro: quel “dopo il Wto…”. È dunque questo l’unico criterio e limite che le decisioni dei vertici comunisti cinesi conoscono? La paura di perdere mercati? E se questa paura cade, che cosa imporranno per legge? L’assenza di vere norme etiche, che questo inciso rivela, illumina sulle vere prospettive di chi governa in Cina.
Ma indica anche implicitamente agli occidentali — a Prodi, a Chirac, a tutti gli altri “cino-entusiasti” — quale sia la leva da usare per limitare le violazioni dei diritti umani… e conferma che il discorso sui dazi etici è tutt’altro che utopistico…

L’intervista continua.

Se la persuasione fallisce — e statisticamente fallisce così di rado da far credere che più che persuasione si tratti di pressioni e minacce —, la donna non è comunque libera di mettere al mondo la sua creatura: se lo fa contro la volontà del Partito e dello Stato, sono letteralmente guai.
Infatti il bambino non abortito «non viene registrato, il che significa che non potrà andare a scuola, non godrà dell’assistenza sanitaria eccetera», diventerà cioè un cittadino di serie B e il suo mantenimento sarà totalmente a carico della famiglia. Il che, visti i salari urbani e i miseri redditi rurali, appare un onere insostenibile…
Sembra che la Cina applichi — che non sia un caso? — il cosiddetto “principio di responsabilità” di cui si è fatto latore l’animalista Peter Singer: «vuoi far nascere un handicappato o mantenere in vita un comatoso, puoi farlo, ma sono affari tuoi: lo Stato non se ne occuperà»….

Tuttavia nella “nuova Cina” il denaro circola. E il denaro può molto, forse tutto… Per i ricchi infatti, secondo la signora Cui, «avere il secondo figlio non è un problema, basta pagare una multa. Per qualcuno avere il secondo figlio è diventato uno status symbol. Dopo la nascita i genitori, quando vanno a registrare il bambino, vengono mandati da un giudice il quale stabilirà l’entità della sanzione che va da tre a dieci volte il reddito medio del quartiere in cui vivono». «Chi è povero spesso i secondi figli li nasconde», ammette la signora Cui.

E che cosa accade alla donna cinese se invece accetta di abortire? «Dopo aver abortito una volta una donna non prova più ad avere un secondo figlio». E avendo visto gli ospedali cinesi, quelli per la gente comune — «sporchi, rumorosi, affollati e niente affatto accoglienti» —, non quelli per i turisti o per la nomenklatura di regime, la cosa pare proprio terrificante, commenta la giornalista del Corriere.

Nelle campagne la regola del figlio unico è stata mitigata nel 2002, ma solo nel caso che il primogenito sia una femmina, cosa che nelle campagne cinesi, afflitte da una povertà spaventosa e antica, è da sempre vista come una calamità, un’eventualità da scongiurare e che spesso ha portato e porta all’aborto e all’infanticidio.

Naturalmente, in questa logica radicalmente e drammaticamente secolarizzata, resta costantemente fuori dall’ipotesi la sorte dell’eventuale terzo figlio, per non dire di quelli ulteriori…

[Cfr. MANUELA PERRINO, “Così vieto alle donne il secondo figlio”, in io donna. Il femminile del Corriere della Sera, n. 44, 11-11-2006, pp. 140-146].



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