sabato 24 novembre 2012


MONTI E NAPOLITANO: UNA IPOTESI MALIZIOSA (MA NON SBALLATA)


   A un anno dall’insediamento del governo del senatore Mario Monti ci s’interroga ancora sul senso da dare all’operazione “governo tecnico”.
    Se lo scopo era quello di ribaltare una situazione delle finanze pubbliche disastrosa — ma la cui responsabilità principale è ben precisa: non a caso il boom del deficit inizia con la cooptazione del Partito Comunista Italiano nell’area del potere e con la costruzione quanto meno “allegra” di un Welfare State — si può forse dire che qualcosa è stato ottenuto. Però, non si può non aggiungere che tutti sarebbero capaci — “persino” ilgoverno Berlusconi, se fosse stato adeguatamente sostenuto dal Capo dello Stato invece che “rottamato” — di intervenire aumentando le tasse e in assenza garantita di reazione da parte del corpo sociale, garantita dell’“alto” patrocinio da parte delle massime istituzioni e dalla maggioranza “bulgara” di cui il governo ha goduto e gode.Nonché che la retroazione di questa politica di austerità e di maggior tassazione si è ribaltata in un forte disincentivo alla produzione e al consumo, che possono rivelarsi fatali per il nostro futuro e sul quale problema il governo “illuminato” non ha ancor saputo offrire una ipotesi di soluzione decente.
   Se era quello, altresì, di “coprirci” verso un’Europa diventata non più una partner ma una “convivente in casa”, anche su questo fronte possiamo dire che l’accettazione del commissariamento e la leadership di un uomo di Bruxelles — se qualcuno pensa che Monti sia l'uomo dell'Italia a Bruxelles, se lo scordi: è l'uomo di Bruxelles, e non solo, in Italia  — dei più “introdotti” qualcosa ha fatto.
   Se oltre a questo intento vi era quello recidere finalmente i cento “lacci e lacciuoli” che impediscono lo sviluppo e l’ammodernamento della società italiana, qui occorre dire che il lavoro di Monti si è limitato alla superficie: la resistenza dell’apparato politico-burocratico-giudiziario-sindacale — non lo dico solo io — ha giocato contro potentemente e non solo l’apparato è sopravvissuto rigoglioso ma ha anche insabbiato nei suoi effetti concreti una buona parte dei provvedimenti attuati dal governo. Non basta infatti  bastonare le corporazioni minori — i tassisti, i farmacisti, i professionisti, i pensionati — o aprire i negozi alla domenica per determinare la ripresa: occorre invece ridurre seriamente l’apparato dello Stato e i suoi costi elefanteschi. Ma Monti se n’è guardato bene. E non si dica che Monti non abbia avuto il potere per farlo o, quanto meno, per provarci: mai in sessant’anni di Repubblica l’esecutivo ha goduto di una simile libertà di decisione e di azione.
     Dunque, qual pare essere in ultima analisi il senso dell’operazione-Monti?
   Visto tutto quanto sopra, quello di Monti pare un intervento di urgenza e di facciata, destinato a spegnere le critiche “che contano” dall’esterno e dall’interno, senza alzare però troppo il “livello dello scontro” con i poteri “forti” — non ho in mente i massoni, bensì la rocciosa retrività della potente confederazione sindacale postcomunista — e senza toccare i gangli veramente dolenti della società italiana.
   A questo si aggiunge l’aver spazzato via “in una notte” l’on. Berlusconi e il governo eletto di centrodestra — rimuovendo “finalmente” l’anomalia di un governo fuori dagli schemi del Cln —, infliggendo quindi a quest’ultimo schieramento una micidiale batosta in termini d’immagine — denunciandone l’inadeguatezza a governare —, che adesso, con i primi risultati elettorali e con lo sfacelo della classe politica del Pdl e della Lega, emerge in tutta la sua gravità e portata.
    A questo punto, tenuto conto dei due aspetti, il quadro si chiarisce e si completa. E si è forse in grado di formulare una ipotesi certo non poco maliziosa, ma non del tutto sballata.
   E cioè la seguente: allo scaltro Napolitano occorreva una “testa di turco” con il complesso del “salvatore” e animato dal classico spirito di rivalsa dell’economista sul politico — chi meglio di un professore e di un professore della Bocconi? — che facesse quanto serviva per tacitare Bruxelles e le altre istanze critiche dell'Italia operando qualche ritocco di facciata che però non toccasse i veri nodi del sistema; che abbattesse il regime berlusconiano e che, soprattutto, “preparasse” l’Italia a un governo di centrosinistra il cui avvento il colpo mortale sferrato al governo eletto faceva ritenere inevitabile; un personaggio cioè che rimettesse in sesto la baracca e tirasse la volata a Bersani, che togliesse le castagne dal fuoco a un futuro governo — questo sì “del presidente” — che altrimenti avrebbe dovuto operare in una situazione finanziaria ed economica disastrosa e piena di rischi.
   Monti in sostanza, nei 18 mesi fra l’insediamento e le elezioni, sembra aver  svolto — non credo consapevolmente — il dirty job che sarebbe spettato al futuro governo guidato dal Pd. Il quale non toccherà lo zoccolo duro, ma avrà pur sempre necessità di dare l'impressione di mettere la scure alla radice. Bersani si troverà non solo a governare con questo handicap favorevole, ma non avrà contro nemmeno uno dei mille contropoteri — Europa, magistratura, media, sindacati, cultura — con cui l’esecutivo di Berlusconi ha dovuto scontrarsi quotidianamente e che — aggiungendovi l'autolesionismo testimoniato dalle poco edificanti vicende pubblico-private dei dirigenti — lo hanno paralizzato.
   Fantasie? Forse… Ma il passato politico di Napolitano e la sua proverbiale “scafatezza”, così come, dall’altro lato, la noiosa — e un po’ calandrinesca — sicumera (“ostentata esibizione di sicurezza o di una presunta superiorità”, recita il Sabatini-Coletti) del varesino, non scoraggiano poi tanto dall’avanzare anche questa ipotesi.

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