venerdì 15 giugno 2012

NUOVI PARTITI E VECCHIO CATTOLICESIMO LIBERALE


L’ormai pluriennale lavorio di svariati soggetti civico-politici, culminato nel convegni di Todi del 2011 parrebbe essere prossimo a sfociare nella costituzione di un nuovo partito cattolico, di cui dovrebbe essere levatrice un secondo convegno di Todi da organizzare nell’autunno di quest’anno.
Trascrivo da il Foglio quotidiano del 13 giugno (festa di sant’Antonio da Padova): «Vogliamo un partito — dichiara Carlo Costalli, leader del Movimento Cristiano dei Lavoratori, uno dei promotori, insieme a un nugolo di sigle e alla Compagnia delle Opere — che guardi all’area di centrodestra, liberale, con al suo interno una forte connotazione cattolica»: insomma, chiosa il “reporter”, Paolo Rodari, «un partito di cattolici liberali», «seppure — continua Costalli — non integralista, né dichiaratamente confessionale».
Il fatto appare oggettivamente marginale in un quadro turbato da pesanti minacce esterne che gravano sul presente e sul futuro politico del Paese, tuttavia merita qualche considerazione.
Per prima cosa, non siamo di fronte all’unico progetto di ripresa di un’iniziativa comune della politica cattolica.
La “linea Ruini” d’intervento in seconda battuta attraverso le forze di entrambi gli schieramenti disponibili alla tutela dei “principi non negoziabili” non è morta ma continua, anche se minoritaria, attraverso l’azione di esponenti non minori dell’episcopato italiano. La stessa “linea Bagnasco”, forse meno nitida di quella del predecessore, si presenta più come un ordito multidimensionale e pragmatico che non come una scelta a favore di un partito dei cattolici.
Ha un senso quest’ultimo?
Per capirci qualcosa è necessario ripercorrere le grandi linee della vicenda del cattolicesimo politico nel secondo dopoguerra. Essa, a oggi, appare segnata da due elementi fattuali che ne hanno determinato i destini: la spaccatura del mondo in due blocchi ideologici e l’egemonia della corrente catto-democratica (in senso gramsciano) al suo interno. Parlare del cattolicesimo politico nel dopoguerra equivale a parlare della parabola del contenitore-partito unico, la Democrazia Cristiana (Dc), nata nel 1943 all’interno del cartello antifascista, il Cln, ed esauritasi all’indomani della svolta globale del 1989.
Orfani da sempre di un partito conservatore a forte valenza religioso-civica, delusi e in parte coinvolti nel crollo del regime clerico-fascista, alla nascita della Repubblica, e dopo la clamorosa vittoria elettorale cattolica dell’aprile del 1948, i cattolici si esprimevano politicamente in forma variegata: una minoranza di essi, per lo più conservatori e memori di quanti buoni cristiani erano caduti nelle stragi comuniste del 1945-1948, si ritrovavano nelle file del partito neofascista, nel quale, come nel ventennio, convivevano due anime, quella movimentistica — e più anticlericale — e quella “di regime”, conservatrice e tendenzialmente religiosa.
Gli altri, la pressoché totale maggioranza — tralasciando una presenza esplicita nei partiti di sinistra ancora del tutto irrisoria — nella Democrazia Cristiana.
La Dc è stato il partito in cui per cinquant’anni sono convissute le diverse anime del cattolicesimo politico italiano, che prendono forma nell’Ottocento e riaffiorano dopo “il lungo viaggio attraverso il fascismo”. Cattolici politicamente “moderati”, integralisti non disposti a confluire nelle file del Movimento Sociale , ex popolari, sindacalisti “bianchi”, fanfaniani, sinistra “di base”, sinistra sindacale, “cattocomunisti” alla Dossetti, eredi di Romolo Murri: tutte queste tendenze — spesso più che semplici nuance —, nonostante la loro varietà, erano tenute insieme dalla politica unitaria dell’episcopato e dall’esigenza stringente di erigere e di conservare, in assenza di alternative e in alleanza con anticomunisti non esplicitamente cattolici, la “diga” da opporre al corposo fronte delle sinistre egemonizzato dal partito filosovietico togliattiano.
La crescente egemonia al suo interno delle correnti “cattolico democratiche”, più fortemente intese al compromesso ideologico e politico alla luce del più ampio “compromesso storico” fra cattolici e comunisti di Enrico Berlinguer con le sinistre, fino al loro definitivo dominio negli anni delle segreterie Moro e Zaccagnini e dei governi di unità nazionale Andreotti-Berlinguer, non altererà sostanzialmente il carattere e il ruolo del partito democratico-cristiano.
Una volta venuta meno, dopo il 1989, l’esigenza della diga anticomunista veieme meno anche il ruolo della Dc. Già i fermenti centrifughi già manifestatisi dopo il Concilio Vaticano II e dopo il “dissenso” degli anni 1970 aveva portato da un lato all’irrobustimento della sinistra del partito e, dall’altro, alla erosione del riconoscimento politico dei cattolici nella Dc con l’inizio di una certa diaspora dal partito verso le forze di sinistra. La tempesta politico-giudiziaria passata alla storia con il nome di “Tangentopoli” sarà poi la pietra tombale del partito unico che crollerà sotto la pressione dello scandalismo moralistico della “macchina del fango”.
La struttura deflagrerà e le varie anime si frantumeranno percorrendo traiettorie diverse e, in conseguenza del nuovo sistema bipolare, antitetiche.
L’anima moderata si rifugerà sotto le bandiere del neonato movimento centrista di Forza Italia che vincerà le elezioni politiche post-Tangentopoli nel 1994. La sinistra e, forse, la maggioranza dei quadri politici “politicanti” che si autodenominano cattolici si avvierà verso una collaborazione sempre più organica con i postcomunisti che culminerà nell’attuale Partito Democratico. Alcune frazioni di popolari cercheranno di mantenere un’identità separata in piccoli partiti di denominazione esplicitamente cristiana. I conservatori troveranno infine ospitalità politica nel nuovo partito della destra, succeduto al Movimento Sociale-Destra Nazionale, Alleanza Nazionale, e nei partiti autonomisti, soprattutto nella Lega Nord.
Davanti alla svolta, l’episcopato metterà la sordina agli accenti unitari e preferirà prendere atto del nuovo panorama, spostando l’accento anche perché il conflitto politico si spostava sempre più verso regioni dalle forti implicazioni etiche piuttosto sulla libertà della Chiesa e su un nucleo di principi prereligiosi da salvaguardare che papa Benedetto XVI designerà più tardi con il nome di “principi e valori non negoziabili” all’interno della convivenza civile nazionale, che non sposando in blocco questo o quel programma politico. Non mancheranno appelli all’unità dell’azione politica dei cattolici, ma saranno richiami diretti non tanto permanentemente a determinate forze politiche ma alle singole battaglie in cui i valori cattolici e naturali saranno in discussione, come, per esempio, nel caso della legge contro la manipolazione degli embrioni.
Questo scenario, determinatosi all’incirca una decina di anni or sono, parrebbe ora alquanto stabilizzato grazie anche al buon funzionamento dimostrato alla prova dei fatti. Oggi, di fatto, a livello di elettorato, vi è una percentuale di cattolici italiani peraltro una minoranza nel loro complesso che si riconosce nelle linee programmatiche del centrodestra e una percentuale che opta per l’altro schieramento. Nel primo predomina una presenza cattolica di tipo “implicito”, nell’altro vi è una sovrarappresentanza di ex esponenti del cattolicesimo “professionale”.
Perché rimettere in discussione questo quadro e questo equilibrio?
Certo, la rappresentanza delle istanze cattoliche, dalla tutela della famiglia alla moralità pubblica, non è stata in questi ultimi anni delle più lusinghiere. Le sinistre rimangono succubi di una visione ideologica che, accantonato il marxismo, si è improntata al più demolitorio radicalismo libertario. Sull’altro fronte un’azione politica sporadica ma continua e limpida, si è accompagnata purtroppo a una condotta moralmente assai discutibile della classe politica fino al vertice.
Ma per superare questa impasse, pur reale e grave, davvero serve un altro partito, per di più un partito dalle caratteristiche enunciate? Se proprio si vuole una rappresentanza meno implicita — è il massimo che si possa dire — non c’è già l’Udc di Casini?
Forse si scommette su un ritorno non remoto del proporzionalismo, per cui occorrerebbe prepararsi? Oppure una frammentazione del partito di maggioranza relativa, il Pdl, in tante forze fra cui avrebbe senso collocare una forza cattolica?
Si è poi sicuri che l’episcopato, che pure si muove debitamente sulla linea pontificia di “una nuova generazione di politici cattolici”, sponsorizzi davvero una forza politica in più? Che prospettive ha di raccogliere suffragi sufficienti per non farne l’ennesimo spezzone inutile?
Difficile rispondere…
Ha un poi senso così un partito così come viene presentato? Non sembra una fotocopia della Dc, eventualmente senza “sinistra”? E poi che cosa s’intende per “liberale”? S’intende forse una forte coscienza della sovranità del parlamento? Una propensione per il liberismo economico? Oppure una positiva valutazione dell’ideologia liberale, pur nel pallore con cui essa oggi si presenta?
Non pare questa un’autoattribuzione impropria, di cui non si valuta bene la portata e il rischio?
Il liberalismo filosofico, teorico-economico, religioso è una prospettiva incompatibile con la fede e con l’appartenenza almeno secondo quanto sancisce la Libertas leoniana. La sua azione storica si è manifestata apertamente avversa all’organismo ecclesiale e ha plasmato un contenitore statale unitario che per decenni ha emarginato e nascosto il genuino cattolicesimo della nazione italiana. Nella sua concezione della vita non vi è spazio per la rivelazione né per la verità che surroga con il relativismo, la sua opzione è scettica, antimetafisica e individualistica, nemica dei corpi sociali grandi e piccoli, quindi altro rispetto alla visione cristiana della vita.
In concreto come si presenta oggi l’ideologia liberale?
Oggi la grande forza che fece il Risorgimento, guidò lo Stato unitario per decenni e si coagulò nel Novecento intorno alla filosofia dialettico-idealistica di cui è emblema Benedetto Croce, che tanto ha influito sulla cultura italiana, specialmente sul ceto intellettuale e docente, nei decenni intorno alla metà del secolo scorso, non esiste più.
Ai nostri giorni, che vedono altresì la scomparsa completa di una forza politica esplicitamente liberale, l’ideologia liberale conosce a mio avviso tre declinazioni.
La prima è quella massimalista e rigorosamente anticlericale — se non anticattolica e antireligiosa —, che assolutizza il tema della  libertà individuale e la spinge al di là di ogni limite etico, fino a fare del divorzio, dell’aborto e dell’eutanasia — ma anche dell’omosessualismo — degli autentici valori e priorità politiche assoluti: è la posizione che si può ricondurre a forze piccole ma aggressive come il Partito Radicale italiano.
Una seconda corrente, ormai maggioritaria e più strutturata, è invece quella che enfatizza il ruolo pubblico nella massimizzazione delle libertà individuali e che si può vedere espressa dalla cultura liberal statunitense e, da noi, in gran parte — accanto alla componente di ascendenza “mazziniana” — dal quel liberalismo “giacobino”, che preferisce il razionalismo di Kant allo storicismo di Hegel, che si vide incarnato da movimenti come il Partito d’Azione e "Giustizia e Libertà" di Ernesto Rossi, dei Rosselli, di Gobetti, di Ferruccio Parri, Aldo Garosci — negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale — e ora anima laboratori di cultura e di politica — che in queste settimane si stanno altresì affacciando alla scena politica vero nomine — come il gruppo editoriale la Repubblica-Espresso.
Infine, vi è un filone più vicino alle origini, a lungo “silenziato” ma riapparso di recente, più influenzato alle teorie del diritto naturale — ancorché letto in maniera diversa da quanto fa la dottrina sociale della Chiesa e la filosofia politica cattolica, in genere — e dell’illuminismo e del liberalismo “all’inglese”, meno ostile alle posizioni dei credenti, e più incline a riconoscere fra i diritti dell’individuo diritti che le altre posizioni negano, come il diritto alla vita e l’identità e l’unità della famiglia. Negli Stati Uniti questo pensiero anima non poca parte dello schieramento conservatore, mentre da noi si ritrova in alcuni esponenti dello schieramento parlamentare di centro destra e in qualche illustre “ateo devoto”, come Marcello Pera e Giuliano Ferrara.
Certo, l’individualismo liberale è un nemico del cattolicesimo meno radicale di altre ideologie, anche se la sua declinazione “giacobina” — quella incarnata in Italia dal partito radicale o dal gruppo editoriale la Repubblica-Espresso — spesso si rivela attivamente ostile alla morale cristiana. Però, la sua anima genuinamente antistatalistica — anche se non a vantaggio dei diritti dei corpi ma dei diritti individuali — e antisocialista — anche se non a vantaggio del possesso solidale dei beni terreni ma dell’assolutizzazione della proprietà privata e della finanza senza scrupoli — può farne occasionalmente un alleato: per esempio nella battaglia per la libertà di educazione e per una riduzione del peso dello Stato.
Ma, al di là e al di fuori, di queste possibili convergenze, liberalismo e cattolicesimo sono due realtà eterogenee e irriducibili l’una all’altra.
Inoltre la storia insegna che quando occorre allearsi allora è quello il momento in cui occorre marcare al massimo le differenze identitarie: l’esempio del Patto Gentiloni del 1910, durante il pontificato rigorosamente antimodernista e antiliberale di san Pio X, può esserne un buon esempio.
Che cosa si rischia accentuando la proliferazione delle sigle e delle appartenenze?
Non s’indebolisce così forse l’efficacia dell’azione comune, non s’indebolisce così la difesa dei “principi non negoziabili”?
Almeno finché rimane un sistema bipolare, non sarebbe meglio irrobustire la presenza cattolica nel centrodestra per accentuare il peso delle istanze cattoliche nel quadro del pluralismo che connota quel contenitore? E, magari, migliorare il raccordo fra rappresentanti parlamentari dei cattolici all’interno dei due schieramenti? E, al limite, lavorare sui cattolici nel centrosinistra perché tamponino sortite discutibili — e oggettivamente urticanti e oltraggiose per un cattolico che voglia continuare a definirsi tale — come l’estatica ed enfatica lettera del segretario politico agli organizzatori della giornata dell’orgoglio omosessuale del 10 giugno scorso? Non si tratta del singolo individuo alle prese con le proprie pulsioni disordinate ma di coloro che organizzano ideologicamente questo disagio per trasformarlo in senso rivoluzionario e attraverso un falso egualitarismo e la rivendicazione aspra e aggressiva di sedicenti “diritti” per de-moralizzare la società e per creare un contesto di regole che tolgano ulteriore ossigeno alla rachitica istituzione familiare.
Mi sembrano quesiti legittimi dalla cui risposta dipende in certa misura — nel frangente, come detto, le priorità sono non nel fare un partito ma nel difendere il poco che resta di morale naturale e di libertà religiosa nella nostra società scristianizzata e tendenzialmente sempre più totalitaria — il futuro di noi cattolici e “uomini di buona volontà”. Non è certo con un nuovo partito catto-liberale che si avanza nella direzione auspicata.

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