
Il Presidente della Camera dei Deputati, terza carica istituzionale della Repubblica italiana, on. Gianfranco Fini, ha smesso di “mangiare pane e bioetica”, come fino a non molti anni addietro era solito fare. Oltre a un vigoroso anticomunismo democratico, si può dire che lo contraddistingueva proprio un vivace e ribadito amore per la vita umana “senza se e senza ma”.
La “svolta di Fiuggi”, da lui in prima persona voluta e realizzata nel prospettiva di un partito conservatore nuovo, ebbe fra le sue principali finalità proprio quella di porre fine alle ambiguità in materia etica e bioetica da cui il Movimento Sociale Italiano, nonostante il suo schieramento contro il divorzio e contro l’aborto, per la coesistenza al suo interno di due anime, quella socialista e quella moderata, era senza dubbio afflitto. Così, al titolo Valori cristiani e impegno politico: persona, famiglia, diritto alla vita, a Fiuggi fu detto innanzitutto: «Nostro primo obiettivo è quello di favorire condizioni di vita che permettano alle persone ed ai gruppi di vivere nella libertà dell’onestà e della solidarietà sociale. Ci sentiamo eredi e siamo cultori della civiltà romana e di quella cristiana che ha le sue radici nel messaggio portato da Pietro a Roma e diffuso in Occidente e nel mondo intero. Siamo quindi attenti al Magistero della Chiesa con particolare riguardo alla sua dottrina sociale e quindi alla cattolicità che ha indubbi riflessi sulla cultura e sulla vita sociale del nostro Paese». E, poco oltre, «Capitolo decisivo nella promozione e nella difesa dei valori è quello della persona. Un ruolo centrale in questo senso va assegnato al valore della vita. Non si possono sufficientemente tutelare i diritti di libertà e dignità umana se non si promuove innanzi tutto il diritto alla vita. Va quindi combattuta quella cultura della morte che, come dice Giovanni Paolo II, pervade oggi la civiltà occidentale. Questa cultura ha cominciato ad affermarsi nel tempo in cui è stata legalizzata la pratica abortiva e ora sta per raggiungere nuovi, agghiaccianti traguardi con l’eutanasia, la manipolazione genetica e la clonazione degli embrioni umani».
L’ultimo anello di questa catena sono le dichiarazioni rilasciate ad alcuni giornalisti parlamentari nel pomeriggio del 2 aprile, all’indomani della dichiarazione d’incostituzionalità di due articolati parziali della legge n. 40 sul trattamento degli embrioni umani da parte della Consulta. Secondo Fini – trascrivo dall’Ansa – «la sentenza […] che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 rende giustizia alle italiane. Specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei. È evidente che quando una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso, è suscettibile di censure di costituzionalità, in ragione della laicità delle nostre istituzioni». Il crescendo, con queste ultime parole, sembra proprio essere giunto all’acme.
D’ora in poi sarà sempre più difficile pensare a Fini come uomo di “destra”, come conservatore, come uomo che ha veramente a cuore quel bene assoluto della patria, della nazione italiana, che ha rivendicato con tanta passione nell’esordio del suo primo discorso alla Fiera di Roma come il Leitmotiv, il valore di fondo della prospettiva con cui Alleanza Nazionale era vissuta per quindici anni e ora entrava nella più grande realtà del “partito degl’italiani”. Evidentemente, se a lui stanno a cuore le donne italiane (ma quali e quante?), non hanno altrettanto posto nella sua azione politica quegl’italiani (quanti?), ancora minuscoli fino a essere invisibili ma veri e totalmente umani, costretti a vivere nei congelatori oppure buttati con nonchalance nel lavandino di asettiche cliniche della fertilità o di laboratori biochimici. I rilievi su queste recenti esternazioni sarebbero moltissimi e non poco eloquenti sullo spirito e sulle prospettive che animano oggi il numero 2 del Pdl: provo a formularle in forma interrogativa.
Questo percorso, questa non breve trasmigrazione da “destra” – una destra di certo imperfetta sotto il profilo dottrinale, ma per diversi aspetti non disprezzabile – a una visione che pare azzardato definire “liberale”, mentre pare piuttosto liberal o radicale oppure, oso, “di sinistra”, lascia sconcertato e, in certa misura, anche addolorato chi in tempi passati ha apprezzato non solo le doti tecniche del personaggio ma anche non poche – anche se non tutte – le sue idee politiche.
C’è una spiegazione di questa “svolta” che, a prima vista, pare squisitamente personale? Anche se è prematuro trarre delle conclusioni mi pare che qualche ipotesi, non tutte benigne, sia possibile formulare.
La seconda è di carattere più personale: Fini punta al Quirinale e per arrivarci vuole non solo apparire “sdoganato” ma in sintonia con l’ideologia della Repubblica nata nel 1945, che è tuttora il risorgimentalismo – si veda anche in questa luce il recente peana indirizzato alla figura di Francesco De Sanctis, uno dei massimi artefici della “costruzione” in senso anti-religioso dell’identità degl’italiani – e l’antifascismo. Per cui deve presentarsi mondo da ogni scoria che possa essere sgradita ai tutori “forti” dell’ordine repubblicano: via il fascista almirantiano, via il credente, via l’appassionato di bioetica, via l’antifemminista, ecc. Anzi, per giungere alla meta deve figurare come promotore e – chissà... – forse “martire” dei valori in cui la Rivoluzione italiana si è incarnata nel secolo scorso.
L’ultima ipotesi è che il suo smarcamento – e questo suo latente atteggiarsi come il vero capo dell’opposizione – rientri invece in un disegno politico più contingente, che prevede la messa in difficoltà e la spaccatura del Pdl, una crisi politica, un governo istituzionale presieduto dalla terza carica dello Stato e nominalmente dedito a riformare la Costituzione, ma in realtà mero strumento per "rimontare" la nuova “insorgenza” moderata sotto il segno berlusconiano verificatasi nelle elezioni politiche dell’aprile del 2008 – a sessant’anni dalla prima, grande insorgenza degl’italiani contro il dogma ciellenista, quella del 1948 – e per affossare il Pdl, la realtà cioè che sta distruggendo gli schemi elitari dell’antifascismo e ha ridato, finalmente, agl’italiani moderati e cattolici una rappresentanza politica non più “strozzata” dalla Dc e deviata dai valori di un antifascismo apodittico, una “casa” – senz’altro ancora in costruzione e piena di spifferi, ma comunque una casa – in cui si possono sentire meno a disagio. Il gradimento di personaggi non secondari della scena politica come l’on. D’Alema e la senatrice Finocchiaro nei confronti delle esternazioni del Presidente della Camera paiono eloquenti in tal senso. Anzi, oggi si parla apertis verbis – lo fa Antonio Polito su il Riformista del 3 aprile – di un Fini “guida del fronte laico”.













