martedì 17 febbraio 2009

Due lucidi vescovi


Colgo due begli spunti in altrettanti testi di vescovi riportati da Avvenire di domenica 15 febbraio 2009. Il primo è di Carlo Caffarra, cardinale arcivescovo di Bologna, l’altro del vescovo di Grosseto, il meno noto Giacomo Babini.
Nel caso Englaro, ricorda Caffarra, lo schiaffo è stato sì contro il diritto alla vita di una creatura innocente, ma anche contro la pietas cristiana, Per la prima volta in Italia si è scelto con determinazione implacabile di respingere – meglio: «delegittimare nella coscienza del nostro popolo» – un atto di carità a vantaggio di un atto di presunta e malintesa giustizia. Si chiede il cardinale: se certe vite, di comune accordo, non sono degne di essere vissute in base a certi parametri ed è meglio spegnerle, a che cosa serve la tenace e paziente carità degli operatori sanitari cristiani come le suore di Lecco? Finché restava un’opinione di alcuni la cosa era meno grave: ma oggi è lo Stato, attraverso la mgistratura, ad avallarla.
Mentre Babini si chiede: «Ma la Costituzione forse è diventata più importante dei comandamenti di Dio? Siamo stati per 50 anni genuflessi di fronte al termine “Resistenza” e ora sull’altare ci mettiamo il termine “costituzione”?».
Mi pare si tratti di due lucide prese di coscienza del fatto che il “caso” Englaro non sia stato appunto un caso, ma qualcosa di preordinato e che lancia un segnale e un allarme. La prima avverte che il secolarismo ha varcato un nuovo confine, non apprezza più la gratuità cristiana ma le antepone la propria cultura di morte. La seconda comprende che oggi fare la Rivoluzione non consiste più nel – prima fare e poi – difendere la vittoria nella guerra civile, tesi che è stata un autentico grimaldello per arruolare tanti che comunisti non sono mai stati, a partire dai cattolici democratici. Ora, visto che la Resistenza, i cui misfatti affiorano a ogni piè sospinto e che puzza troppo di mitra, non è più difendibile, occorre conservarne lo spirito difendendo contro ogni evidenza l’oggetto che ne è il frutto più maturo e caratteristico: la carta del 1948.
In conclusione due indicazioni preziose per chi oggi conduce la battaglia anche politica per la vita: irrobustire l’alternativa caritativa e lottando per una migliore carta fondamentale della nostra Repubblica.
Monsignor Caffarra va, come gli è solito, ancora più alla radice: di fronte al forsennato razionalismo individualistico che connota questa fase post-moderna: «Di fronte al mistero della sofferenza e del male, alla ragione che non sa rispondere alla domanda “perché?”, non resta che riconoscere umilmente che il mistero, senza negare la ragione, la trascende. Non c’è altra possibilità di salvezza per una ragione che non voglia dissolversi nell’assurdo».

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