martedì 17 febbraio 2009


Allarme violenze sessuali

Alto è il livello d’indignazione delle autorità pubbliche, dei comitati di opinione, dei giornali, di ogni e qualunque istanza di se pur minima valenza morale, sui ripetuti casi di violenza su donne.
Approfittare della propria forza, ricevuta in sorte senza alcun merito rispetto ad altri esseri strutturalmente deboli perché “progettati” diversamente e per altre finalità oppure perché contingentemente in condizione di minorazione è un atto infame e vigliacco, che la collettività ha il dovere di prevenire e reprimere con decisione e in tutte le forme possibili.
Ma – c’è un ma – chiunque avesse questo intento si troverebbe e si trova a fare i conti con un contesto, con un milieu, radicalmente favorevole. L’attra­zione sessuale è oggi infatti largamente stimolata e deviata da tutta una serie di fattori, divenuti ormai ambientali, in cui questa violenza matura ed esplode. Proverò a elencarne alcuni.

1. La diffusione della iconografia pornografica più abietta è ormai un fatto endemico e capillare: diversi canali televisivi “dedicati”, Internet e telefonini con immagini di perversioni – “professionali”, artigianali e casalinghe – oltre ogni limite concepibile e a costo zero, film, riviste, romanzi, e chi più ne ha più ne metta. La fruizione di questo materiale, oggi che ogni studente ha un computer, non conosce più barriere, entra aggressivamente attraverso lo spam della posta elettronica fin nell’intimità delle camerette dei nostri figli più giovani.
2. Libertà sessuale completa, non più prevalentemente maschile e non più solo eterosessuale, praticata e pubblicizzata anche da coloro che dovrebbero essere i modelli, i fari, le guide per il popolo e per i suoi cittadini più giovani e meno difesi. E offerta a ogni angolo di strada, e quasi in forme da supermarket lungo le strade fino ai paesi più piccoli dove una volta era il parroco a dettar legge.
3. Ricerca del piacere trasgressivo in ogni sua forma, da quello gastronomico a quello erotico, da quello drogastico a quello uditivo. A che cosa si riducono le serate – e non più solo del sabato – per migliaia di giovani, di adolescenti, di teen agers in luoghi dove si partecipa ad autentiche orge collettive ritmate dalla musica ossessivamente ritmata come nelle tribù primitive? Ballo e sballo, uragano dei sensi, uscita de sé stessi: “sballo” uditivo, “sballo” allucinatorio e, dulcis o amarus in fundo, “sballo” sessuale…
Negli ultimi decenni si è venuto a creare un clima morale, una condizione interiore diffusa, un ambiente morale, in cui per Dio non c’è più posto oppure è sostituito dalla droga – chi non ha notato il “Dio c’è” scarabocchiato sui cartelli stradali lungo molte arterie italiane? –, in cui i cosiddetti “valori” svogliatamente trasmessi dalla generazione precedente – a sua volta figlia, se non di uno “sballo”, di un colossale sbandamento – scompaiono e sono irrisi, in cui l’orizzonte resta popolato solo di “neo-valori” – che poi sono quelli di sempre, antichi quanto l’umanità –: l’effimera bellezza, il successo senza sforzo, la disponibilità di denaro, l’auto più bella (il falso status symbol), le prestazioni sessuali più “eccelse”, la resistenza più strenua agli stupefacenti e alla fatica. Un naturalismo deviato, dominato dalle mode, dai consumi, dalla fuga dalle responsabilità.
Tocco solo alcuni punti, ma il panorama è assai più ampio. E non entro nel merito della mancanza di repressione, che non solo autorizza certi comportamenti ma fa perdere addirittura il senso del confine fra lecito e illecito…
Sono perfettamente consapevole che non per tutti e ovunque è così, che i nostri giovani non siano fatti tutti con lo stesso stampino. Ma, se sono diversi, lo sono per grazia di Dio, in virtù di un habitat diverso, e non di rado a prezzo di uno sforzo personale – ex ante ma talvolta ex post, magari in una comunità di ricupero – che è imposto da questo clima sfavorevole alla virtù in senso lato, dall’onestà alla temperanza sessuale, da questo ambiente, dall’habitat in cui si cresce e si diventa uomini e donne.
Tornando al discorso della violenza sessuale, bisogna aver il coraggio di dire e di scrivere che questo humus non può non condurre a moltiplicare – ci sono sempre stati – casi come quelli che dolorosamente accadono. Perché stupirsi se a qualche giovane la disponibilità a concedersi delle coetanee non basta più? se non basta più la meretrice o il “travestito”? se vuole sperimentare forme “estreme” – ma vecchie quanto la cattiveria umana – di piacere erotico aggredendo una persona indifesa? E se l’autore è un immigrato semi-abbrutito, perché stupirsi che persone lontane da casa e diseducate moralmente – ma non tanto perché represse sessualmente ma perché abituate al tradimento, alla dissimulazione, alla violenza spicciola per procurarsi, chissà, una lampadina, una fetta di carne, una pila – da decenni di “socialismo reale”, davanti all’illimitata possibilità di ubriacarsi che esiste nel nostro Paese – fanno ridere le regulation in termini di orari imposte in alcune città o gli etilometri – possano assalire signore e giovani?
Per concludere pare realmente ipocrita – ma quanta ipocrisia c’è nella nostra democrazia? – fare la faccia dura davanti a episodi di violenza carnale, quando si teorizza che il sesso è de-ordinato rispetto alla procreazione, è fine a sé stesso, quasi l’ultimo “valore”superstite, quando tutta una fascia della società – imprenditori e “maestranze” dell’industria pornografica, prostitute, gioventù –, vive di “carne”, esibita senza decenza e a fine di lucro, è ossessionata dal successo e dall’insuccesso in materia erotica. Se si vuole davvero ridurre i casi di violenza non servono le ronde notturne, ma bisogna tornare a insegnare che cos’è la vita e che posto vi occupa il sesso.
Due lucidi vescovi


Colgo due begli spunti in altrettanti testi di vescovi riportati da Avvenire di domenica 15 febbraio 2009. Il primo è di Carlo Caffarra, cardinale arcivescovo di Bologna, l’altro del vescovo di Grosseto, il meno noto Giacomo Babini.
Nel caso Englaro, ricorda Caffarra, lo schiaffo è stato sì contro il diritto alla vita di una creatura innocente, ma anche contro la pietas cristiana, Per la prima volta in Italia si è scelto con determinazione implacabile di respingere – meglio: «delegittimare nella coscienza del nostro popolo» – un atto di carità a vantaggio di un atto di presunta e malintesa giustizia. Si chiede il cardinale: se certe vite, di comune accordo, non sono degne di essere vissute in base a certi parametri ed è meglio spegnerle, a che cosa serve la tenace e paziente carità degli operatori sanitari cristiani come le suore di Lecco? Finché restava un’opinione di alcuni la cosa era meno grave: ma oggi è lo Stato, attraverso la mgistratura, ad avallarla.
Mentre Babini si chiede: «Ma la Costituzione forse è diventata più importante dei comandamenti di Dio? Siamo stati per 50 anni genuflessi di fronte al termine “Resistenza” e ora sull’altare ci mettiamo il termine “costituzione”?».
Mi pare si tratti di due lucide prese di coscienza del fatto che il “caso” Englaro non sia stato appunto un caso, ma qualcosa di preordinato e che lancia un segnale e un allarme. La prima avverte che il secolarismo ha varcato un nuovo confine, non apprezza più la gratuità cristiana ma le antepone la propria cultura di morte. La seconda comprende che oggi fare la Rivoluzione non consiste più nel – prima fare e poi – difendere la vittoria nella guerra civile, tesi che è stata un autentico grimaldello per arruolare tanti che comunisti non sono mai stati, a partire dai cattolici democratici. Ora, visto che la Resistenza, i cui misfatti affiorano a ogni piè sospinto e che puzza troppo di mitra, non è più difendibile, occorre conservarne lo spirito difendendo contro ogni evidenza l’oggetto che ne è il frutto più maturo e caratteristico: la carta del 1948.
In conclusione due indicazioni preziose per chi oggi conduce la battaglia anche politica per la vita: irrobustire l’alternativa caritativa e lottando per una migliore carta fondamentale della nostra Repubblica.
Monsignor Caffarra va, come gli è solito, ancora più alla radice: di fronte al forsennato razionalismo individualistico che connota questa fase post-moderna: «Di fronte al mistero della sofferenza e del male, alla ragione che non sa rispondere alla domanda “perché?”, non resta che riconoscere umilmente che il mistero, senza negare la ragione, la trascende. Non c’è altra possibilità di salvezza per una ragione che non voglia dissolversi nell’assurdo».

giovedì 12 febbraio 2009


Era brutta e consumata, allora…

Non mi è piaciuto quel “ricordiamola da viva” che Filippo Facci ha pubblicato in prima pagina su il Giornale di oggi 12 febbraio 2009. L’intento parrebbe solo quello di dire: “era molto più brutta in extremis di quanto mostrino le foto apparse a valanga su tutti i giornali e i magazine”. In realtà, poi, Facci si dilunga in una serie interminabile di dettagli fra l’orrificato e il macabro, che ricava da una “fuga” di notizie – originata dai racconti degl’infermieri addetti al trasporto da Lecco a Udine, di due cameramen e di «due giornalisti fidatissimi» per la famiglia – tanto fidati che hanno fatto “trapelare” qualcosa –, fra cui una giornalista della Rai, unica persona ammessa dal padre nella stanza della figlia, e pare anche da un’immagine “rubata” e vista a sua volta da quattro giornalisti, rimastine “sconvolti”. Secondo queste notizie Eluana aveva «un corpo rinsecchito, gli arti da vecchia, rattrappiti», «piaghe sulla guancia destra», «naso ormai enorme», «orecchie deformate, callose», «pupille grandi e spente», «la saliva che le colava dalla bocca», «lingua morta e penzolante», ecc.

Facci non aggiunge giudizi: si limita a riportare dei fatti, chiudendo tuttavia con un eloquente ringraziamento a chi ha visto per aver fatto conoscere la vera immagine della povera disabile.
Il perché questa elencazione apparentemente avalutativa, ma da “museo degli orrori”, pare un evidente escamotage per nascondere la vera tesi: ovvero, se era conciata così, è stato poi davvero un male se Eluana è stata “terminata”?

Ma non è tanto il modo surrettizio con cui Facci ha scelto di presentare la sua posizione a irritarmi. È la sostanza di questa tesi che trovo insultante: insultante per tutti i disabili, i quali ben di rado sono belli, e per i tanti ammalati che non soffrono di alcun morbo specifico, ma solo di vecchiaia. La malattia e la vecchiaia – solo chi vive nella proverbiale torre d’avorio o si pasce di miti astratti può non saperlo – deformano, rattrappiscono, sporcano, imbruttiscono, incattiviscono. Il malato, soprattutto quello terminale, non di rado anche il vecchio, è inguardabile ed è umanamente difficile amarlo e servirlo.
È tuttavia questo un motivo sufficiente per eliminare chi è malato o chi è vecchio? Chi ci ripugna? Chi ci disturba, chi, con il suo bisogno ininterrotto, turba i nostri sogni e manda a monte i nostri progetti? Chi ci ricorda che la vita è una ruota e che ora tocca a lui, ma poi toccherà a noi? Chi ha mai detto che la vita “degna di essere vissuta” coincide con la bellezza e con la salute del corpo? E soprattutto nel caso di Eluana chi ha mai preteso che durante la sua pluriennale condizione di vita vegetativa si mantenesse bella come appare nelle foto giovanili? E, ancora, Facci si è posto l’interrogativo se Eluana sia sempre stata così? se il suo aspetto orribile non fosse invece anche e soprattutto colpa di quasi una settimana senz’acqua e senza cibo, tolti di colpo a lei, così debole? Le suore che l’hanno vista giorno dopo giorno per diciassette anni la ricordano invece ancora bella al momento di lasciare la loro clinica di Lecco. Ma di certo le suore, come la beata madre Teresa di Calcutta che non esitava a prendersi cura con amore gratuito di chi era davvero inguardabile, non sono ammalate di romanticismo, di quel romanticismo che imbeve molti liberali – e che è in sé nient’altro che una forma di malattia intellettuale e interiore – e che traspare nitidamente dalla pur felpata esternazione del giornalista, che si pone peraltro in visibile contrasto con la linea del suo giornale e con la coraggiosa presa di posizione del suo direttore nella vicenda Englaro.

Eluana e il Concordato

La ricorrenza degli ottant’anni del Concordato fra Italia e Santa Sede, caduta proprio all’indomani della dolorosa “chiusura” del “caso Englaro”, è stata occasione per ribadirne ulteriormente, da entrambe le parti, la necessità, l’efficacia, nonché la fecondità.
E in realtà dal 1929, passando attraverso l’inclusione dei Patti del Laterano nella Costituzione del 1948 e per la revisione del Concordato del 1984, pare che i patti, bene o male, abbiano “tenuto” e che la pace religiosa sia stata così garantita, e per un non breve periodo, al nostro Paese.
Tuttavia, qualcosa pare incrinare questo ottimismo bilaterale e mostri come questo rapporto pattizio tutto sommato scricchioli non poco, sì da far nascere il quesito riguardo a qual è e su chi grava il “costo” di questa relativa tranquillità.
Chi ha dovuto più spesso chiudere un occhio e forse anche due per mantenere in piedi il regime concordatario? Lo Stato italiano o l’episcopato?
Partendo dal “chi”, a mio avviso la bilancia pende sensibilmente dalla parte dei cattolici.
Già il fatto che in una nazione al 99% cattolica occorra un regime pattizio lascia alquanto perplessi: perché un Paese quasi totalmente cattolico deve essere “organizzato” da uno Stato – non parlo delle forze politiche – la cui cultura, la cui ideologia, cattolica non è, anzi, senza tanti forse, è palesemente e acremente opposta al tour d’esprit che anima i credenti in Cristo, mentre si rivela assai più vicino all’ideologia “forte” del laicismo di marca radicale e massonico? Che i cattolici italiani accettino che il proprio Stato – ovvero quella struttura, quel guscio, che esiste solo per proteggere la società e per perfezionarne il bene collettivo – sia a-religioso pare già da solo una concessione pregiudiziale, fatta a suo tempo pur di uscire da una situazione di lungo e duro assoggettamento se non di aperta persecuzione come era stato l’Ottocento.

Entrambi i partner sono cambiati, e non poco, dal 1929. La Chiesa, sotto il profilo dottrinale e pastorale, è passata attraverso la stagione di grandi mutamenti coincidente con il Concilio Vaticano II e, soprattutto, con i decenni del cosiddetto post-Concilio che l’hanno oggettivamente resa un interlocutore molto meno esigente nei confronti dello Stato di quanto fosse la Chiesa di Pio XI o di Pio XII, dal momento che è mutato il suo giudizio sulla modernità, si è ampliata la sfera di autonomia riconosciuta alla sfera temporale e sono cadute tutte le riserve nei confronti della democrazia.
Ma anche l’attuale Repubblica non è più il regime fascista di Mussolini. Ovvero un regime con il quale vi era sì sempre un potenziale contenzioso a causa della volubilità della sua “anima” e del suo latente totalitarismo, ma che vedeva nella Chiesa una grande risorsa per la nazionalizzazione degl’italiani e che mai si sarebbe sognato di mettere in discussione principi di morale naturale, che, anzi, con le sue politiche di austerità pubblica e di difesa della famiglia – magari un po’ machiavellicamente, però di fatto – garantiva e promuoveva. Nella legislazione italiana si osserva come, a partire all’incirca dalla morte di Pio XII, nel 1958, l’allontanamento dai principi cattolici, prima, e dai principi di ragione naturale, poi, sia iniziato e sia andato sempre più intensificandosi.
Quello italiano è tuttora – nonostante tutte le pur lodevoli iniziative per superare questi aspetti negativi – uno Stato in cui la pressione fiscale è alta e non può essere né discussa, né sottoposta a referendum popolare perché la Costituzione lo vieta. Dove la scuola non statale è abbandonata al suo destino e il cittadino che vuole usufruirne deve pagare due volte. Dove nelle Università statali non si può insegnare e apprendere la teologia. Dove lo Stato impone i suoi programmi alle scuole private. Dove tutto è burocratizzato. Dove chi ha famiglia paga più tasse. Dove i credenti hanno sempre minor voce in capitolo. Dove la prostituzione, l’omosessualità più sguaiata, la pornografia più squallida e la droga più insidiosa dilagano senza freno. Dove intere zone del territorio conoscono una doppia legalità, quella statale e quella mafiosa.
Ma soprattutto dove si può sciogliere una famiglia ad nutum, con pochi anni di attesa e unilateralmente, e dove si può sopprimere la vita non ancora nata e farlo con l’aiuto dello Stato. Dove si possono manipolare ancora e in certa misura gli embrioni umani. Dove, ora, dopo il “caso Englaro”, lasciato giungere alle sue ultime convulsioni per l’incuria di tutte le autorità che potevano affrontarlo, è possibile uccidere deliberatamente una disabile solo presumendone la volontà auto-omicida.

È questo un quadro costruito per gettare gratuitamente discredito su coloro che sono preposti al bene comune? Non mi pare: è piuttosto una radiografia di una condizione oggettiva, dove il cittadino ragionevole e credente che si riconosce nella Chiesa di Roma trova sempre meno spazio di libertà.
Il cardine del patto fra cittadini cattolici e Stato non è solo la libertà di religione e di culto, ma anche la presenza di strutture pubbliche immuni da veleni anti-religiosi e anti-naturali, esenti da qualunque specie di “cultura di morte” e da ogni elemento che ostacoli la “vita virtuosa in comune”, come dicevano i vecchi teologi, il che francamente non pare essere. Anzi, pare che oggi, anche grazie allo Stato, il cristiano viva immerso in un clima esterno – con ampia penetrazione in interiore hominis – in cui è sempre più difficile mantenersi coerente con le sue convinzioni.

Dunque, c’è da chiedersi se in questo peggiorato contesto abbia ancora un senso un patto. Se vi siano ragioni per mantenere una relazione collaborativa con uno Stato, che toglie sempre più respiro e dignità al cattolico. O non sia meglio – dato che l’armoniosa integrazione dei secoli passati non più essere ragionevolmente attuata – che le due realtà vivano separate, come per esempio in America. Che cos’ha a che fare la Chiesa italiana con uno Stato abortista ed eutanasico, che penalizza la famiglia e se ne infischia della salute morale dei piccoli, dei giovani e dei vecchi?

domenica 8 febbraio 2009


Un “no” che uccide

Che cos’era la dottrina comunista prima dell’Ottantanove? Semplificando, si può ridurre a tre componenti: il materialismo dialettico, l’ateismo che ne deriva e la lotta di classe.
Quest’ultima è venuta meno dopo il fallimento del socialismo “reale” alla sovietica nel 1991.
Che cos’è quindi rimasto dopo tale data nei comunisti di prima del 1989? Le prime due caratteristiche: il post-comunista rimane un materialista, anche se più che un materialista dialettico alla Engels è più simile a un materialista settecentesco o a un positivista ottocentesco. Possiamo dire che, il rattrappirsi dell’evoluzionismo marxiano ha fatto sì che il vecchio materialismo pre-dialettico rimanesse allo scoperto. Ovviamente la complessità e la ricchezza dottrinale di questa versione del materialismo sono molto maggiori che non nel XVIII secolo, perché, anche se per decenni il filone hegeliano-marxista è stato egemone, gli altri “filoni” delle ideologie moderne hanno camminato e per un lungo tratto.
E resta peraltro anche un ateo-ateista, cioè militante, e, per la presenza della prima caratteristica, il suo è un ateismo ancora più radicale, che non nega solo Dio, ma la stessa struttura metafisica e finalistica della realtà.

Mai come in queste ultime ore questa analisi si è rivelata esatta. Che cosa infatti può aver indotto un personaggio come il Capo del nostro Stato a prendere la decisione che ha preso di bloccare il decreto salva-vita di Eluana Englaro? Come si spiega un tale atteggiamento sul piano personale se non con la persistenza nel primo degli italiani, aderente al Partito Comunista Italiano fin dal 1945 e fin da subito dirigente, di una mentalità come quella che ho cercato di descrivere? E non è un caso che tutti gli esponenti del Partito Democratico di origini comuniste – ma anche una post-democristiana come Rosy Bindi –, interpellati sul caso, dagli “onesti uomini” alla “Vannino” Chiti alle milionarie platinate come Barbara Pollastrini o a signore eleganti come Anna Finocchiaro, si siano stracciati le vesti (metaforicamente) davanti all’iniziativa del Governo Berlusconi.
Se poi scendiamo sul piano politico mai come inquesto frangente è emerso lampante qual è il ruolo svolto dall’attuale Presidenza: quello di vestale della vecchia Repubblica, non tanto di quella degli anni Cinquanta-Ottanta a egemonia democristiana ma del regime di unità antifascista – il CLN – a egemonia comunista che ha dominato, anche tingendosi di sangue, gli anni dal 1945 al 1948. Di quel regime elitario e rosso, da nessuno legittimato, se non dalla sua vittoria – grazie agli Alleati – nella guerra italo-italiana del 1943-1945. Oggi l’ideologia comunista si è praticamente estinta e – di certo – anche il sangue. Ma un altro cemento ideologico, ora di segno libertario e ugualitario, è rimasto a legittimare agli occhi dei suoi antichi protagonisti o estimatori quel modello d’Italia.

Un governo di centro-destra, anche dopo il 1948, anche dopo il 1989, può vivere in Italia solo in un regime di “amministrazione controllata”, sotto la sorveglianza di esponenti della vecchia guardia e dei poteri eredi, quanto meno culturalmente, dell’azionismo e del socialcomunismo degli anni postbellici, dovendone subire le impennate improvvise e gli umori cangianti. Una custodia ora volta a reprimere – dalla presidenza o attraverso il braccio sindacale o l’ala rossa della magistratura le eventuali deviazioni e velleità conservatrici del governo eletto e ora, come in questo caso, a difendere la parte peggiore della cultura repubblicana e socialista, quella che esprime cioè quel progetto, emblematizzato ma non esaurito dai radicali, di “allineare” (così si dice) le leggi italiane al resto d’Europa, ma in realtà di far percorrere al Paese quell’itinerario, concepito nelle logge massoniche e denunciato dai cattolici già ai tempi del referendum contro il divorzio, di dissoluzione del costume nazionale, introducendo nelle leggi italiane il presunto “diritto”, dopo quello di sciogliere il matrimonio, di uccidere l’innocente nel seno della madre e quello di “morire” e di “aiutare a morire”, se non addirittura di “costringere a morire”. In tutti questi passaggi, anche nel “caso Englaro” si è sempre scelta la tattica del “caso pietoso”: per il divorzio le violenze in famiglia, per l’aborto il disagio della madre e ora, per l’eutanasia, il presunto desiderio di morte – probabilmente costruito ad arte da persone senza scrupoli (fra le quali, ahimè, il padre) – espresso del tutto informalmente dalla ragazza friulana, solo diciottenne al tempo del suo tragico incidente.

Ora finalmente si comprende quale errore abbia commesso il centro-destra nel contribuire ad affidare la magistratura suprema della Repubblica a personaggi le cui idee sono in stridente contrasto con la realtà nuova, nel bene e nel male, del Paese, a uomini che antepongono le ragioni politiche o tecnico-giuridiche alla vita di una creatura umana innocente, a persone per le quali vale di più la costituzione della vita innocente, a uomini che da materialisti e da atei “post-comunisti” non possono nemmeno immaginare la bellezza della trama di realtà, di essere, naturale e spirituale, che sta dietro, in cui è incastonata, la “vegetazione” della povera disabile.
Né, peraltro, a quali lidi potrà condurre una conclusione omicida del “caso”. Si ricorda spesso, ad altro proposito, citando il Talmud, che salvando un uomo si salva un mondo: dunque dobbiamo credere che il nostro mondo sia perduto?

martedì 3 febbraio 2009

Un gesto "forte" per Eluana?




Dunque, l'ultimo viaggio di Eluana, la nostra Terri Schindler Schiavo, è cominciato e la spirale di follia che ha accompagnato questa vicenda "finalmente" sta per esaurirsi, concludendosi con un omicidio legalizzato. Del resto agli omicidi legalizzati di persone innocenti e non in grado di difendersi la gente comune è ormai abituata, dopo trent'anni di legge abortista!

Non credo che le proteste, pur apprezzabili, possano sortire qualche effetto: troppo forte è il blocco di poteri giudiziario-mediatici-politici che si è coagulato intorno a questa forzata introduzione dell'eutanasia coatta nel nostro "dolce e beato Paese".

Forse solo qualche gesto clamoroso potrebbe servire. Probabilmente non varrebbe a impedire l'omicidio, ma almeno servirebbe per edificare chi difende la vita innocente in tutte le sue fasi e condizioni.

Per esempio, forse se il vescovo di Udine, invece di fare un generico appello "alla coscienza di tutti", come ha fatto, scendesse in piazza e s'incatenasse davanti alla clinica dell'orrore? Oggi le coscienze sono nel migliore dei casi intorpidite, se non del tutto pervertite, sotto una pressione culturale ambientale e negativa, tanto pesante da deformare la struttura portante dell'interiorità delle persone. Fare loro appello comporta perforare la spessa coltre di pigrizia mentale, di cattivo senso dell'uguaglianza e del diritto, di prudenza malintesa che le ottunde. Come ciò può avvenire se si bela, invece che fare la "voce grossa"?

Oppure, se, invece che deplorare, il presule comminasse la scomunica (non è solo sua facoltà, ma suo preciso dovere di fronte a un grave peccato commesso pubblicamente), circostanziata e pesante, su tutti i battezzati che partecipano in qualunque forma all'operazione omicida? So di vescovi americani, giovani e combattivi, che non hanno avuto paura di scoprirsi personalmente nella battaglia per la vita facendosi primi promotori e animatori di referendum a livello di Stato: e non di rado hanno vinto, allontanando, almeno per un po', anche se non sconfiggendo, prospettive del tutto maligne.

Se non si dà un richiamo e un esempio forti, due settimane dopo l'uccisione di Eluana nessuno ne parlerà più: già è significativo che nel Corriere della Sera online di oggi la notizia del trasferimento di Eluana verso la morte sia affiancata dall'ultima notizia su quanto accade nella casa del Grande Fratello!

E i vescovi italiani? Spero solo che la Conferenza Episcopale rifletta attentamente sulla vicenda, una volta consumato il crimine. Non tanto sui termini morali della questione, che sono nitidissimi, ma sulla mollezza con cui, come singoli e come corpo, affrontano problemi che ormai fanno cadere la maschera dei diritti e intravedere il ghigno satanico del Nemico. Il demonio non si affronta con gli appelli: si combatte a muso duro con la preghiera (magari con l'esorcismo), con il digiuno e con il sacrificio. Soprattutto senza rispetto umano, che è il capitale maggiore su cui speculano le forze di morte oggi come ieri.

venerdì 30 gennaio 2009

A "sproposito" di Insorgenza




Il problema storico dell'Insorgenza, cioè di quel grandioso ciclo di moti popolari che accompagna e contrasta la dominazione francese e napoleonica in Italia e nei Paesi europei tra la fine del Settecento e i primi decenni del secolo XIX, è tuttora aperto e le ricerche in merito sono tuttora largamente in stato di work-in-progress.


C'è tuttavia chi presume di considerare chiusa la questione sul piano scientifico, ma lo fa non adducendo nuovi fatti bensì anteponendo tesi e stereotipi interpretativi improntati all'ideologia progressista. Questo atteggiamento è quindi portato ineluttabilmente a condannare ogni lettura che muova da presupposti nuovi, diversi - per esempio conservatori -, nonché ogni sforzo di ricerca che parta da ipotesi di lavoro originali e spregiudicate. Di qui i reiterati attacchi che determinati gruppi di studiosi hanno portato e portano contro quella nuova storiografia, nata negli ultimi decenni, la quale offre dell'Insorgenza una visione più ampia, meglio fondata e meno condizionata da premesse ideologiche. In questi ambienti esiste in effetti il timore diffuso che rivalutando - o solo riscoprendo - questa pagina di storia di possa rimettere in discussione il profilo identitario della nostra nazione e, quindi, si possa attentare non tanto agli assetti costituzionali instaurati nel secondo dopoguerra, di loro abbastanza ampi, quanto a quella torsione in senso eversivo del dettato costituzionale attuata dalle forze di sinistra dal 1948 in poi, palesemente contro la volontà popolare. Il pericolo mi pare alquanto remoto e per certo non esiste un complotto contro l'identità "antifascista" condotto da ambienti reazionari legati alla "destra" al potere. Va comunque detto che la lettura del passato è di suo in continua evoluzione e, se le conclusioni più aggiornate e qualificate fanno emergere aspetti non considerati, è altresì giusto che le istituzioni pubbliche tengano conto di tali realtà e non esitino a rimodellarsi di conseguenza. Per esempio, la domanda di "federalismo", che sale da più parti del Paese, ha ragioni storiche profonde, che risalgono alla negazione delle tradizionali autonomie di governo delle comunità italiane attuata dalla neonata monarchia unitaria dopo il 1861. La riscoperta e la denuncia di questa negazione - che già a suo tempo incontrò aspre critiche - da parte di storici contemporanei per lo più fuori dall'"apparato" ha dovuto combattere per decenni contro la tesi opposta secondo cui il centralismo era l'unico modello idoneo al Paese. Ora, assistiamo invece al ristrutturarsi - pur con ampi margini di dubbio sulle modalità - delle istituzioni italiane su base federale o, quanto meno, decentrata. Aprendo una parentesi, questa distinzione non è oziosa ma, anzi, doverosa poiché il federalismo autentico, secondo la lezione profondamente sapiente del filosofo svizzero della politica Gonzague de Reynold, deve nascere dal basso, come libera associazione di corpi sovrani preesistenti, e non come provvedimento legislativo che cade dal vertice sulla base.

In ogni modo, se la vulgata sul federalismo si fosse conservata immutata, oggi il problema della sanatoria dei guasti del centralismo non sarebbe neppure all'ordine del giorno.

Il che vuol dire che attaccarsi tenacemente a visioni oleografiche del passato solo per ragioni ideologiche è non solo sbagliato sotto il profilo "professionale", ma anche nocivo per la comunità nazionale sulla quale il lavoro dello storico si riversa e al cui bene il suo sforzo trova la sua finalizzazione.

In questa prospettiva allego il link a un mio articolo che la rivista Studi cattolici ha publicato nel numero di gennaio 2009, in cui tutte queste tematiche sono sviluppate più in ampio.


martedì 20 gennaio 2009

Farewell , mr. George W. Bush!


Per che cosa sarà ricordato il quarantatreesimo presidente americano, George Walker Bush? Di certo per l’ostilità granitica, ininterrotta, talora sguaiata dei mass media. Sono oramai all’undicesimo presidente americano: sono nato sotto Truman e ricordo nitidamente Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Reagan, Clinton: almeno da Kennedy, grazie alla televisione che arrivò nella mia casa nel 1960, ricordo anche le immagini. Per questo credo di poter dire che mai un presidente ha ricevuto un simile trattamento da parte della casta di Hllywood, della carta stampata e del tubo catodico.
Mai la satira credo si sia accanita con così poca misericordia e in maniera così scomposta contro un personaggio politico di quel livello. Su di lui, nel corso del mandato medesimo, sono apparsi ben due lungometraggi – quello, più documentario, di Michael Moore e W. di Oliver Stone – entrambi con l’effetto – e con l’intento – di stroncarlo in radice non solo come politico ma anche, cosa forse mai accaduta, come uomo, facendolo passare per poco più di un deficiente, di un cafone, di un figlio di papà, di un complessato rispetto al più bravo e “cocco di papà” fratello Jeb. Ciò risalta ancor di più se si osserva con quale autentico peana, ancora a bocce ferme, si astato investito sui media di tutto il mondo il neo-eletto Barack Hussein Obama, un encomio di massa pari solo a quello – maturato peraltro in itinere, data l’ostilità iniziale del mondo wasp per il presidente irlandese e cattolico –, che a suo tempo circondò un personaggio umanamente e politicamente discutibile come John Fitzgerald Kennedy con una sorta di aureola da beato ante litteram.
Eppure George Bush jr. è stato un grande presidente, sicuramente non il peggiore “tecnicamente”, anche se, forse sulle sue doti umane, fanno aggio i contenuti della sua politica.
Dal punto di vista personale non era possibile non notare le sue debolezze e le sue carenze di physique du rôle. Soprattutto se lo si confronta con autentici maghi della comunicazione come Ronnie Reagan. La cultura popolare del suo paese di provenienza, il Texas, la gioventù alquanto scapestrata, la sua poca dimestichezza con i libri – nonostante due lauree, Yale e Harvard, e un MBA – hanno senza dubbio reso un po’ poco oliato e anche alquanto rozzo il suo comunicare e un po’ esitante la sua presenza in occasioni in cui si doveva possedere un minimo di verve e di bagaglio culturale. Va poi considerato comunque il suo enorme sforzo, coronato da successo, di liberarsi per sempre dalla schiavitù dell’alcool, dalla superficialità morale, da una vita senza obiettivi, che lo ha portato simultaneamente a tornare alla salute e alla fede. Né mi pare da sottovalutare un altro aspetto che dovrebbe essere giustamente apprezzato soprattutto da chi è credente: una vita pubblica senza la minima ombra. Nessuna amante, nessun episodio di corruzione, nessun favoritismo, nessuna nota-spese gonfiata, nessuna palazzina costruita con fondi pubblici: un curriculum politico di otto anni – si noti bene – del tutto immacolato. Anzi a lui si deve l’aver introdotto nelle riunioni politiche qualcosa che forse è meno estraneo al costume americano di quanto lo sia a quello europeo, ma che rappresentava comunque un novum anche per l’America e cioè la preghiera pubblica.
La sua forza sono stati fuori di dubbio la potente famiglia, i collaboratori e la ormai rodata attrezzatura culturale e pre-politica del mondo conservatore che lo hanno sostenuto e forse anche guidato con vigore.
Ma sotto il profilo del suo programma di governo, dei suoi adempimenti e del polso fermo da lui costantemente mantenuto in frangenti, non lo si dimentichi, di una complessità e di una delicatezza tali – e con un tasso di novità così alto –, da richiedere doti di analisi e di pratica politica del tutto non comuni.
Farei iniziare il bilancio dallo senario geopolitico.
A lui è stata rimproverata soprattutto di aver intrapreso la guerra contro Saddam Hussein senza sufficienti motivi. Così pure di aver barato, dando per concluso un conflitto che al momento della dichiarazione della vittoria era in realtà appena agli inizi. Una guerra che aveva provocato più danni che non effetti benefici, destabilizzando tutto uno scenario regionale e provocando la reazione corale dell’islam fondamentalista.
Ebbene, non è vero: l’attacco all’Iraq è stato un colpo forse non condotto al meglio, ma di certo ben assestato, perché volto a liberare un popolo da un sanguinario tiranno, a costituire una retrovia fondamentale per l’Afghanistan e porre un argine necessario alla potenza fondamentalista iraniana – ora l’Iran confina con gli Usa –, nonché a creare uno scudo essenziale per la sopravvivenza di Israele in un contesto di più pericoloso revival islamico. Ha stornato altresì la minaccia terroristica dal territorio americano forse per sempre.
L’impegno in Iraq è stato un programma bellico attuato con poche risorse materiali – quanto meno rispetto al Vietnam e al Golfo – e con molta inventiva strategica e tattica – dai “droni” al “Surge”, all’impiego ampio come non mai di risorse femminili –, quindi con poche, sottolineo poche, vittime. Qualcuno ha forse dimenticato le sterminate distese di croci bianche dei cimiteri militari alleati in Francia, in Italia, in Oriente? La guerra in Iraq è costata meno di una battaglia di medio livello della campagna contro il Giappone del 1942-1945. Certo vi sono state vittime civili e non poche, anche se esse vanno attribuite al terrorismo internazionale islamico e agli scontri tra fazioni religiose, che non alle operazioni belliche: ma si può dimenticare quanto è stato spaventosamente alto in termini di vittime civili la liberazione dell’Europa? In Iraq l’effetto è stato inversamente proporzionale al costo. Bush ha fatto una guerra preventiva? Certo: ma chi può dire che è sempre sbagliato schiacciare il grilletto per primi? E chi può stabilire oggi, in tempi di guerra asimmetrica e condotta da soggetti incontrollabili, dato che non sono più gli Stati sovrani, quando un conflitto armato scoppia?
Bush fatto a meno dell’Onu e non ha voluto ascoltare l’accorato appello di Papa Giovanni Paolo II? Sì, è vero. Ma l’Onu, oltre a rivelarsi sempre più incapace di agire, è ormai il luogo dove si boicotta qualunque sforzo volto, prima del 1991 ad arginare il comunismo e, ora, a combattere le nuove minacce per la civiltà occidentale. E il Papa? Il Papa ha svolto il suo ruolo con rigore e con correttezza: ma la decisione di fare o no la guerra in temporalibus, dopo averne valutato i pro e i contra oggettivi e non solo quelli di principio, a rigore non spetta al Papa, bensì a chiunque sia il legittimo reggitore di popoli in questione. Sarà poi eventualmente il Papa a giudicarne la coscienza in foro interno: ma non è il Papa il Capo del Governo.
E in politica si segnalano altri importanti facts che ridondano a suo lustro. Per esempio l’apertura alla revisione del giudizio storico-politico – in un discorso durante la sua visita in Lettonia – sulla seconda guerra mondiale e sull’abbandono all’Urss di metà Europa come prezzo della sua collaborazione – ma anche autodifesa e con le armi americane – per sconfiggere l’hitlerismo. E anche l’avallo indiretto delle critiche di passività o di scarso impegno rivolte agli Alleati quando si trattò di salvare le centinaia di migliaia di deportati civili, soprattutto ebrei, detenuti nell’arcipelago del Lager nazionalsocialisti fra il 1942 e il 1945. Quell’avallo che si può evincere da quelle parole “We should have bombed it” ("avremmo proprio dovuto bombardarlo") da lui pronunciate durante la visita allo Yad Vashem di Gerusalemme davanti ai pannelli che riproducevano il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
Ancora: il suo intenso e costante impegno a favore della vita innocente. Non ha sospeso la pena di morte, ossia il diritto-dovere degli Stati di punire, dopo tutti i possibili giudizi, il colpevole adulto – si ricordi che nella Russia bolscevica anche i minorenni erano passibili di sentenza capitale – di delitti orrendi con la morte, ma ha difeso in maniera strenua, nei limiti non enormi che l’assetto costituzionale degli Usa gli consentiva, la vita umana non nata, rifiutando le sovvenzioni statali alle organizzazioni abortiste, restringendo la casistica di aborto, aiutando la maternità. Il che non è andato separato dalla difesa della famiglia, in particolare cercando di far costituzionalizzare il matrimonio esclusivamente eterosessuale.
Infine, la sua chiara dottrina anti-comunista: per esempio, non ha tolto l’embargo a Cuba, come il coro dell’establishment progressista non ha mai smesso di chiedere con insistenza. E ha voluto presenziare autorevolmente all’inaugurazione del – piccolo ma importante – monumento alle vittime del comunismo inaugurato a Washington nel 2007.
Ha dovuto affrontare la strage delle Torri Gemelle, con il suo spaventevole impatto psico-sociale. Ha dovuto dare inizio a una dura e lunga lotta contro il fondamentalismo talebano afghano, le minacce e le provocazioni nord-coreane, la rivolta dei Paesi dell’America Latina sempre più dominati da coloriti semi-autocrati socialisti, che non rifuggono dall’acquisto di armi strategiche dalla Russia e dal commercio con la rossa Cuba. Non ha ceduto davanti al neo-imperialismo di Vladimir Putin, né davanti all’invasività – forse una guerra asimmetrica clandestina – commerciale e strategica della Cina. Ha dovuto fare una difficile guerra a migliaia di chilometri dalle coste statunitensi e iniziare a prendere provvedimenti contro la terribile crisi economica mondiale scoppiata lo scorso anno.
Il bilancio sarebbe più lungo, ma credo di aver messo abbastanza carne al fuoco.
Come accennato, molto di quanto ha compiuto è stato applicazione della dottrina politica del mondo conservatore americano e frutto della bontà del personale politico che negli ultimi decenni si è preparato nelle miriadi di fondazioni, di master, di summer school, di corsi universitari – che non sono più monopolio delle sinistre –, di corsi di formazione, di libri, saggi e articoli pubblicati dai media conservatori. Bush jr. – sudista la cui investitura suprema ha forse ridotto il gap fra il Sud e il Nord yankee –, è stato come non mai espressione di questo milieu della nazione americana, che ha cominciato a risvegliarsi alla fine degli anni 1950 ed è cresciuto in maniera impressionante, esplodendo con la presidenza Reagan e radicandosi in maniera ormai irrevocabile durante le tre presidenze di Bush sr. e di Bush jr.

* * *

Non so se ora George “Dabliù” Bush vorrà riposarsi, dedicandosi più di prima alla fedele consorte e alle sue due gemelle: può darsi che continui in altra forma l’impegno politico. Certo è che i problemi di cui occuparsi, in primo luogo evitare che la sconfitta in una battaglia si trasformi in sconfitta nella guerra fra i conservatori del suo Paese, sono tanti e il suo apporto potrebbe essere prezioso. Comunque, lo voglio immaginare nel suo ranch in Texas, in sella a uno dei suoi cavalli, mentre, cavalcando, agita festosamente al vento il suo Stetson, godendosi un po’di quella libertà senz’altro troppo e male apprezzata in gioventù, ma sacrificata in seguito non poco alle esigenze della politica, e che grazie anche al suo sforzo, oltre che al sangue di migliaia di americani e di americane, è stata restituita a tanti popoli della terra.

Il “diritto” di morire non esiste


“Diritto di morire con dignità”: è uno slogan che si sente ripetere ormai da ogni pulpito mediatico. Chi riferisce fatti e circostanze concrete li rubrica ormai, in maniera apparentemente neutra, sotto questa voce. Ma vi è anche chi – spesso importanti ed esperti giuristi –, la usa intenzionalmente per descrivere con termini “a effetto” un aspetto dell’ideologia etico-giuridica progressista, imperniata sui diritti, veri o presunti, dell’uomo, per indicare il “diritto” che ciascuno avrebbe di porre fine ai propri giorni senza attendere la morte naturale.
Tuttavia, un’analisi anche superficiale dell’espressione induce a porsi non pochi interrogativi riguardo allo scenario normativo, già esistente oppure in fieri, che essa configura.

Morire è un diritto? E poi perché solo morire “con dignità”?
Se si riflette, per ciascun individuo autocosciente morire è certamente una facoltà. Ognuno di noi sotto certe condizioni può optare per porre fine alla propria esistenza e può altresì riuscirvi praticamente senza fallo: quanti sono i casi di tentato suicidio reiterati fino a quello “buono”... Uccidersi – come pure uccidere – o lasciarsi morire è oggetto della nostra libertà. E la gamma degli strumenti a disposizione è direttamente proporzionale alla fantasia dell’uomo…
Ma morire è anche un diritto? E, ancor prima, che cos’è un diritto?
Secondo una classica definizione giuridica la giustizia, ciò che è conforme al Recht dei germani e allo ius dei latini, cioè al diritto, “est suum cuique tribuere”, dare a ciascuno il suo. Il diritto è dunque qualcosa che ciascuno possiede come schiettamente “sua”, che gli compete, che gli è dovuta. E in virtù di che cosa? Del fatto che è fatti come siamo fatti, per la sua “natura” e per la sua essenza umane. Quindi, per il fatto di essere creatura razionale e morale, ovvero che non obbedisce a una legge – che comunque lo precede – meccanicamente o fatalmente, ma per la propria libera volontà.
Il darsi la morte è dunque qualcosa di nostro, che ci appartiene, qualcosa che inerisce alla nostra natura di essere ragionevole e morale? Tecnicamente sì. Ma lo è anche sotto il profilo del “dover essere”, di ciò che ci compete sempre e ovunque? Allora, senza alcuna esitazione, no.
Il vivere non è frutto di una nostra volontà deliberata: ci si trova “vivi” quando, a un certo punto della nostra crescita, si avverte non più solo istintualmente che siamo cosa diversa da un sasso o da un animaletto – un insetto, un uccellino, una lucertola – che non si muove più…
Così pure il momento della fine “naturale” della vita e il modo in cui usciremo da questo mondo ci sono ignoti. Ora, il non conoscere né l’inizio né la fine di un processo in cui pur siamo coinvolti in radice ci dice ragionevolmente che tale processo non è nella nostra disponibilità e che, come non possiamo attivarlo ad nutum, così non possiamo interromperlo deliberatamente.
Dunque, né uccidersi né lasciarsi morire è del tutto possibile ma non è mai un diritto.
Non essendo un diritto, l’azione di attuare la propria morte o di aiutare una terza persona a infliggersela, uccidendola positivamente oppure lasciandola morire di stenti o di fame o di sete, è sempre un’azione illecita, quindi in tesi sempre e ovunque illegale.
È elementare osservarlo – e queste brevi note sono solo riflessioni di un soggetto che non né giusperito, né filosofo –, per cui lascia davvero sgomenti e produce un’acuta amarezza vedere ordinamenti civili lasciare tranquillamente esistere e operare organizzazioni, come la nota e trista “Exit”. A riguardo, forse non è del tutto noto che le iniziative a favore dell'eutanasia e del suicidio in proprio o assistito sono promosse da un poderoso network internazionale, The World Federation of Right to Die Organizations, fondata nel 1980, che raggruppa ben 38 associazioni di 23 Paesi e la cui mission è “difendere o proteggere il diritto di auto-determinazione dell’individuo alla fine della vita” – ovvero la cui ragione sociale è il suicidio organizzato e a pagamento – e il cui motto è “Difendere la scelta di una morte dignitosa”. Se non si tiene conto di questa trama di fondo, che agisce per lo più discretamente, non si capisce come “casi” apparentemente spontanei, come il tentativo di porre fine ai giorni di una disabile grave come Eluana Englaro non solo possano sorgere ma vengano condotti avanti fino alle estreme conseguenze con una volontà ferrea e refrattaria di ogni considerazione razionale ed emotiva.
Si tratta di un atteggiamento apparentemente filantropico, ma che trasuda una rivolta in nome dell'autoreferenzialità che difficilmente si spiega, se non rievocando quell’odio per la vita e, attraverso di esso, per il Creatore, che ha caratterizzato correnti dell’antico dualismo gnostico... Ed è curioso – ma fino a un certo punto – osservare come queste posizioni siano quasi sempre accompagnate da una intransigente opposizione alla pena di morte. Si trova cioè giusto conferire a un singolo o a terzi privati il diritto di uccidere una persona – non solo quando è ancora in utero, ma adulta perché ammalata oppure semplicemente stufa di vivere –, più spesso una persona debole e innocente, mentre si nega di principio all’autorità legittima, sotto ben precise condizioni, il diritto-dovere di punire anche con la morte per liberare definitivamente la società da soggetti altamente nocivi, in genere adulti e responsabili, condannati in ultima istanza per gravissimi delitti. Ed è ancor più curioso, al limite, vedere che nella medesima prospettiva si estende talora questa opposizione allo stesso ius belli, al diritto-dovere cioè che ha uno Stato di fare la guerra per difendere la comunità cha ha la missione di organizzare.

Come ultima osservazione, se, paradossalmente, il diritto a morire prima della morte naturale esistesse, perché lo si ammette da taluni – ovviamente esiste chi difende il diritto al suicidio, autonomo o assistito, tout court – solo purché ciò avvenga “per” dignità e “con” dignità?
Perché invece non quando viene attuato con modalità “indegne”, nel fine e nel modo? E che cosa vuol dire “degno” in questo contesto? Degno è ciò che si confà al nostro status, alla nostra condizione obiettiva. Il termine copre una gamma vastissima di proprietà umane, degno può essere ciò che inerisce alla nostra umanità oppure semplicemente alla nostra condizione sociale o alla nostra classe di età, e così via… Per cui, come si può stabilire e chi può stabilire quando qualcosa – nella fattispecie il morire prematuro e volontario –, sia un modo di lasciare questo mondo “degno”? Qual è il criterio?
La forma della morte? Cioè, chi si butta dal settimo piano oppure si getta sotto un treno in corsa si uccide in maniera “indegna”, mentre chi si taglia le vene o si fa praticare un’iniezione letale, no? Il “degno” sta dunque nell’evitare le brutture che la fase terminale di una malattia c’infligge? Evitare il dolore, la sporcizia, l’umiliazione del non poter più disporre del proprio corpo e delle sue funzioni anche più elementari?
Oppure il fine? Ma oggi c’è chi vorrebbe morire perché è diventato brutto, oppure per una delusione amorosa o per debiti o perché è morto il cagnolino… Non è una battuta: la condizione moderna, con la solitudine e l’indifferenza che induce, non di rado porta personalità psicologicamente fragili o più spesso “infragilite” a trovare ragioni per morire in cose di una secondarietà assoluta, a fronte di accadimenti che avrebbero incontrato l’indifferenza o forse sollevato l’ilarità di un uomo o di una donna del nostro ben più difficile passato…

Tutti questi interrogativi mi pare minino in radice la sensatezza dell’espressione segnalata in esordio e rafforzino invece la nozione di esistenza come datum, come cosa che ci viene consegnata da altri, o, quanto meno, di una realtà nostra ma totalmente indisponibile a noi stessi e a terzi. Un datum che, se lo si legge alla luce di categorie che non sono meramente naturali – le quali sono comunque più che sufficienti per normare i comportamenti dell’uomo in società e delle società nei riguardi del singolo –, diventa donum e opportunità unica e preziosa non solo per affrontare la propria fine naturale, ma anche per varcare “con dignità” – questa volta sì il termine ha senso – la soglia della morte e addentrarsi nella “vita vera” dell’anima che non ha fine.
19-1-2009

sabato 3 novembre 2007

L’ineffabile Sergio Romano non viene meno alla sua fama di “cerchiobottista”.
Da una parte le sue lucide analisi dispensano, infatti, quasi quotidiane pillole di saggezza e di severità nonché frequenti rampogne sulla decadenza politica del paese. Dall’altra, invece, l’autorevole commentatore politico non si fa scrupolo di bacchettare il Papa e di ammannire una sonora reprimenda ai cattolici in materia di diritto all’obiezione di coscienza per i farmacisti che vogliano sottrarsi all’obbligo (per ora potenziale) di vendere prodotti abortivi chimici.

Romano, nella rubrica di lettere di cui è titolare sul Corriere della Sera (3 novembre 2007), si premura di precisare che chi svolge una “funzione pubblica” non può non obbedire alle leggi dello Stato e, se non lo vuol fare, è meglio per lui cambiare attività, nella fattispecie trasformarsi da farmacista in un volgare “negoziante”.
Tralascio la replica sui singoli punti – che opinione ha della professionalità e della deontologia dei farmacisti, Romano? come concepisce la funzione pubblica, come un ministero o un esercito, oppure come il libero esercizio di funzioni a vantaggio della collettività che chiunque può svolgere e in molti casi, non messi in discussione, di fatto svolge? Come si sposa questa concezione vetero-statalista con il fallimento mondiale dell’equazione pubblico = Stato? – e mi limito a due domande, più o meno “retoriche”.

Se si afferma da più parti che un soldato hitleriano aveva il dovere di disobbedire a un ordine di sterminio, perché invece si nega al farmacista – che per di più non è un soldato e non vuole affatto sopprimere bensì permettere che nasca una vita –, il diritto di dire di no, almeno per quanto lo concerne – cioè dispensare sostanze che curano e non veleni –, a una quasi certa (Norlevo) o inevitabile (Ru 486) soppressione di vita umana innocente?

E se, in virtù di una legge dello Stato – può capitare, ed è capitato –, un giornalista come Romano fosse obbligato a scrivere articoli di apologia di fascismo e questi, fondandosi sulla sua libertà di coscienza, rifiutasse di farlo, ci sarebbe qualcosa da eccepire? Credo proprio di no. E se qualcuno gli facesse osservare che, se non vuole obbedire a una legge dello Stato, può fare, invece che il giornalista, il copista, lo scriba, il dattilografo, cosa che nella maggioranza dei casi equivale in realtà alla disoccupazione?

Questa defaillance del noto scrittore è tuttavia rivelatrice di un altro aspetto sconcertante per i più. Di quale sia cioè la mentalità, la “cultura”, di un certo ambiente, politico e pre-politico, che si potrebbe definire “conservatore nazionale” o liberal-conservatore. Si tratta di una cultura che in Italia è abbondata nei due secoli passati, dal liberalismo “di destra” – alla Crispi – a un certo nazionalismo novecentesco. Una posizione sostanzialemente agnostica in religione, relativista in morale e laicista “moderata” nella politica ecclesiastica, che all’esterno ostenta una faccia conservatrice e che pone l’interesse nazionale come prima cosa, quindi lato sensu autoritaria. Mentre poi, ad intra, professa o anche solo dà diritto di cittadinanza alle teorie più “liberali-libertine” di volta in volta possibili, proprio in nome di quella statolatria attraverso cui esprime un culto della nazione così forte da rendere relative anche le opzioni religiose e morali. Solo che due secoli fa era in gioco magari la libertà di fare i propri comodi in campo sessuale, oggi, invece, nel degrado etico generale, è in gioco di decidere della vita o della morte dell’essere più debole che possa esistere.

Se si vuole dunque difendere la vita, la famiglia e l’educazione – le basi non negoziabili di ogni convivenza civile – bisogna diffidare di queste posizioni falsamente conservatrici e francamente falsamente autorevoli, che – magari per ragioni “superiori” o apparentemente “nobili”, ma più spesso logora reiterazione di luoghi comuni vetero-laicisti –, con serenità oggi danno un colpo al cerchio (la politica attuale) e domani magari, con la stessa serenità, alla botte (il concepito o il matrimonio naturale o la scuola libera).

mercoledì 1 agosto 2007

«Cattolici adulti» e tasse

Per l’ennesima volta il nostro ineffabile premier Romano Prodi ha perso l’occasione di stare zitto.
Il più noto dei «cattolici adulti» è infatti uscito con queste dichiarazioni, rese in un’intervista concessa a Famiglia Cristiana e riportate dal Corriere della Sera del 1° agosto: «Un terzo degli italiani evade. Tutti facciano la loro parte. Perché, quando vado a messa, questo tema non è quasi mai toccato nelle omelie? Eppure ha una forte carica etica».
Parto la falsità dell’assunto che i preti non parlino del dovere di pagare le tasse: a me è capitato più di una volta di sentire tali richiami nelle omelie, anche se, ahimè, quasi sempre nella medesima ottica «monca» del premier; ma non solo: la Conferenza Episcopale Italiana nel 1991 — dunque ben prima che esplodesse «Tangentopoli» — ha emesso un ampio documento intitolato Educare alla legalità, in cui questo tema trova ampia accoglienza. Da allora l’educazione alla legalità è entrato (basta fare qualche ricerca in Internet) nella pastorale di più di una diocesi italiana e nei programmi dei gruppi giovanili, per esempio degli scout. E il Catechismo della Chiesa Cattolica conferma in pieno la doverosità in questione (cfr. n. 1916: «La partecipazione di tutti all'attuazione del bene comune implica, come ogni dovere etico, una conversione incessantemente rinnovata dei partner sociali. La frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni si sottraggono alle imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno condannati con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia. Ci si deve occupare del progresso delle istituzioni che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini»).
Ma c’è di più: davanti agli occhi del nostro premier, «cattolico adulto», sfilano tutti i giorni in maniera torrentizia episodi clamorosi d’immoralità, appelli pressanti, richieste prepotenti, aperti attentati all’eticità della vita e disprezzo della religiosità: eppure tra le forme di comportamenti anti-etiche riesce ad accorgersi solo dell’evasione delle imposte. Degli embrioni massacrati, degli aborti «legali» a valanga, dei matrimoni omosessuali, dell’eutanasia, della pedofilia, dello sfascio morale prodotto dalla pornografia dilagante e tracimante: di tutto questo, come dicono a Roma, non gliene può fregare di meno… Invece che sottolineare il danno irreparabile apportato al tessuto della convivenza civile da una immoralità ormai entrata nei codici a Prodi importa solo che il cittadino, nonostante il marasma che lo circonda e che arriva al punto di far diventare una questione nazionale lo smaltimento dei rifiuti o , sia puntuale e docile nel finanziare uno dei principali agenti di questo sfascio della società: lo Stato democratico post-moderno temporaneamente affidato alle sue mani. Incredibile ma vero.
Le esternazioni prodiane sono tuttavia rivelatrici di qualcosa di più ampio e drammatico, che investe il campo della cultura religiosa e politica dei nostri governanti. Il doloroso strabismo di cui oggi si fa testimone Prodi, che fa considerare normalità malattie sociali gravissime mentre sopravvaluta comportamenti di certo riprovevoli, ma in ultima analisi «fisiologici», rivela una visione del rapporto con la Chiesa e delle priorità nei confronti del bene comune che devono ispirare l’azione del politico e ancor di più dell’uomo di governo che, sotto un aspetto pare mille miglia lontano dalla retta opzione cristiana e, sotto un altro, sembra quasi coincidere con quelle ideologie della modernità estrema che da decenni funestano il panorama della vita politica in Italia e nell’occidente. In particolare pare enorme il fraintendimento sul ruolo dello Stato e sui doveri del cittadino nei sui confronti. Pare che Dio abbia creato lo Stato democratico post-moderno così com’è… E invece questo è nato dalla deformazione secolare dell’organismo politico fondato all’epoca della post-romanità, differenziandosene sempre più in termini di libertà concrete, di autonomie, di autogoverno, che ha costantemente risucchiato dalla società verso apparati anonimi e meccanici.
Questo processo (che sarebbe troppo lungo descrivere) ha richiesta un sempre maggiore drenaggio di risorse dalla società che ha raggiunto gli aspetti parossistici dello Stato odierno per il quale il cittadino lavora in media sei mesi all’anno prima di poter lavorare per sé stesso. E questo è un dramma autentico che ciascuno vive sulla sua pelle e non un valore come per gli statalisti socialisti e per i «cattolici democratici». Un dramma che nel nostro paese è acuito dal fatto di avere uno degli apparati pubblici più faraonici, più simile a una democrazia popolare che non a uno Stato liberaldemocratico che poi rende ai cittadini un servizio dei più scadenti al mondo. E spesso il non pagare le tasse o tutte le tasse dovute (nonostante la sempre maggior difficoltà di attuare un simile comportamento) non è altro che una forma di auto-difesa o di protesta individualistica, una sorta di sciopero che il cittadino, infischiandosene di ogni e qualunque struttura deputata a trasferire le sue istanze verso il potere, applica autonomamente e un po’ anarchicamente.
Dunque, se è vero che ciascuno deve contribuire alla vita di quel «guscio» della società che è lo Stato, lo Stato ha il dovere di chiedere alla società il contributo minimo possibile riducendo il suo apparato e facendolo funzionare in maniera efficiente. Non solo: lo Stato stesso ha il dovere di promuovere il bene comune, il quale inizia dal divieto legiferare a favore dell’errore e del male. Sempre il Catechismo recita al n. 1923: «L’autorità politica deve essere esercitata entro i limiti dell’ordine morale e garantire le condizioni d’esercizio della libertà». Altrimenti il suo buon diritto conosce un forte ridimensionamento etico e morale. E questo è esattamente ciò che la dottrina sociale della Chiesa insegna. Forse Prodi non la conosce? non conosce il Catechismo? Se così è gli consiglierei di leggerlo prima di parlare di eticità. Non credo tuttavia che non lo conosca: è che nella sua prospettiva un insegnamento così preciso e autorevole sfuma, scolora, non è rilevante, non è in primo piano. Il problema è tutto culturale. Nella cultura politica dei cattolici democratici la subordinazione ai miti politici della modernità è totale, dalla visione della storia alla dottrina sulla società. E questa totalità si esprime proprio nella preferenza per la politica moderna a discapito della dottrina: se la Chiesa dice qualcosa di diverso dall’ultima cultura politica «laica», è la Chiesa che sbaglia… E recenti uscite di amici politici di Prodi, come Rosy Bindi e Pierluigi Castagnetti, che con questo animus attaccato hanno l’attuale «gestione» del Pontificato come un’anomalia sono del tutto eloquenti…
C’è da chiedersi dove si voglia arrivare: il gioco in effetti è sempre più smaccato e perde sempre più presa nei confronti di chi cattolico «fanciullo» e docile alla Chiesa si sente integralmente e non ama subordinazioni a culture estranee… e se Prodi e il suo entourage di cattolici più che adulti, direi senili, continua su questo timbro se ne ricorderà a tempo opportuno.

Nel frattempo preghiamo Dio che liberi la cultura politica cattolica da queste incrostazioni ideologiche «adulte», che sono una specie di camicia di forza che rende senz’altro meno facile l’evangelizzazione sociale e, quindi, frena la rinascita della società in un paese come il nostro che ne ha così bisogno, essendo un autentico «vaso di coccio» fra «vasi di ferro» in questo frangente di tumultuoso cambiamento a livello globale.

giovedì 7 giugno 2007








Preghiera










«Quando dunque arriveremo alla Tua presenza,



cesseranno queste molte parole,



che diciamo senza giungere a Te;



Tu resterai, solo,



tutto in tutti,



e senza fine diremo



una sola parola,



lodandoTi in un unico slancio,



divenuti anche noi



una cosa sola in Te»







(Sant'Agostino, De Trinitate, 15, 28, 51)

giovedì 5 aprile 2007


Crisi della famiglia: dove sono le sue radici storiche?

Famiglia cristiana, il diffusissimo rotocalco della congregazione paolina, in un dossier sul tema della famiglia (pubblicato sul numero 13 del 1° aprile 2007), presenta un conciso ma efficace resumé di quello che l’autorità pubblica, al di là delle ripetute dichiarazioni di intenti e perfino della istituzione di un ministero per la famiglia, non ha fatto e non fa per aiutare la famiglia italiana. Si tratta di un elenco puntiglioso di normative attuali che si traducono in altrettante sperequazioni dirette o indirette verso l’istituto familiare. Autore dell’elenco — redatto in forma di decalogo e nel contesto di un manifesto-appello — è il Comitato per la Famiglia (sede organizzativa: viale Libia 174, 00199 Roma, tel. 06.86.38.63.92, comitatofamiglia@tiscali.it), un organismo nato in seno alla confederazione italiana dei consultori familiari di ispirazione cristiana.
Ecco in sintesi i dieci punti: [1.] «LE TRATTENUTE IRPEF. L’attuale sistema di tassazione non prevede l’esistenza della famiglia. Un single che guadagna 40.000 euro l’anno viene tassato allo stesso modo di un capofamiglia con 2, 4, 6 o 8 figli. […] Le cosiddette detrazioni per familiari a carico non fanno che restituire una minuscola parte di quello che viene tolto pagando le tasse. [2.] GLI ASSEGNI FAMILIARI. Gli assegni rientrano in una logica “assistenzialista”. Questo può essere considerato un paradosso del sistema, se pensiamo che sono le famiglie numerose quelle che più portano benefici allo Stato, non solo perché immettono nuova manodopera giovane e lo fanno allevandola a loro spese, ma anche perché questi figli, coi loro consumi, contribuiscono sia a far girare l’economia sia a rimpinguare le casse dello Stato, pagando il 20 per cento di Iva su ogni prodotto acquistato. [3.] L’ICI. L’imposta sulla casa è pagata in base al valore catastale, che è tanto più alto quanto maggiore è il numero dei metri quadri o dei vani. Al legislatore non interessa che il numero dei vani in molti casi salga col numero dei figli. […]. [4.] LA LUCE. Il consumo di elettricità viene addebitato per fasce progressive di consumo, che avrebbero lo scopo di penalizzare i più sciuponi: più consumi, più i kilowatt sono salati. Ma allo Stato non interessa se il maggior consumo di kilowatt derivi per caso da un maggior numero di componenti nel nucleo. […] [5.] IL GAS. Ultimamente il costo del gas al metro cubo è salito più del 20-30 per cento. Lo Stato applica inoltre un’imposta Iva doppia rispetto a quella della luce: il 20 per cento. Ma in realtà si paga di più a causa di una speciale “imposta di consumo”, che in seconda fascia aumenta del 318 per cento. Le più penalizzate sono, come risulta evidente, le famiglie. [6.] L’ACQUA POTABILE. La tariffa sociale a metro cubo dell’acqua, applicata sulle bollette delle famiglie, costa il 25 per cento in più rispetto a quella per le attività zootecniche. […] [7.] L’ASSISTENZA SANITARIA. Anche nel caso dei ticket sulle prestazioni sanitarie, sempre più cari, l’eventuale esenzione non è concessa in base al reddito pro-capite, ma per l’età o il reddito complessivo. […] [8.] I FARMACI GENERICI. Nei farmaci generici, che costano molto meno, non sono compresi farmaci a uso pediatrico. [9.] IL BOLLO AUTO. Più un’auto è di grossa cilindrata, e più aumenta il costo del bollo, ma lo Stato non valuta la possibilità che spesso, dietro l’acquisto di una vettura a 7 o 9 posti, si cela per una famiglia numerosa una necessità imprescindibile, e non un simbolo di status. […] [10.] L’ISEE. Un numero sempre crescente di agevolazioni (borse di studio, contributi libri di testo, rette scolastiche) fa riferimento all’Isee, l’indice di ricchezza di una famiglia, in cui rientra anche il reddito della prima casa (che inevitabilmente sale col numero di metri quadri da offrire ai figli), ma la più palese ingiustizia è che, nei calcoli, ogni figlio è conteggiato pari a 0,35, piuttosto che pari a 1».
Si tratta, a mio avviso, di squilibri gravi, che vanificano qualunque discorso pubblico sulla famiglia finché non saranno rimossi.

Ma, se si riflette, ci si accorge che l’origine di queste disuguaglianze non è accidentale, ma strutturale. Va cioè al di là delle politiche dei vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese dall’Unità in poi — ad esclusione del regime fascista, che qualcosa fece, pur se in nome di principi anch’essi ideologici, per la famiglia — e persino, sotto il profilo “tecnico”, degli ordinamenti stessi. Lo si evince, per esempio, dal fatto che, anche nella scorsa legislatura, con un governo di centro-destra non poco sensibile al richiamo della famiglia, anche per la presenza di una forte componente cattolica nel suo elettorato, ciò che è stato possibile fare per alleviare le condizioni della famiglia non è consistito nel rimuovere le disuguaglianze sopra descritte, ma solo nell’introdurre provvedimenti ad hoc, non permanenti — si pensi al «buono-scuola» —, prontamente rimossi dal governo di centro-sinistra oggi al potere.
Questa constatazione ovviamente non va discarico i governi delle loro responsabilità, né vuole ignorare i problemi sociali che influiscono sulla condizione dell’istituto familiare oggi — il pauroso calo demografico, la frattura generazionale, il lavoro materno obbligato, la facile solvibilità dei legami matrimoniali, la legalizzazione dell’aborto —, ma fa intendere che in ultima analisi si tratta di un problema di idee, di cultura, ovvero di visione del mondo e delle finalità dell’uomo che risale assai indietro nel tempo.

Che cosa è considerato, almeno da due secoli, prioritario rispetto alla famiglia o ad altre realtà umane collettive negli ordinamenti delle società occidentali? Null’altro se non l’individuo.
Da tutti e dieci i punti del dossier traspare chiaramente che gli attuali ordinamenti — qui come altrove — sminuiscono — se non ignorano del tutto — la dimensione delle relazioni di cui l’individuo è centro, sia perché egli le stabilisce — o le trova stabilite — per rispondere a esigenze di natura — la conservazione in vita, la propagazione della specie, l’educazione alla vita in comune —, sia perché le istituisce liberamente. Non danno, in altre parole, rilievo al ruolo — per usare un termine sociologico — che l’individuo riveste, negando diritti — contro il principio di sussidiarietà, pur presente nella Carta costituzionale italiana —, non solo politici, ma anche economici, a quelli che nella società sono i «corpi», tutte quelle realtà cioè che si situano sul percorso ideale nella piramide sociale che va dal cittadino allo Stato: in primo luogo alla famiglia, incluse le sue ramificazioni parentali, poi alle associazioni professionali o lavorative, ancora alle realtà educative.
La ricerca del perché di questo atteggiamento del legislatore — ormai divenuto una sorta di «canone», che non viene più rimesso in discussione se non da qualche isolato giurista — rimanda a una indagine sulla cultura della modernità o, meglio, su quella declinazione di essa che assolutizza — facendone quindi un’ideologia — quel portato, in sé positivo, della cultura della modernità occidentale che si esprime in una maggiore attenzione alla sfera dei diritti individuali.
Nei regimi precedenti alla Rivoluzione francese i diritti dei corpi erano riconosciuti sia in esplicito, nelle carte e nei patti sociali, sia, in forma non espressa, nel diritto consuetudinario, in quanto in genere i corpi erano più antichi delle nuove forme di sovranità che l’età moderna inaugura. Con il 1789, invece, i corpi sociali perdono d’imperio ogni rilevanza di natura pubblicistica. Anche se la ricupereranno eventualmente in seguito, ma solo in parte, come istituti di carattere privatistico, soggetti al riconoscimento dello Stato —, gli ordinamenti di tutti gli Stati europei o di matrice europea — chi prima, chi dopo, ma pressoché tutti dopo il 1870-1880, soprattutto nella misura in cui il Code Napoléon si diffonde durante e dopo il ventennio cesareo e ispira gli ordinamenti degli Stati nazionali liberali —, si imperniano sull’in­di­vi­duo e non più sui corpi. E ciò che resta del riconoscimento della sfera in cui i diritti individuali si inevitabilmente proietterebbero, appunto la sfera relazionale, si assottiglia sempre più col passare del tempo e con l’avvento di regimi radicali. La legislazione stessa degli Stati socialisti si manterrà sostanzialmente su questa falsariga, anzi amplierà la gamma delle libertà individuali riconosciute, anche se poi, nella realtà, l’individuo socialista sarà sempre più simile a un burattino nelle mani di corpi intermedi artificiali promananti dal Partito, attuando il totalitarismo allo stato puro.
La penalizzazione della famiglia — e degli altri corpi — risale quindi a molto lontano, a questa opzione che rende totalitario ed escludente un principio in sé buono.
Come mai, potremmo chiederci per completezza di argomentazione, queste disparità si rivelano solo oggi così acute? Che cosa in passato le ha fatte avvertire di meno? Il discorso sarebbe lungo. Un abbozzo di risposta potrebbe essere: il passaggio da una condizione sociale A a una condizione sociale B, nella concretezza dei rapporti coinvolti, non avviene in pochi anni ma richiede tempi lunghi. Un’immagine utile per capire quanto è accaduta potrebbe essere quella della progressiva erosione della carne e dell’apparire graduale dell’osso: fuori di metafora, solo nel tempo le virtualità eversive insite negli ordinamenti liberali si sarebbero palesate come tali. Per esempio, la famiglia ha «tenuto» finché il matrimonio non fu concepito solo come la conclusione di una storia d’amore di due individui ma come la creazione di un caposaldo della società, quindi da preparare con cura anche nei suoi aspetti materiali. Oppure finché esistettero le proverbiali «vecchie zie: quella delle zie non è una boutade ma un tema d’indagine storica e sociologica non privo d’interesse. Per capire quanta importanza le scelte «sacrificali», soprattutto femminili — con il nubilato volontario —, ma anche maschili — con la gestione oculata delle scelte successorie —, abbiano avuto nella sopravvivenza della struttura famigliare. Poi, a mano a mano che la famiglia si è appiattita sulle sue forme mononucleari, e si è quindi indebolita come soggetto sociale nei confronti dello Stato è affiorato in tutto il suo peso appunto il «peso» della struttura pubblica sulla famiglia.

Ciò detto — visto cioè che la crisi attuale risale a una certa cultura, che esiste da secoli e che impronta gli ordinamenti — occorre evitare la tentazione di pensare che la collocazione del problema in prospettiva storica renda la condizione in cui versa la famiglia meno drammatica, come se fosse un dato di natura, contro il quale non ha senso combattere. Anzi, occorre vigilare per evitare che la situazione — come ampiamente possibile — peggiori e incalzare questo e ogni governo perché nondia ascolto alle istanze pseudo-libertarie e ultra-ugualitarie, ostili alla famiglia, di alcune sue componenti e si muova invece a vantaggio della più importante cellula dell'ordine sociale.
La considerazione che faccio serve solo a far capire che non si può andare alla radice del problema senza un processo di ripensamento dei presupposti «filosofici» stessi della famiglia e della società nel suo complesso, che è poi quello che chiede — in maniera non astratta, ma propositiva —, da decenni se non da secoli, la dottrina sociale cristiana e la filosofia sociale conservatrice.
È realizzabile un cambiamento di percorso, una rettifica, l’abbandono di un’opzione preconcetta e abusiva di un buon principio? Credo di sì, anche se si tratterà certo un processo assai lungo.
In fin dei conti la rinascita e l’affermazione dei corpi sociali nel cosiddetto Medioevo è stata propiziata da un evento colossale e traumatico come lo sgretolamento della struttura imperiale romana e il vuoto che questo crollo ha creato. Lasciata libera, bongré malgré, dalle sovrastrutture createsi storicamente, la società in Occidente è rinata — con tutti i drammi che un ambiente diventato «selvatico» e l’inte­gra­zione di soggetti nuovi imponevano — ricalcando le linee che scaturiscono dall’antropolo­gia umana, dal diritto naturale e dalla consuetudine. Senza augurarmelo, solo in presenza di traumi tali da generare un vuoto comparabile o analogo alla caduta dell’impero di Roma, la società europea potrà tornare a ripercorrere le linee sorgive della sua condizione istituzionale. Altrimenti — fatta sempre salva l'azione della Provvidenza divina — dipenderà dalla capacità delle agenzie di elaborazione della cultura alternativa a quella progressista e individualista egemone di penetrare nell’opinione pubblica e di cambiare il senso comune fino al ripristino di ordinamenti che diano lo spazio dovuto non solo all’individuo ma anche ai corpi sociali.

giovedì 8 marzo 2007


Nuova luce sulla campagna contro Pio XII

La memoria di Pio XII ha subito negli ultimi anni attacchi formidabili, tanto da parte ebraica — ricordo, fra i molti, i volumi di David Kertzer —, quanto da parte catto-progressista — dove spiccano gli acidi lavori di John Cornwell. La storia di questa campagna, scatenata a freddo agli inizi degli anni 1960, quando in parallelo fu lanciato a livello mondiale l’Olocausto — ossia il ricupero della memoria del genocidio degli ebrei europei perpetrato dal nazionalsocialismo —, è abbastanza nota. In specifico, già a un primo esame, traspare che i toni della polemica, mantenuta peraltro costantemente viva, si alzano o si abbassano in sintonia con la politica estera israeliana. Nell’ultimo anno pare che il fuoco di sbarramento contro la memoria di Eugenio Pacelli — che mira soprattutto nel frangente a bloccarne la causa di beatificazione — si sia alquanto attenuato. Forse perché è cresciuto l’isolamento di Israele e aumentato il suo bisogno di alleanze, anche solo sul piano morale, e forse anche perché si sono moltiplicate le testimonianze a favore di Papa Pacelli, a seguito di quella ondata di studi scientifici che in campo cattolico ha fatto da risposta alla violenta campagna diffamatoria degli anni 1990.
L’episodio comunque che ormai a opinione comune segna l’esordio della vague anti-pacelliana è la rappresentazione, nel 1963 — quindi in anni di crescente entente cordiale fra Vaticano e casa-madre del comunismo mondiale —, del dramma Il Vicario, di cui fu autore un allora semisconosciuto scrittore di teatro tedesco, Rolf Hochhuth. In quel contesto venne per la prima volta formulata in maniera precisa — e propagata poi massicciamente e per anni in Occidente — l’accusa contro il Pontefice di aver, se non collaborato positivamente, quanto meno omesso di condannare i giganteschi massacri di ebrei che avevano avuto luogo negli anni della seconda guerra mondiale nei territori del Terzo Reich.
Ora, di recente — 25 gennaio 2007 — la National Review americana ha pubblicato un articolo di Ion Mihai Pacepa — Moscow’s assault on the Vatican. The KGB made corrupting the Church a priority (L’assalto di Mosca al Vaticano. Il Kgb fece della corruzione della Chiesa una priorità) —, il generale romeno che capeggiò i servizi segreti romeni all’epoca del regime comunista di Nicolae Ceausescu e si rifugiò in Occidente nel 1978 (dodici anni prima della fine del regime), dove ha pubblicato un grosso volume di memorie, Orizzonti rossi. Memorie di un capo delle spie comuniste (L’Editore, Trento 1991), uscito in ben 27 paesi.

2. Che cosa si dice in questo articolo? Fra le altre, due cose assai interessanti. La prima che Mosca, molto urtata dall’intransigente anti-comunismo del Pontefice romano, su iniziativa del direttore del prestigioso Dipartimento per la Disinformazione del Kgb Ivan Agayants, fece raccogliere ai servizi diretti da Pacepa, che per ragioni contingenti avevano più chance del Kgb di accedere al Vaticano — il tramite inconsapevole fu un giovane monsignor Agostino Casaroli —, quante più informazioni possibili su Pio XII negli archivi e nelle biblioteche vaticani da utilizzare per orchestrare campagne diffamatorie contro di lui, decise da Kruscev fin dal 1960. Si trattava soprattutto di trasmetterne un’immagine inquinata — quella di un pontefice freddo e cattivo — per, da un lato, segnare la differenza con il nuovo clima «distensivo» inaugurato da Giovanni XXIII e continuato da Paolo VI e per impedire, dall’altro, che la sua testimonianza sostenesse la resistenza anti-comunista nei paesi cattolici dell’impero sovietico.
La seconda che la scrittura e la rappresentazione de Il Vicario sia stata un’operazione di «montaggio» di questo tipo, nata e portata avanti in questo contesto generale, avvalendosi della documentazione vaticana procurata dagli agenti della Die — i servizi segreti esterni — romena infiltrati in Vaticano da Pacepa. Va notato che Il Vicario venne prodotto e trasformato in macchina propagandistica da Erwin Piscator, un potente organizzatore teatrale comunista tedesco, amico di Bertolt Brecht, rientrato appositamente nel 1962 a Berlino Ovest dall’Urss, dove si era rifugiato durante il regime hitleriano.

3. Quelle di Pacepa non paiono due affermazioni da poco. Entrambe confermano infatti autorevolmente la tesi della «manipolazione», che si è sempre sostenuta da parte cattolica e da destra riguardo a Il Vicario. Certo la fonte andrebbe verificata con altre, ma gli archivi del Kgb — che sarebbero la fonte decisiva — sono tuttora secretati e la cosa non è dunque facile. Andrebbe anche spiegato se gli ambienti ebraici e israeliani siano stati coinvolti fin dall’inizio nell’operazione oppure — come pare più probabile, viste le relazioni allora non idilliache fra Mosca e Tel Aviv — si siano accorti in seguito delle chance che il pezzo teatrale e gli attacchi a Pio XII offrivano ai fini di una politica di auto-difesa e abbiano cercato di trarne profitto. Va comunque preso atto e tenuto buon conto delle dichiarazioni dell’ex generale romeno, in quanto aprono comunque una nuova pista di indagine e, in ogni caso, rendono più arduo ai calunniatori di Pio XII di insistere con le loro tesi.

mercoledì 7 marzo 2007


Marx è vivo: parola del senatore Angius

Nell’odierno dibattito politico sulla legge che dovrebbe tutelare le coppie di fatto risuonano pesanti come pietre le dichiarazioni del Vice-presidente del Senato, il diessino Gavino Angius, riportate dal Corriere della Sera: «Tutte le democrazie moderne hanno leggi molto avanzate» in materia: solo in Italia, invece, «una visione antistorica della società si accompagna a una regressione politico-culturale che mette in discussione la laicità come principio di democrazia». C’è da non credere ai propri occhi o alle proprie orecchie: c’è ancora qualcuno che usa un armamentario verbale in cui trovano posto termini come «avanzate», «antistorico» e «regressione»! Pareva che la sorte di queste parole fosse segnata dopo la crisi del pensiero dialettico — nella duplice versione panlogistica di Hegel e materialistica di Marx — e invece no: sono ancora vive e vegete, almeno nella cultura del senatore Angius, che se ne fa inflessibile e orgoglioso paladino, senza accorgersi di assomigliare all'ultimo soldato nipponico dimenticato nella giungla dopo la fine della guerra.

Le espressioni usate da Angius avevano un senso — falso ma internamente coerente — nella logica marxista, che ha imperato per decenni — non solo nelle accademie ma influenzando le vicende dei popoli e la vita di milioni di uomini e di donne —, la quale, nella misura in cui è fallito il comunismo, si è rivelata sperimentalmente vuota di significato, incapace di comprendere la realtà.
Secondo questa concezione la storia non sarebbe il luogo della libertà umana — dove questa incontra la dimensione del destino e, per il credente, quella della Grazia —, ma avrebbe un senso predeterminato, fatale. Esisterebbe in altri termini un «vento della storia», cui nessuno può e deve opporsi, di cui è interprete autentico, l’unico autorizzato a dire verso dove soffi, l’incarnazione stessa del progresso dell’umanità: il Partito-Principe, quello che un tempo si definiva il partito di avanguardia della classe operaia, la classe destinata a dominare il mondo, cioè il partito comunista.

Ma oggi, oltre alla filosofia marxista, anche il partito comunista, unico medium fra la storia e l’uomo, non c’è più o, almeno, non detta più i tempi alla storia. Ora esistono solo dei «semplici» socialdemocratici o «democratici di sinistra».

Eppure si la mentalità di questi eredi del comunismo pare non essere cambiata. I Ds sfornano mozioni e programmi in cui il rifiuto della vecchia ideologia marxista-leninista è totale, ma poi uno dei massimi esponenti del nuovo partito — in via di diventare ancora più nuovo, più «democratico» e meno di «sinistra» — torna a formulare analisi secondo i vieti canoni di quell’ideologia che dovrebbe essere stata messa da tempo in soffitta.
Che cosa pensarne? Che l’asino ricasca? siamo davanti a un bluff collettivo? oppure il senatore Angius è un reperto del passato, che viene conservato provvisoriamente dal suo partito "di lotta e di governo" — che allo stesso tempo legifera e appoggia le manifestazioni delle lobby omosessualiste contro la famiglia — solo per la sua eccellente professionalità nel fare ostruzionismo contro ogni pur flebile sintomo di vitalità e di rinascita del corpo sociale in Italia?

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