martedì 3 febbraio 2009

Un gesto "forte" per Eluana?




Dunque, l'ultimo viaggio di Eluana, la nostra Terri Schindler Schiavo, è cominciato e la spirale di follia che ha accompagnato questa vicenda "finalmente" sta per esaurirsi, concludendosi con un omicidio legalizzato. Del resto agli omicidi legalizzati di persone innocenti e non in grado di difendersi la gente comune è ormai abituata, dopo trent'anni di legge abortista!

Non credo che le proteste, pur apprezzabili, possano sortire qualche effetto: troppo forte è il blocco di poteri giudiziario-mediatici-politici che si è coagulato intorno a questa forzata introduzione dell'eutanasia coatta nel nostro "dolce e beato Paese".

Forse solo qualche gesto clamoroso potrebbe servire. Probabilmente non varrebbe a impedire l'omicidio, ma almeno servirebbe per edificare chi difende la vita innocente in tutte le sue fasi e condizioni.

Per esempio, forse se il vescovo di Udine, invece di fare un generico appello "alla coscienza di tutti", come ha fatto, scendesse in piazza e s'incatenasse davanti alla clinica dell'orrore? Oggi le coscienze sono nel migliore dei casi intorpidite, se non del tutto pervertite, sotto una pressione culturale ambientale e negativa, tanto pesante da deformare la struttura portante dell'interiorità delle persone. Fare loro appello comporta perforare la spessa coltre di pigrizia mentale, di cattivo senso dell'uguaglianza e del diritto, di prudenza malintesa che le ottunde. Come ciò può avvenire se si bela, invece che fare la "voce grossa"?

Oppure, se, invece che deplorare, il presule comminasse la scomunica (non è solo sua facoltà, ma suo preciso dovere di fronte a un grave peccato commesso pubblicamente), circostanziata e pesante, su tutti i battezzati che partecipano in qualunque forma all'operazione omicida? So di vescovi americani, giovani e combattivi, che non hanno avuto paura di scoprirsi personalmente nella battaglia per la vita facendosi primi promotori e animatori di referendum a livello di Stato: e non di rado hanno vinto, allontanando, almeno per un po', anche se non sconfiggendo, prospettive del tutto maligne.

Se non si dà un richiamo e un esempio forti, due settimane dopo l'uccisione di Eluana nessuno ne parlerà più: già è significativo che nel Corriere della Sera online di oggi la notizia del trasferimento di Eluana verso la morte sia affiancata dall'ultima notizia su quanto accade nella casa del Grande Fratello!

E i vescovi italiani? Spero solo che la Conferenza Episcopale rifletta attentamente sulla vicenda, una volta consumato il crimine. Non tanto sui termini morali della questione, che sono nitidissimi, ma sulla mollezza con cui, come singoli e come corpo, affrontano problemi che ormai fanno cadere la maschera dei diritti e intravedere il ghigno satanico del Nemico. Il demonio non si affronta con gli appelli: si combatte a muso duro con la preghiera (magari con l'esorcismo), con il digiuno e con il sacrificio. Soprattutto senza rispetto umano, che è il capitale maggiore su cui speculano le forze di morte oggi come ieri.

venerdì 30 gennaio 2009

A "sproposito" di Insorgenza




Il problema storico dell'Insorgenza, cioè di quel grandioso ciclo di moti popolari che accompagna e contrasta la dominazione francese e napoleonica in Italia e nei Paesi europei tra la fine del Settecento e i primi decenni del secolo XIX, è tuttora aperto e le ricerche in merito sono tuttora largamente in stato di work-in-progress.


C'è tuttavia chi presume di considerare chiusa la questione sul piano scientifico, ma lo fa non adducendo nuovi fatti bensì anteponendo tesi e stereotipi interpretativi improntati all'ideologia progressista. Questo atteggiamento è quindi portato ineluttabilmente a condannare ogni lettura che muova da presupposti nuovi, diversi - per esempio conservatori -, nonché ogni sforzo di ricerca che parta da ipotesi di lavoro originali e spregiudicate. Di qui i reiterati attacchi che determinati gruppi di studiosi hanno portato e portano contro quella nuova storiografia, nata negli ultimi decenni, la quale offre dell'Insorgenza una visione più ampia, meglio fondata e meno condizionata da premesse ideologiche. In questi ambienti esiste in effetti il timore diffuso che rivalutando - o solo riscoprendo - questa pagina di storia di possa rimettere in discussione il profilo identitario della nostra nazione e, quindi, si possa attentare non tanto agli assetti costituzionali instaurati nel secondo dopoguerra, di loro abbastanza ampi, quanto a quella torsione in senso eversivo del dettato costituzionale attuata dalle forze di sinistra dal 1948 in poi, palesemente contro la volontà popolare. Il pericolo mi pare alquanto remoto e per certo non esiste un complotto contro l'identità "antifascista" condotto da ambienti reazionari legati alla "destra" al potere. Va comunque detto che la lettura del passato è di suo in continua evoluzione e, se le conclusioni più aggiornate e qualificate fanno emergere aspetti non considerati, è altresì giusto che le istituzioni pubbliche tengano conto di tali realtà e non esitino a rimodellarsi di conseguenza. Per esempio, la domanda di "federalismo", che sale da più parti del Paese, ha ragioni storiche profonde, che risalgono alla negazione delle tradizionali autonomie di governo delle comunità italiane attuata dalla neonata monarchia unitaria dopo il 1861. La riscoperta e la denuncia di questa negazione - che già a suo tempo incontrò aspre critiche - da parte di storici contemporanei per lo più fuori dall'"apparato" ha dovuto combattere per decenni contro la tesi opposta secondo cui il centralismo era l'unico modello idoneo al Paese. Ora, assistiamo invece al ristrutturarsi - pur con ampi margini di dubbio sulle modalità - delle istituzioni italiane su base federale o, quanto meno, decentrata. Aprendo una parentesi, questa distinzione non è oziosa ma, anzi, doverosa poiché il federalismo autentico, secondo la lezione profondamente sapiente del filosofo svizzero della politica Gonzague de Reynold, deve nascere dal basso, come libera associazione di corpi sovrani preesistenti, e non come provvedimento legislativo che cade dal vertice sulla base.

In ogni modo, se la vulgata sul federalismo si fosse conservata immutata, oggi il problema della sanatoria dei guasti del centralismo non sarebbe neppure all'ordine del giorno.

Il che vuol dire che attaccarsi tenacemente a visioni oleografiche del passato solo per ragioni ideologiche è non solo sbagliato sotto il profilo "professionale", ma anche nocivo per la comunità nazionale sulla quale il lavoro dello storico si riversa e al cui bene il suo sforzo trova la sua finalizzazione.

In questa prospettiva allego il link a un mio articolo che la rivista Studi cattolici ha publicato nel numero di gennaio 2009, in cui tutte queste tematiche sono sviluppate più in ampio.


martedì 20 gennaio 2009

Farewell , mr. George W. Bush!


Per che cosa sarà ricordato il quarantatreesimo presidente americano, George Walker Bush? Di certo per l’ostilità granitica, ininterrotta, talora sguaiata dei mass media. Sono oramai all’undicesimo presidente americano: sono nato sotto Truman e ricordo nitidamente Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Reagan, Clinton: almeno da Kennedy, grazie alla televisione che arrivò nella mia casa nel 1960, ricordo anche le immagini. Per questo credo di poter dire che mai un presidente ha ricevuto un simile trattamento da parte della casta di Hllywood, della carta stampata e del tubo catodico.
Mai la satira credo si sia accanita con così poca misericordia e in maniera così scomposta contro un personaggio politico di quel livello. Su di lui, nel corso del mandato medesimo, sono apparsi ben due lungometraggi – quello, più documentario, di Michael Moore e W. di Oliver Stone – entrambi con l’effetto – e con l’intento – di stroncarlo in radice non solo come politico ma anche, cosa forse mai accaduta, come uomo, facendolo passare per poco più di un deficiente, di un cafone, di un figlio di papà, di un complessato rispetto al più bravo e “cocco di papà” fratello Jeb. Ciò risalta ancor di più se si osserva con quale autentico peana, ancora a bocce ferme, si astato investito sui media di tutto il mondo il neo-eletto Barack Hussein Obama, un encomio di massa pari solo a quello – maturato peraltro in itinere, data l’ostilità iniziale del mondo wasp per il presidente irlandese e cattolico –, che a suo tempo circondò un personaggio umanamente e politicamente discutibile come John Fitzgerald Kennedy con una sorta di aureola da beato ante litteram.
Eppure George Bush jr. è stato un grande presidente, sicuramente non il peggiore “tecnicamente”, anche se, forse sulle sue doti umane, fanno aggio i contenuti della sua politica.
Dal punto di vista personale non era possibile non notare le sue debolezze e le sue carenze di physique du rôle. Soprattutto se lo si confronta con autentici maghi della comunicazione come Ronnie Reagan. La cultura popolare del suo paese di provenienza, il Texas, la gioventù alquanto scapestrata, la sua poca dimestichezza con i libri – nonostante due lauree, Yale e Harvard, e un MBA – hanno senza dubbio reso un po’ poco oliato e anche alquanto rozzo il suo comunicare e un po’ esitante la sua presenza in occasioni in cui si doveva possedere un minimo di verve e di bagaglio culturale. Va poi considerato comunque il suo enorme sforzo, coronato da successo, di liberarsi per sempre dalla schiavitù dell’alcool, dalla superficialità morale, da una vita senza obiettivi, che lo ha portato simultaneamente a tornare alla salute e alla fede. Né mi pare da sottovalutare un altro aspetto che dovrebbe essere giustamente apprezzato soprattutto da chi è credente: una vita pubblica senza la minima ombra. Nessuna amante, nessun episodio di corruzione, nessun favoritismo, nessuna nota-spese gonfiata, nessuna palazzina costruita con fondi pubblici: un curriculum politico di otto anni – si noti bene – del tutto immacolato. Anzi a lui si deve l’aver introdotto nelle riunioni politiche qualcosa che forse è meno estraneo al costume americano di quanto lo sia a quello europeo, ma che rappresentava comunque un novum anche per l’America e cioè la preghiera pubblica.
La sua forza sono stati fuori di dubbio la potente famiglia, i collaboratori e la ormai rodata attrezzatura culturale e pre-politica del mondo conservatore che lo hanno sostenuto e forse anche guidato con vigore.
Ma sotto il profilo del suo programma di governo, dei suoi adempimenti e del polso fermo da lui costantemente mantenuto in frangenti, non lo si dimentichi, di una complessità e di una delicatezza tali – e con un tasso di novità così alto –, da richiedere doti di analisi e di pratica politica del tutto non comuni.
Farei iniziare il bilancio dallo senario geopolitico.
A lui è stata rimproverata soprattutto di aver intrapreso la guerra contro Saddam Hussein senza sufficienti motivi. Così pure di aver barato, dando per concluso un conflitto che al momento della dichiarazione della vittoria era in realtà appena agli inizi. Una guerra che aveva provocato più danni che non effetti benefici, destabilizzando tutto uno scenario regionale e provocando la reazione corale dell’islam fondamentalista.
Ebbene, non è vero: l’attacco all’Iraq è stato un colpo forse non condotto al meglio, ma di certo ben assestato, perché volto a liberare un popolo da un sanguinario tiranno, a costituire una retrovia fondamentale per l’Afghanistan e porre un argine necessario alla potenza fondamentalista iraniana – ora l’Iran confina con gli Usa –, nonché a creare uno scudo essenziale per la sopravvivenza di Israele in un contesto di più pericoloso revival islamico. Ha stornato altresì la minaccia terroristica dal territorio americano forse per sempre.
L’impegno in Iraq è stato un programma bellico attuato con poche risorse materiali – quanto meno rispetto al Vietnam e al Golfo – e con molta inventiva strategica e tattica – dai “droni” al “Surge”, all’impiego ampio come non mai di risorse femminili –, quindi con poche, sottolineo poche, vittime. Qualcuno ha forse dimenticato le sterminate distese di croci bianche dei cimiteri militari alleati in Francia, in Italia, in Oriente? La guerra in Iraq è costata meno di una battaglia di medio livello della campagna contro il Giappone del 1942-1945. Certo vi sono state vittime civili e non poche, anche se esse vanno attribuite al terrorismo internazionale islamico e agli scontri tra fazioni religiose, che non alle operazioni belliche: ma si può dimenticare quanto è stato spaventosamente alto in termini di vittime civili la liberazione dell’Europa? In Iraq l’effetto è stato inversamente proporzionale al costo. Bush ha fatto una guerra preventiva? Certo: ma chi può dire che è sempre sbagliato schiacciare il grilletto per primi? E chi può stabilire oggi, in tempi di guerra asimmetrica e condotta da soggetti incontrollabili, dato che non sono più gli Stati sovrani, quando un conflitto armato scoppia?
Bush fatto a meno dell’Onu e non ha voluto ascoltare l’accorato appello di Papa Giovanni Paolo II? Sì, è vero. Ma l’Onu, oltre a rivelarsi sempre più incapace di agire, è ormai il luogo dove si boicotta qualunque sforzo volto, prima del 1991 ad arginare il comunismo e, ora, a combattere le nuove minacce per la civiltà occidentale. E il Papa? Il Papa ha svolto il suo ruolo con rigore e con correttezza: ma la decisione di fare o no la guerra in temporalibus, dopo averne valutato i pro e i contra oggettivi e non solo quelli di principio, a rigore non spetta al Papa, bensì a chiunque sia il legittimo reggitore di popoli in questione. Sarà poi eventualmente il Papa a giudicarne la coscienza in foro interno: ma non è il Papa il Capo del Governo.
E in politica si segnalano altri importanti facts che ridondano a suo lustro. Per esempio l’apertura alla revisione del giudizio storico-politico – in un discorso durante la sua visita in Lettonia – sulla seconda guerra mondiale e sull’abbandono all’Urss di metà Europa come prezzo della sua collaborazione – ma anche autodifesa e con le armi americane – per sconfiggere l’hitlerismo. E anche l’avallo indiretto delle critiche di passività o di scarso impegno rivolte agli Alleati quando si trattò di salvare le centinaia di migliaia di deportati civili, soprattutto ebrei, detenuti nell’arcipelago del Lager nazionalsocialisti fra il 1942 e il 1945. Quell’avallo che si può evincere da quelle parole “We should have bombed it” ("avremmo proprio dovuto bombardarlo") da lui pronunciate durante la visita allo Yad Vashem di Gerusalemme davanti ai pannelli che riproducevano il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
Ancora: il suo intenso e costante impegno a favore della vita innocente. Non ha sospeso la pena di morte, ossia il diritto-dovere degli Stati di punire, dopo tutti i possibili giudizi, il colpevole adulto – si ricordi che nella Russia bolscevica anche i minorenni erano passibili di sentenza capitale – di delitti orrendi con la morte, ma ha difeso in maniera strenua, nei limiti non enormi che l’assetto costituzionale degli Usa gli consentiva, la vita umana non nata, rifiutando le sovvenzioni statali alle organizzazioni abortiste, restringendo la casistica di aborto, aiutando la maternità. Il che non è andato separato dalla difesa della famiglia, in particolare cercando di far costituzionalizzare il matrimonio esclusivamente eterosessuale.
Infine, la sua chiara dottrina anti-comunista: per esempio, non ha tolto l’embargo a Cuba, come il coro dell’establishment progressista non ha mai smesso di chiedere con insistenza. E ha voluto presenziare autorevolmente all’inaugurazione del – piccolo ma importante – monumento alle vittime del comunismo inaugurato a Washington nel 2007.
Ha dovuto affrontare la strage delle Torri Gemelle, con il suo spaventevole impatto psico-sociale. Ha dovuto dare inizio a una dura e lunga lotta contro il fondamentalismo talebano afghano, le minacce e le provocazioni nord-coreane, la rivolta dei Paesi dell’America Latina sempre più dominati da coloriti semi-autocrati socialisti, che non rifuggono dall’acquisto di armi strategiche dalla Russia e dal commercio con la rossa Cuba. Non ha ceduto davanti al neo-imperialismo di Vladimir Putin, né davanti all’invasività – forse una guerra asimmetrica clandestina – commerciale e strategica della Cina. Ha dovuto fare una difficile guerra a migliaia di chilometri dalle coste statunitensi e iniziare a prendere provvedimenti contro la terribile crisi economica mondiale scoppiata lo scorso anno.
Il bilancio sarebbe più lungo, ma credo di aver messo abbastanza carne al fuoco.
Come accennato, molto di quanto ha compiuto è stato applicazione della dottrina politica del mondo conservatore americano e frutto della bontà del personale politico che negli ultimi decenni si è preparato nelle miriadi di fondazioni, di master, di summer school, di corsi universitari – che non sono più monopolio delle sinistre –, di corsi di formazione, di libri, saggi e articoli pubblicati dai media conservatori. Bush jr. – sudista la cui investitura suprema ha forse ridotto il gap fra il Sud e il Nord yankee –, è stato come non mai espressione di questo milieu della nazione americana, che ha cominciato a risvegliarsi alla fine degli anni 1950 ed è cresciuto in maniera impressionante, esplodendo con la presidenza Reagan e radicandosi in maniera ormai irrevocabile durante le tre presidenze di Bush sr. e di Bush jr.

* * *

Non so se ora George “Dabliù” Bush vorrà riposarsi, dedicandosi più di prima alla fedele consorte e alle sue due gemelle: può darsi che continui in altra forma l’impegno politico. Certo è che i problemi di cui occuparsi, in primo luogo evitare che la sconfitta in una battaglia si trasformi in sconfitta nella guerra fra i conservatori del suo Paese, sono tanti e il suo apporto potrebbe essere prezioso. Comunque, lo voglio immaginare nel suo ranch in Texas, in sella a uno dei suoi cavalli, mentre, cavalcando, agita festosamente al vento il suo Stetson, godendosi un po’di quella libertà senz’altro troppo e male apprezzata in gioventù, ma sacrificata in seguito non poco alle esigenze della politica, e che grazie anche al suo sforzo, oltre che al sangue di migliaia di americani e di americane, è stata restituita a tanti popoli della terra.

Il “diritto” di morire non esiste


“Diritto di morire con dignità”: è uno slogan che si sente ripetere ormai da ogni pulpito mediatico. Chi riferisce fatti e circostanze concrete li rubrica ormai, in maniera apparentemente neutra, sotto questa voce. Ma vi è anche chi – spesso importanti ed esperti giuristi –, la usa intenzionalmente per descrivere con termini “a effetto” un aspetto dell’ideologia etico-giuridica progressista, imperniata sui diritti, veri o presunti, dell’uomo, per indicare il “diritto” che ciascuno avrebbe di porre fine ai propri giorni senza attendere la morte naturale.
Tuttavia, un’analisi anche superficiale dell’espressione induce a porsi non pochi interrogativi riguardo allo scenario normativo, già esistente oppure in fieri, che essa configura.

Morire è un diritto? E poi perché solo morire “con dignità”?
Se si riflette, per ciascun individuo autocosciente morire è certamente una facoltà. Ognuno di noi sotto certe condizioni può optare per porre fine alla propria esistenza e può altresì riuscirvi praticamente senza fallo: quanti sono i casi di tentato suicidio reiterati fino a quello “buono”... Uccidersi – come pure uccidere – o lasciarsi morire è oggetto della nostra libertà. E la gamma degli strumenti a disposizione è direttamente proporzionale alla fantasia dell’uomo…
Ma morire è anche un diritto? E, ancor prima, che cos’è un diritto?
Secondo una classica definizione giuridica la giustizia, ciò che è conforme al Recht dei germani e allo ius dei latini, cioè al diritto, “est suum cuique tribuere”, dare a ciascuno il suo. Il diritto è dunque qualcosa che ciascuno possiede come schiettamente “sua”, che gli compete, che gli è dovuta. E in virtù di che cosa? Del fatto che è fatti come siamo fatti, per la sua “natura” e per la sua essenza umane. Quindi, per il fatto di essere creatura razionale e morale, ovvero che non obbedisce a una legge – che comunque lo precede – meccanicamente o fatalmente, ma per la propria libera volontà.
Il darsi la morte è dunque qualcosa di nostro, che ci appartiene, qualcosa che inerisce alla nostra natura di essere ragionevole e morale? Tecnicamente sì. Ma lo è anche sotto il profilo del “dover essere”, di ciò che ci compete sempre e ovunque? Allora, senza alcuna esitazione, no.
Il vivere non è frutto di una nostra volontà deliberata: ci si trova “vivi” quando, a un certo punto della nostra crescita, si avverte non più solo istintualmente che siamo cosa diversa da un sasso o da un animaletto – un insetto, un uccellino, una lucertola – che non si muove più…
Così pure il momento della fine “naturale” della vita e il modo in cui usciremo da questo mondo ci sono ignoti. Ora, il non conoscere né l’inizio né la fine di un processo in cui pur siamo coinvolti in radice ci dice ragionevolmente che tale processo non è nella nostra disponibilità e che, come non possiamo attivarlo ad nutum, così non possiamo interromperlo deliberatamente.
Dunque, né uccidersi né lasciarsi morire è del tutto possibile ma non è mai un diritto.
Non essendo un diritto, l’azione di attuare la propria morte o di aiutare una terza persona a infliggersela, uccidendola positivamente oppure lasciandola morire di stenti o di fame o di sete, è sempre un’azione illecita, quindi in tesi sempre e ovunque illegale.
È elementare osservarlo – e queste brevi note sono solo riflessioni di un soggetto che non né giusperito, né filosofo –, per cui lascia davvero sgomenti e produce un’acuta amarezza vedere ordinamenti civili lasciare tranquillamente esistere e operare organizzazioni, come la nota e trista “Exit”. A riguardo, forse non è del tutto noto che le iniziative a favore dell'eutanasia e del suicidio in proprio o assistito sono promosse da un poderoso network internazionale, The World Federation of Right to Die Organizations, fondata nel 1980, che raggruppa ben 38 associazioni di 23 Paesi e la cui mission è “difendere o proteggere il diritto di auto-determinazione dell’individuo alla fine della vita” – ovvero la cui ragione sociale è il suicidio organizzato e a pagamento – e il cui motto è “Difendere la scelta di una morte dignitosa”. Se non si tiene conto di questa trama di fondo, che agisce per lo più discretamente, non si capisce come “casi” apparentemente spontanei, come il tentativo di porre fine ai giorni di una disabile grave come Eluana Englaro non solo possano sorgere ma vengano condotti avanti fino alle estreme conseguenze con una volontà ferrea e refrattaria di ogni considerazione razionale ed emotiva.
Si tratta di un atteggiamento apparentemente filantropico, ma che trasuda una rivolta in nome dell'autoreferenzialità che difficilmente si spiega, se non rievocando quell’odio per la vita e, attraverso di esso, per il Creatore, che ha caratterizzato correnti dell’antico dualismo gnostico... Ed è curioso – ma fino a un certo punto – osservare come queste posizioni siano quasi sempre accompagnate da una intransigente opposizione alla pena di morte. Si trova cioè giusto conferire a un singolo o a terzi privati il diritto di uccidere una persona – non solo quando è ancora in utero, ma adulta perché ammalata oppure semplicemente stufa di vivere –, più spesso una persona debole e innocente, mentre si nega di principio all’autorità legittima, sotto ben precise condizioni, il diritto-dovere di punire anche con la morte per liberare definitivamente la società da soggetti altamente nocivi, in genere adulti e responsabili, condannati in ultima istanza per gravissimi delitti. Ed è ancor più curioso, al limite, vedere che nella medesima prospettiva si estende talora questa opposizione allo stesso ius belli, al diritto-dovere cioè che ha uno Stato di fare la guerra per difendere la comunità cha ha la missione di organizzare.

Come ultima osservazione, se, paradossalmente, il diritto a morire prima della morte naturale esistesse, perché lo si ammette da taluni – ovviamente esiste chi difende il diritto al suicidio, autonomo o assistito, tout court – solo purché ciò avvenga “per” dignità e “con” dignità?
Perché invece non quando viene attuato con modalità “indegne”, nel fine e nel modo? E che cosa vuol dire “degno” in questo contesto? Degno è ciò che si confà al nostro status, alla nostra condizione obiettiva. Il termine copre una gamma vastissima di proprietà umane, degno può essere ciò che inerisce alla nostra umanità oppure semplicemente alla nostra condizione sociale o alla nostra classe di età, e così via… Per cui, come si può stabilire e chi può stabilire quando qualcosa – nella fattispecie il morire prematuro e volontario –, sia un modo di lasciare questo mondo “degno”? Qual è il criterio?
La forma della morte? Cioè, chi si butta dal settimo piano oppure si getta sotto un treno in corsa si uccide in maniera “indegna”, mentre chi si taglia le vene o si fa praticare un’iniezione letale, no? Il “degno” sta dunque nell’evitare le brutture che la fase terminale di una malattia c’infligge? Evitare il dolore, la sporcizia, l’umiliazione del non poter più disporre del proprio corpo e delle sue funzioni anche più elementari?
Oppure il fine? Ma oggi c’è chi vorrebbe morire perché è diventato brutto, oppure per una delusione amorosa o per debiti o perché è morto il cagnolino… Non è una battuta: la condizione moderna, con la solitudine e l’indifferenza che induce, non di rado porta personalità psicologicamente fragili o più spesso “infragilite” a trovare ragioni per morire in cose di una secondarietà assoluta, a fronte di accadimenti che avrebbero incontrato l’indifferenza o forse sollevato l’ilarità di un uomo o di una donna del nostro ben più difficile passato…

Tutti questi interrogativi mi pare minino in radice la sensatezza dell’espressione segnalata in esordio e rafforzino invece la nozione di esistenza come datum, come cosa che ci viene consegnata da altri, o, quanto meno, di una realtà nostra ma totalmente indisponibile a noi stessi e a terzi. Un datum che, se lo si legge alla luce di categorie che non sono meramente naturali – le quali sono comunque più che sufficienti per normare i comportamenti dell’uomo in società e delle società nei riguardi del singolo –, diventa donum e opportunità unica e preziosa non solo per affrontare la propria fine naturale, ma anche per varcare “con dignità” – questa volta sì il termine ha senso – la soglia della morte e addentrarsi nella “vita vera” dell’anima che non ha fine.
19-1-2009

sabato 3 novembre 2007

L’ineffabile Sergio Romano non viene meno alla sua fama di “cerchiobottista”.
Da una parte le sue lucide analisi dispensano, infatti, quasi quotidiane pillole di saggezza e di severità nonché frequenti rampogne sulla decadenza politica del paese. Dall’altra, invece, l’autorevole commentatore politico non si fa scrupolo di bacchettare il Papa e di ammannire una sonora reprimenda ai cattolici in materia di diritto all’obiezione di coscienza per i farmacisti che vogliano sottrarsi all’obbligo (per ora potenziale) di vendere prodotti abortivi chimici.

Romano, nella rubrica di lettere di cui è titolare sul Corriere della Sera (3 novembre 2007), si premura di precisare che chi svolge una “funzione pubblica” non può non obbedire alle leggi dello Stato e, se non lo vuol fare, è meglio per lui cambiare attività, nella fattispecie trasformarsi da farmacista in un volgare “negoziante”.
Tralascio la replica sui singoli punti – che opinione ha della professionalità e della deontologia dei farmacisti, Romano? come concepisce la funzione pubblica, come un ministero o un esercito, oppure come il libero esercizio di funzioni a vantaggio della collettività che chiunque può svolgere e in molti casi, non messi in discussione, di fatto svolge? Come si sposa questa concezione vetero-statalista con il fallimento mondiale dell’equazione pubblico = Stato? – e mi limito a due domande, più o meno “retoriche”.

Se si afferma da più parti che un soldato hitleriano aveva il dovere di disobbedire a un ordine di sterminio, perché invece si nega al farmacista – che per di più non è un soldato e non vuole affatto sopprimere bensì permettere che nasca una vita –, il diritto di dire di no, almeno per quanto lo concerne – cioè dispensare sostanze che curano e non veleni –, a una quasi certa (Norlevo) o inevitabile (Ru 486) soppressione di vita umana innocente?

E se, in virtù di una legge dello Stato – può capitare, ed è capitato –, un giornalista come Romano fosse obbligato a scrivere articoli di apologia di fascismo e questi, fondandosi sulla sua libertà di coscienza, rifiutasse di farlo, ci sarebbe qualcosa da eccepire? Credo proprio di no. E se qualcuno gli facesse osservare che, se non vuole obbedire a una legge dello Stato, può fare, invece che il giornalista, il copista, lo scriba, il dattilografo, cosa che nella maggioranza dei casi equivale in realtà alla disoccupazione?

Questa defaillance del noto scrittore è tuttavia rivelatrice di un altro aspetto sconcertante per i più. Di quale sia cioè la mentalità, la “cultura”, di un certo ambiente, politico e pre-politico, che si potrebbe definire “conservatore nazionale” o liberal-conservatore. Si tratta di una cultura che in Italia è abbondata nei due secoli passati, dal liberalismo “di destra” – alla Crispi – a un certo nazionalismo novecentesco. Una posizione sostanzialemente agnostica in religione, relativista in morale e laicista “moderata” nella politica ecclesiastica, che all’esterno ostenta una faccia conservatrice e che pone l’interesse nazionale come prima cosa, quindi lato sensu autoritaria. Mentre poi, ad intra, professa o anche solo dà diritto di cittadinanza alle teorie più “liberali-libertine” di volta in volta possibili, proprio in nome di quella statolatria attraverso cui esprime un culto della nazione così forte da rendere relative anche le opzioni religiose e morali. Solo che due secoli fa era in gioco magari la libertà di fare i propri comodi in campo sessuale, oggi, invece, nel degrado etico generale, è in gioco di decidere della vita o della morte dell’essere più debole che possa esistere.

Se si vuole dunque difendere la vita, la famiglia e l’educazione – le basi non negoziabili di ogni convivenza civile – bisogna diffidare di queste posizioni falsamente conservatrici e francamente falsamente autorevoli, che – magari per ragioni “superiori” o apparentemente “nobili”, ma più spesso logora reiterazione di luoghi comuni vetero-laicisti –, con serenità oggi danno un colpo al cerchio (la politica attuale) e domani magari, con la stessa serenità, alla botte (il concepito o il matrimonio naturale o la scuola libera).

mercoledì 1 agosto 2007

«Cattolici adulti» e tasse

Per l’ennesima volta il nostro ineffabile premier Romano Prodi ha perso l’occasione di stare zitto.
Il più noto dei «cattolici adulti» è infatti uscito con queste dichiarazioni, rese in un’intervista concessa a Famiglia Cristiana e riportate dal Corriere della Sera del 1° agosto: «Un terzo degli italiani evade. Tutti facciano la loro parte. Perché, quando vado a messa, questo tema non è quasi mai toccato nelle omelie? Eppure ha una forte carica etica».
Parto la falsità dell’assunto che i preti non parlino del dovere di pagare le tasse: a me è capitato più di una volta di sentire tali richiami nelle omelie, anche se, ahimè, quasi sempre nella medesima ottica «monca» del premier; ma non solo: la Conferenza Episcopale Italiana nel 1991 — dunque ben prima che esplodesse «Tangentopoli» — ha emesso un ampio documento intitolato Educare alla legalità, in cui questo tema trova ampia accoglienza. Da allora l’educazione alla legalità è entrato (basta fare qualche ricerca in Internet) nella pastorale di più di una diocesi italiana e nei programmi dei gruppi giovanili, per esempio degli scout. E il Catechismo della Chiesa Cattolica conferma in pieno la doverosità in questione (cfr. n. 1916: «La partecipazione di tutti all'attuazione del bene comune implica, come ogni dovere etico, una conversione incessantemente rinnovata dei partner sociali. La frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni si sottraggono alle imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno condannati con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia. Ci si deve occupare del progresso delle istituzioni che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini»).
Ma c’è di più: davanti agli occhi del nostro premier, «cattolico adulto», sfilano tutti i giorni in maniera torrentizia episodi clamorosi d’immoralità, appelli pressanti, richieste prepotenti, aperti attentati all’eticità della vita e disprezzo della religiosità: eppure tra le forme di comportamenti anti-etiche riesce ad accorgersi solo dell’evasione delle imposte. Degli embrioni massacrati, degli aborti «legali» a valanga, dei matrimoni omosessuali, dell’eutanasia, della pedofilia, dello sfascio morale prodotto dalla pornografia dilagante e tracimante: di tutto questo, come dicono a Roma, non gliene può fregare di meno… Invece che sottolineare il danno irreparabile apportato al tessuto della convivenza civile da una immoralità ormai entrata nei codici a Prodi importa solo che il cittadino, nonostante il marasma che lo circonda e che arriva al punto di far diventare una questione nazionale lo smaltimento dei rifiuti o , sia puntuale e docile nel finanziare uno dei principali agenti di questo sfascio della società: lo Stato democratico post-moderno temporaneamente affidato alle sue mani. Incredibile ma vero.
Le esternazioni prodiane sono tuttavia rivelatrici di qualcosa di più ampio e drammatico, che investe il campo della cultura religiosa e politica dei nostri governanti. Il doloroso strabismo di cui oggi si fa testimone Prodi, che fa considerare normalità malattie sociali gravissime mentre sopravvaluta comportamenti di certo riprovevoli, ma in ultima analisi «fisiologici», rivela una visione del rapporto con la Chiesa e delle priorità nei confronti del bene comune che devono ispirare l’azione del politico e ancor di più dell’uomo di governo che, sotto un aspetto pare mille miglia lontano dalla retta opzione cristiana e, sotto un altro, sembra quasi coincidere con quelle ideologie della modernità estrema che da decenni funestano il panorama della vita politica in Italia e nell’occidente. In particolare pare enorme il fraintendimento sul ruolo dello Stato e sui doveri del cittadino nei sui confronti. Pare che Dio abbia creato lo Stato democratico post-moderno così com’è… E invece questo è nato dalla deformazione secolare dell’organismo politico fondato all’epoca della post-romanità, differenziandosene sempre più in termini di libertà concrete, di autonomie, di autogoverno, che ha costantemente risucchiato dalla società verso apparati anonimi e meccanici.
Questo processo (che sarebbe troppo lungo descrivere) ha richiesta un sempre maggiore drenaggio di risorse dalla società che ha raggiunto gli aspetti parossistici dello Stato odierno per il quale il cittadino lavora in media sei mesi all’anno prima di poter lavorare per sé stesso. E questo è un dramma autentico che ciascuno vive sulla sua pelle e non un valore come per gli statalisti socialisti e per i «cattolici democratici». Un dramma che nel nostro paese è acuito dal fatto di avere uno degli apparati pubblici più faraonici, più simile a una democrazia popolare che non a uno Stato liberaldemocratico che poi rende ai cittadini un servizio dei più scadenti al mondo. E spesso il non pagare le tasse o tutte le tasse dovute (nonostante la sempre maggior difficoltà di attuare un simile comportamento) non è altro che una forma di auto-difesa o di protesta individualistica, una sorta di sciopero che il cittadino, infischiandosene di ogni e qualunque struttura deputata a trasferire le sue istanze verso il potere, applica autonomamente e un po’ anarchicamente.
Dunque, se è vero che ciascuno deve contribuire alla vita di quel «guscio» della società che è lo Stato, lo Stato ha il dovere di chiedere alla società il contributo minimo possibile riducendo il suo apparato e facendolo funzionare in maniera efficiente. Non solo: lo Stato stesso ha il dovere di promuovere il bene comune, il quale inizia dal divieto legiferare a favore dell’errore e del male. Sempre il Catechismo recita al n. 1923: «L’autorità politica deve essere esercitata entro i limiti dell’ordine morale e garantire le condizioni d’esercizio della libertà». Altrimenti il suo buon diritto conosce un forte ridimensionamento etico e morale. E questo è esattamente ciò che la dottrina sociale della Chiesa insegna. Forse Prodi non la conosce? non conosce il Catechismo? Se così è gli consiglierei di leggerlo prima di parlare di eticità. Non credo tuttavia che non lo conosca: è che nella sua prospettiva un insegnamento così preciso e autorevole sfuma, scolora, non è rilevante, non è in primo piano. Il problema è tutto culturale. Nella cultura politica dei cattolici democratici la subordinazione ai miti politici della modernità è totale, dalla visione della storia alla dottrina sulla società. E questa totalità si esprime proprio nella preferenza per la politica moderna a discapito della dottrina: se la Chiesa dice qualcosa di diverso dall’ultima cultura politica «laica», è la Chiesa che sbaglia… E recenti uscite di amici politici di Prodi, come Rosy Bindi e Pierluigi Castagnetti, che con questo animus attaccato hanno l’attuale «gestione» del Pontificato come un’anomalia sono del tutto eloquenti…
C’è da chiedersi dove si voglia arrivare: il gioco in effetti è sempre più smaccato e perde sempre più presa nei confronti di chi cattolico «fanciullo» e docile alla Chiesa si sente integralmente e non ama subordinazioni a culture estranee… e se Prodi e il suo entourage di cattolici più che adulti, direi senili, continua su questo timbro se ne ricorderà a tempo opportuno.

Nel frattempo preghiamo Dio che liberi la cultura politica cattolica da queste incrostazioni ideologiche «adulte», che sono una specie di camicia di forza che rende senz’altro meno facile l’evangelizzazione sociale e, quindi, frena la rinascita della società in un paese come il nostro che ne ha così bisogno, essendo un autentico «vaso di coccio» fra «vasi di ferro» in questo frangente di tumultuoso cambiamento a livello globale.

giovedì 7 giugno 2007








Preghiera










«Quando dunque arriveremo alla Tua presenza,



cesseranno queste molte parole,



che diciamo senza giungere a Te;



Tu resterai, solo,



tutto in tutti,



e senza fine diremo



una sola parola,



lodandoTi in un unico slancio,



divenuti anche noi



una cosa sola in Te»







(Sant'Agostino, De Trinitate, 15, 28, 51)

giovedì 5 aprile 2007


Crisi della famiglia: dove sono le sue radici storiche?

Famiglia cristiana, il diffusissimo rotocalco della congregazione paolina, in un dossier sul tema della famiglia (pubblicato sul numero 13 del 1° aprile 2007), presenta un conciso ma efficace resumé di quello che l’autorità pubblica, al di là delle ripetute dichiarazioni di intenti e perfino della istituzione di un ministero per la famiglia, non ha fatto e non fa per aiutare la famiglia italiana. Si tratta di un elenco puntiglioso di normative attuali che si traducono in altrettante sperequazioni dirette o indirette verso l’istituto familiare. Autore dell’elenco — redatto in forma di decalogo e nel contesto di un manifesto-appello — è il Comitato per la Famiglia (sede organizzativa: viale Libia 174, 00199 Roma, tel. 06.86.38.63.92, comitatofamiglia@tiscali.it), un organismo nato in seno alla confederazione italiana dei consultori familiari di ispirazione cristiana.
Ecco in sintesi i dieci punti: [1.] «LE TRATTENUTE IRPEF. L’attuale sistema di tassazione non prevede l’esistenza della famiglia. Un single che guadagna 40.000 euro l’anno viene tassato allo stesso modo di un capofamiglia con 2, 4, 6 o 8 figli. […] Le cosiddette detrazioni per familiari a carico non fanno che restituire una minuscola parte di quello che viene tolto pagando le tasse. [2.] GLI ASSEGNI FAMILIARI. Gli assegni rientrano in una logica “assistenzialista”. Questo può essere considerato un paradosso del sistema, se pensiamo che sono le famiglie numerose quelle che più portano benefici allo Stato, non solo perché immettono nuova manodopera giovane e lo fanno allevandola a loro spese, ma anche perché questi figli, coi loro consumi, contribuiscono sia a far girare l’economia sia a rimpinguare le casse dello Stato, pagando il 20 per cento di Iva su ogni prodotto acquistato. [3.] L’ICI. L’imposta sulla casa è pagata in base al valore catastale, che è tanto più alto quanto maggiore è il numero dei metri quadri o dei vani. Al legislatore non interessa che il numero dei vani in molti casi salga col numero dei figli. […]. [4.] LA LUCE. Il consumo di elettricità viene addebitato per fasce progressive di consumo, che avrebbero lo scopo di penalizzare i più sciuponi: più consumi, più i kilowatt sono salati. Ma allo Stato non interessa se il maggior consumo di kilowatt derivi per caso da un maggior numero di componenti nel nucleo. […] [5.] IL GAS. Ultimamente il costo del gas al metro cubo è salito più del 20-30 per cento. Lo Stato applica inoltre un’imposta Iva doppia rispetto a quella della luce: il 20 per cento. Ma in realtà si paga di più a causa di una speciale “imposta di consumo”, che in seconda fascia aumenta del 318 per cento. Le più penalizzate sono, come risulta evidente, le famiglie. [6.] L’ACQUA POTABILE. La tariffa sociale a metro cubo dell’acqua, applicata sulle bollette delle famiglie, costa il 25 per cento in più rispetto a quella per le attività zootecniche. […] [7.] L’ASSISTENZA SANITARIA. Anche nel caso dei ticket sulle prestazioni sanitarie, sempre più cari, l’eventuale esenzione non è concessa in base al reddito pro-capite, ma per l’età o il reddito complessivo. […] [8.] I FARMACI GENERICI. Nei farmaci generici, che costano molto meno, non sono compresi farmaci a uso pediatrico. [9.] IL BOLLO AUTO. Più un’auto è di grossa cilindrata, e più aumenta il costo del bollo, ma lo Stato non valuta la possibilità che spesso, dietro l’acquisto di una vettura a 7 o 9 posti, si cela per una famiglia numerosa una necessità imprescindibile, e non un simbolo di status. […] [10.] L’ISEE. Un numero sempre crescente di agevolazioni (borse di studio, contributi libri di testo, rette scolastiche) fa riferimento all’Isee, l’indice di ricchezza di una famiglia, in cui rientra anche il reddito della prima casa (che inevitabilmente sale col numero di metri quadri da offrire ai figli), ma la più palese ingiustizia è che, nei calcoli, ogni figlio è conteggiato pari a 0,35, piuttosto che pari a 1».
Si tratta, a mio avviso, di squilibri gravi, che vanificano qualunque discorso pubblico sulla famiglia finché non saranno rimossi.

Ma, se si riflette, ci si accorge che l’origine di queste disuguaglianze non è accidentale, ma strutturale. Va cioè al di là delle politiche dei vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese dall’Unità in poi — ad esclusione del regime fascista, che qualcosa fece, pur se in nome di principi anch’essi ideologici, per la famiglia — e persino, sotto il profilo “tecnico”, degli ordinamenti stessi. Lo si evince, per esempio, dal fatto che, anche nella scorsa legislatura, con un governo di centro-destra non poco sensibile al richiamo della famiglia, anche per la presenza di una forte componente cattolica nel suo elettorato, ciò che è stato possibile fare per alleviare le condizioni della famiglia non è consistito nel rimuovere le disuguaglianze sopra descritte, ma solo nell’introdurre provvedimenti ad hoc, non permanenti — si pensi al «buono-scuola» —, prontamente rimossi dal governo di centro-sinistra oggi al potere.
Questa constatazione ovviamente non va discarico i governi delle loro responsabilità, né vuole ignorare i problemi sociali che influiscono sulla condizione dell’istituto familiare oggi — il pauroso calo demografico, la frattura generazionale, il lavoro materno obbligato, la facile solvibilità dei legami matrimoniali, la legalizzazione dell’aborto —, ma fa intendere che in ultima analisi si tratta di un problema di idee, di cultura, ovvero di visione del mondo e delle finalità dell’uomo che risale assai indietro nel tempo.

Che cosa è considerato, almeno da due secoli, prioritario rispetto alla famiglia o ad altre realtà umane collettive negli ordinamenti delle società occidentali? Null’altro se non l’individuo.
Da tutti e dieci i punti del dossier traspare chiaramente che gli attuali ordinamenti — qui come altrove — sminuiscono — se non ignorano del tutto — la dimensione delle relazioni di cui l’individuo è centro, sia perché egli le stabilisce — o le trova stabilite — per rispondere a esigenze di natura — la conservazione in vita, la propagazione della specie, l’educazione alla vita in comune —, sia perché le istituisce liberamente. Non danno, in altre parole, rilievo al ruolo — per usare un termine sociologico — che l’individuo riveste, negando diritti — contro il principio di sussidiarietà, pur presente nella Carta costituzionale italiana —, non solo politici, ma anche economici, a quelli che nella società sono i «corpi», tutte quelle realtà cioè che si situano sul percorso ideale nella piramide sociale che va dal cittadino allo Stato: in primo luogo alla famiglia, incluse le sue ramificazioni parentali, poi alle associazioni professionali o lavorative, ancora alle realtà educative.
La ricerca del perché di questo atteggiamento del legislatore — ormai divenuto una sorta di «canone», che non viene più rimesso in discussione se non da qualche isolato giurista — rimanda a una indagine sulla cultura della modernità o, meglio, su quella declinazione di essa che assolutizza — facendone quindi un’ideologia — quel portato, in sé positivo, della cultura della modernità occidentale che si esprime in una maggiore attenzione alla sfera dei diritti individuali.
Nei regimi precedenti alla Rivoluzione francese i diritti dei corpi erano riconosciuti sia in esplicito, nelle carte e nei patti sociali, sia, in forma non espressa, nel diritto consuetudinario, in quanto in genere i corpi erano più antichi delle nuove forme di sovranità che l’età moderna inaugura. Con il 1789, invece, i corpi sociali perdono d’imperio ogni rilevanza di natura pubblicistica. Anche se la ricupereranno eventualmente in seguito, ma solo in parte, come istituti di carattere privatistico, soggetti al riconoscimento dello Stato —, gli ordinamenti di tutti gli Stati europei o di matrice europea — chi prima, chi dopo, ma pressoché tutti dopo il 1870-1880, soprattutto nella misura in cui il Code Napoléon si diffonde durante e dopo il ventennio cesareo e ispira gli ordinamenti degli Stati nazionali liberali —, si imperniano sull’in­di­vi­duo e non più sui corpi. E ciò che resta del riconoscimento della sfera in cui i diritti individuali si inevitabilmente proietterebbero, appunto la sfera relazionale, si assottiglia sempre più col passare del tempo e con l’avvento di regimi radicali. La legislazione stessa degli Stati socialisti si manterrà sostanzialmente su questa falsariga, anzi amplierà la gamma delle libertà individuali riconosciute, anche se poi, nella realtà, l’individuo socialista sarà sempre più simile a un burattino nelle mani di corpi intermedi artificiali promananti dal Partito, attuando il totalitarismo allo stato puro.
La penalizzazione della famiglia — e degli altri corpi — risale quindi a molto lontano, a questa opzione che rende totalitario ed escludente un principio in sé buono.
Come mai, potremmo chiederci per completezza di argomentazione, queste disparità si rivelano solo oggi così acute? Che cosa in passato le ha fatte avvertire di meno? Il discorso sarebbe lungo. Un abbozzo di risposta potrebbe essere: il passaggio da una condizione sociale A a una condizione sociale B, nella concretezza dei rapporti coinvolti, non avviene in pochi anni ma richiede tempi lunghi. Un’immagine utile per capire quanto è accaduta potrebbe essere quella della progressiva erosione della carne e dell’apparire graduale dell’osso: fuori di metafora, solo nel tempo le virtualità eversive insite negli ordinamenti liberali si sarebbero palesate come tali. Per esempio, la famiglia ha «tenuto» finché il matrimonio non fu concepito solo come la conclusione di una storia d’amore di due individui ma come la creazione di un caposaldo della società, quindi da preparare con cura anche nei suoi aspetti materiali. Oppure finché esistettero le proverbiali «vecchie zie: quella delle zie non è una boutade ma un tema d’indagine storica e sociologica non privo d’interesse. Per capire quanta importanza le scelte «sacrificali», soprattutto femminili — con il nubilato volontario —, ma anche maschili — con la gestione oculata delle scelte successorie —, abbiano avuto nella sopravvivenza della struttura famigliare. Poi, a mano a mano che la famiglia si è appiattita sulle sue forme mononucleari, e si è quindi indebolita come soggetto sociale nei confronti dello Stato è affiorato in tutto il suo peso appunto il «peso» della struttura pubblica sulla famiglia.

Ciò detto — visto cioè che la crisi attuale risale a una certa cultura, che esiste da secoli e che impronta gli ordinamenti — occorre evitare la tentazione di pensare che la collocazione del problema in prospettiva storica renda la condizione in cui versa la famiglia meno drammatica, come se fosse un dato di natura, contro il quale non ha senso combattere. Anzi, occorre vigilare per evitare che la situazione — come ampiamente possibile — peggiori e incalzare questo e ogni governo perché nondia ascolto alle istanze pseudo-libertarie e ultra-ugualitarie, ostili alla famiglia, di alcune sue componenti e si muova invece a vantaggio della più importante cellula dell'ordine sociale.
La considerazione che faccio serve solo a far capire che non si può andare alla radice del problema senza un processo di ripensamento dei presupposti «filosofici» stessi della famiglia e della società nel suo complesso, che è poi quello che chiede — in maniera non astratta, ma propositiva —, da decenni se non da secoli, la dottrina sociale cristiana e la filosofia sociale conservatrice.
È realizzabile un cambiamento di percorso, una rettifica, l’abbandono di un’opzione preconcetta e abusiva di un buon principio? Credo di sì, anche se si tratterà certo un processo assai lungo.
In fin dei conti la rinascita e l’affermazione dei corpi sociali nel cosiddetto Medioevo è stata propiziata da un evento colossale e traumatico come lo sgretolamento della struttura imperiale romana e il vuoto che questo crollo ha creato. Lasciata libera, bongré malgré, dalle sovrastrutture createsi storicamente, la società in Occidente è rinata — con tutti i drammi che un ambiente diventato «selvatico» e l’inte­gra­zione di soggetti nuovi imponevano — ricalcando le linee che scaturiscono dall’antropolo­gia umana, dal diritto naturale e dalla consuetudine. Senza augurarmelo, solo in presenza di traumi tali da generare un vuoto comparabile o analogo alla caduta dell’impero di Roma, la società europea potrà tornare a ripercorrere le linee sorgive della sua condizione istituzionale. Altrimenti — fatta sempre salva l'azione della Provvidenza divina — dipenderà dalla capacità delle agenzie di elaborazione della cultura alternativa a quella progressista e individualista egemone di penetrare nell’opinione pubblica e di cambiare il senso comune fino al ripristino di ordinamenti che diano lo spazio dovuto non solo all’individuo ma anche ai corpi sociali.

giovedì 8 marzo 2007


Nuova luce sulla campagna contro Pio XII

La memoria di Pio XII ha subito negli ultimi anni attacchi formidabili, tanto da parte ebraica — ricordo, fra i molti, i volumi di David Kertzer —, quanto da parte catto-progressista — dove spiccano gli acidi lavori di John Cornwell. La storia di questa campagna, scatenata a freddo agli inizi degli anni 1960, quando in parallelo fu lanciato a livello mondiale l’Olocausto — ossia il ricupero della memoria del genocidio degli ebrei europei perpetrato dal nazionalsocialismo —, è abbastanza nota. In specifico, già a un primo esame, traspare che i toni della polemica, mantenuta peraltro costantemente viva, si alzano o si abbassano in sintonia con la politica estera israeliana. Nell’ultimo anno pare che il fuoco di sbarramento contro la memoria di Eugenio Pacelli — che mira soprattutto nel frangente a bloccarne la causa di beatificazione — si sia alquanto attenuato. Forse perché è cresciuto l’isolamento di Israele e aumentato il suo bisogno di alleanze, anche solo sul piano morale, e forse anche perché si sono moltiplicate le testimonianze a favore di Papa Pacelli, a seguito di quella ondata di studi scientifici che in campo cattolico ha fatto da risposta alla violenta campagna diffamatoria degli anni 1990.
L’episodio comunque che ormai a opinione comune segna l’esordio della vague anti-pacelliana è la rappresentazione, nel 1963 — quindi in anni di crescente entente cordiale fra Vaticano e casa-madre del comunismo mondiale —, del dramma Il Vicario, di cui fu autore un allora semisconosciuto scrittore di teatro tedesco, Rolf Hochhuth. In quel contesto venne per la prima volta formulata in maniera precisa — e propagata poi massicciamente e per anni in Occidente — l’accusa contro il Pontefice di aver, se non collaborato positivamente, quanto meno omesso di condannare i giganteschi massacri di ebrei che avevano avuto luogo negli anni della seconda guerra mondiale nei territori del Terzo Reich.
Ora, di recente — 25 gennaio 2007 — la National Review americana ha pubblicato un articolo di Ion Mihai Pacepa — Moscow’s assault on the Vatican. The KGB made corrupting the Church a priority (L’assalto di Mosca al Vaticano. Il Kgb fece della corruzione della Chiesa una priorità) —, il generale romeno che capeggiò i servizi segreti romeni all’epoca del regime comunista di Nicolae Ceausescu e si rifugiò in Occidente nel 1978 (dodici anni prima della fine del regime), dove ha pubblicato un grosso volume di memorie, Orizzonti rossi. Memorie di un capo delle spie comuniste (L’Editore, Trento 1991), uscito in ben 27 paesi.

2. Che cosa si dice in questo articolo? Fra le altre, due cose assai interessanti. La prima che Mosca, molto urtata dall’intransigente anti-comunismo del Pontefice romano, su iniziativa del direttore del prestigioso Dipartimento per la Disinformazione del Kgb Ivan Agayants, fece raccogliere ai servizi diretti da Pacepa, che per ragioni contingenti avevano più chance del Kgb di accedere al Vaticano — il tramite inconsapevole fu un giovane monsignor Agostino Casaroli —, quante più informazioni possibili su Pio XII negli archivi e nelle biblioteche vaticani da utilizzare per orchestrare campagne diffamatorie contro di lui, decise da Kruscev fin dal 1960. Si trattava soprattutto di trasmetterne un’immagine inquinata — quella di un pontefice freddo e cattivo — per, da un lato, segnare la differenza con il nuovo clima «distensivo» inaugurato da Giovanni XXIII e continuato da Paolo VI e per impedire, dall’altro, che la sua testimonianza sostenesse la resistenza anti-comunista nei paesi cattolici dell’impero sovietico.
La seconda che la scrittura e la rappresentazione de Il Vicario sia stata un’operazione di «montaggio» di questo tipo, nata e portata avanti in questo contesto generale, avvalendosi della documentazione vaticana procurata dagli agenti della Die — i servizi segreti esterni — romena infiltrati in Vaticano da Pacepa. Va notato che Il Vicario venne prodotto e trasformato in macchina propagandistica da Erwin Piscator, un potente organizzatore teatrale comunista tedesco, amico di Bertolt Brecht, rientrato appositamente nel 1962 a Berlino Ovest dall’Urss, dove si era rifugiato durante il regime hitleriano.

3. Quelle di Pacepa non paiono due affermazioni da poco. Entrambe confermano infatti autorevolmente la tesi della «manipolazione», che si è sempre sostenuta da parte cattolica e da destra riguardo a Il Vicario. Certo la fonte andrebbe verificata con altre, ma gli archivi del Kgb — che sarebbero la fonte decisiva — sono tuttora secretati e la cosa non è dunque facile. Andrebbe anche spiegato se gli ambienti ebraici e israeliani siano stati coinvolti fin dall’inizio nell’operazione oppure — come pare più probabile, viste le relazioni allora non idilliache fra Mosca e Tel Aviv — si siano accorti in seguito delle chance che il pezzo teatrale e gli attacchi a Pio XII offrivano ai fini di una politica di auto-difesa e abbiano cercato di trarne profitto. Va comunque preso atto e tenuto buon conto delle dichiarazioni dell’ex generale romeno, in quanto aprono comunque una nuova pista di indagine e, in ogni caso, rendono più arduo ai calunniatori di Pio XII di insistere con le loro tesi.

mercoledì 7 marzo 2007


Marx è vivo: parola del senatore Angius

Nell’odierno dibattito politico sulla legge che dovrebbe tutelare le coppie di fatto risuonano pesanti come pietre le dichiarazioni del Vice-presidente del Senato, il diessino Gavino Angius, riportate dal Corriere della Sera: «Tutte le democrazie moderne hanno leggi molto avanzate» in materia: solo in Italia, invece, «una visione antistorica della società si accompagna a una regressione politico-culturale che mette in discussione la laicità come principio di democrazia». C’è da non credere ai propri occhi o alle proprie orecchie: c’è ancora qualcuno che usa un armamentario verbale in cui trovano posto termini come «avanzate», «antistorico» e «regressione»! Pareva che la sorte di queste parole fosse segnata dopo la crisi del pensiero dialettico — nella duplice versione panlogistica di Hegel e materialistica di Marx — e invece no: sono ancora vive e vegete, almeno nella cultura del senatore Angius, che se ne fa inflessibile e orgoglioso paladino, senza accorgersi di assomigliare all'ultimo soldato nipponico dimenticato nella giungla dopo la fine della guerra.

Le espressioni usate da Angius avevano un senso — falso ma internamente coerente — nella logica marxista, che ha imperato per decenni — non solo nelle accademie ma influenzando le vicende dei popoli e la vita di milioni di uomini e di donne —, la quale, nella misura in cui è fallito il comunismo, si è rivelata sperimentalmente vuota di significato, incapace di comprendere la realtà.
Secondo questa concezione la storia non sarebbe il luogo della libertà umana — dove questa incontra la dimensione del destino e, per il credente, quella della Grazia —, ma avrebbe un senso predeterminato, fatale. Esisterebbe in altri termini un «vento della storia», cui nessuno può e deve opporsi, di cui è interprete autentico, l’unico autorizzato a dire verso dove soffi, l’incarnazione stessa del progresso dell’umanità: il Partito-Principe, quello che un tempo si definiva il partito di avanguardia della classe operaia, la classe destinata a dominare il mondo, cioè il partito comunista.

Ma oggi, oltre alla filosofia marxista, anche il partito comunista, unico medium fra la storia e l’uomo, non c’è più o, almeno, non detta più i tempi alla storia. Ora esistono solo dei «semplici» socialdemocratici o «democratici di sinistra».

Eppure si la mentalità di questi eredi del comunismo pare non essere cambiata. I Ds sfornano mozioni e programmi in cui il rifiuto della vecchia ideologia marxista-leninista è totale, ma poi uno dei massimi esponenti del nuovo partito — in via di diventare ancora più nuovo, più «democratico» e meno di «sinistra» — torna a formulare analisi secondo i vieti canoni di quell’ideologia che dovrebbe essere stata messa da tempo in soffitta.
Che cosa pensarne? Che l’asino ricasca? siamo davanti a un bluff collettivo? oppure il senatore Angius è un reperto del passato, che viene conservato provvisoriamente dal suo partito "di lotta e di governo" — che allo stesso tempo legifera e appoggia le manifestazioni delle lobby omosessualiste contro la famiglia — solo per la sua eccellente professionalità nel fare ostruzionismo contro ogni pur flebile sintomo di vitalità e di rinascita del corpo sociale in Italia?

domenica 25 febbraio 2007


Papa, coscienza e storici

Sabato 24 febbraio Papa Benedetto ha tenuto un magnifico discorso ai membri della Pontificia Accademia per la Vita. Magnifico — proprio nel senso di «che fa cose grandi» — per l’altezza del tono e anche perché ha tirato fuori dalla polvere e delineato in maniera magistrale quel luogo «forte» della prospettiva della fede e della morale cristiane che è la coscienza, quel giudizio della ragione sulla moralità — cioè sulla coerenza con quanto si può oggettivamente dedurre dall’antropologia, dalla natura umana — di un atto da compiersi o già compiuto. Giudizio che, come tale, deve essere informato dalla verità delle cose, ma che, come ogni atto di conoscenza umana, è suscettibile di errore. Di coscienza non si è parlato granché dal Sessantotto in poi, anche in ambito cristiano: forse il termine è riaffiorato solo in relazione all’obiezione di coscienza, per esempio verso il servizio di leva o la pratica abortiva.
Proprio nella debolezza della formazione nella maggioranza dei fedeli — per ragioni svariate — di una coscienza allo stesso tempo vera, cioè capace di conoscere, nella misura del possibile, la verità e di lasciarsene illuminare, e retta, cioè ossequiente alla verità conosciuta, sta, secondo il Papa, il problema che affligge oggi la battaglia per la difesa del diritto alla vita. Questa gracilità costituisce il tallone d’Achille di tanti cristiani e uomini di buona volontà, che si trovano così esposti senza adeguate difese alla massiccia pressione, quasi sempre interessata e «orientata», dei mezzi di comunicazione di massa, che vorrebbero liberare la coscienza da ogni vincolo di tradizione e di ragionevolezza. Non è forse un caso che il Papa chiami in questa occasione — a mia memoria, per la prima volta — i media «mezzi di pressione collettiva», quasi voler stigmatizzare la fatale deriva degenerativa odierna.
Da questa diagnosi nasce il richiamo ad adottare tutti i mezzi possibili per riplasmare e irrobustire una sana coscienza cristiana nel popolo cattolico. «Occorre rieducare al desiderio della conoscenza della verità autentica, alla difesa della propria libertà di scelta di fronte ai comportamenti di massa e alle lusinghe della propaganda, per nutrire la passione della bellezza morale e della chiarezza della coscienza». Un elemento essenziale di questa operazione rieducativa alla «bellezza morale» — è una bellissima espressione, che scaturisce forse da quell'agostinismo di cui il Papa è impregnato — e al nitore dell’auto-consapevolezza svolgono, secondo Papa Benedetto, «laici educatori» «specialisti». A essi il Papa rivolge un appello particolare dicendo: «Prego […] il Signore perché mandi fra voi, cari fratelli e sorelle, e fra quanti si dedicano alla scienza, alla medicina, al diritto, alla politica, dei testimoni forniti di coscienza vera e retta, per difendere e promuovere lo “splendore della verità” a sostegno del dono e del mistero della vita. Confido nel vostro aiuto, carissimi professionisti, filosofi, teologi, scienziati e medici. In una società talora chiassosa e violenta, con la vostra qualificazione culturale, con l’insegnamento e con l’esempio, potete contribuire a risvegliare in molti cuori la voce eloquente e chiara della coscienza».

Fin qui tutto giusto. Anzi perfetto. Ma poi sorge un bonario quesito: e gli storici? È una dimenticanza la loro mancata citazione nel novero dei «professionisti» formatori di coscienze? Oppure la non menzione è voluta, perché il Papa non ritiene che lo storico possa dare il suo contributo alla difesa della vita?
Ovviamente non voglio credere a quest’ultima ipotesi e mi pare vera invece la prima delle due...
Se si riflette, in effetti lo storico può fare molto per illuminare le coscienze dei credenti in ordine al problema della vita.
Per esempio documentando che tante idee che paiono nate ieri sono in realtà vecchie quanto il mondo, che l’eugenetica e l’eutanasia che oggi risorgono sono state sempre un'arma nelle mani dei poteri totalitari, siano essi il nazionalsocialismo hitleriano o il regime maoista, ma anche «scuole di pensiero» — e ahimé di pratica — forti all’interno delle democrazie occidentali, per esempio quelle scandinave, fra le due guerre… Lo stesso dicasi del malthusianesimo che combatte la vita limitando artificialmente le nascite…
Oppure, per spostarsi su un altro fronte, strettamente connesso con il precedente — lo ricorda il Papa medesimo — mostrando, come fa Marco Invernizzi nell’articolo sui Pacs che pubblica il sito www.identitanazionale.it, come si sia giunti allo scontro attuale. Non si può combattere bene questa battaglia se si crede, come purtroppo si rileva nella maggioranza almeno degli articolisti, che il problema sia nato con i Pacs e con i Dico, cioè se non ieri, l’altroieri. In realtà la lotta per sconvolgere il modello naturale e cristiano di famiglia nell’occidente cristiano e in Italia è partita molto tempo fa, almeno dall’illuminismo — che esalta il libertinismo — per continuare poi con l’individualismo liberale — che attacca la famiglia allargata eredità del Medioevo —, quindi avanzando sotto impulso delle idee materialistiche, darwinistiche e totalitarie del marxismo — soprattutto dell’amico di Marx, Engels —, infine con la ripresa malthusiana — ricordate il Club di Roma e I limiti dello sviluppo? — del secondo Novecento.
Passando dalle idee ai fatti, in Italia hanno contribuito a rendere sempre più esile la struttura della famiglia naturale, recepita dalla Costituzione repubblicana del 1948, l’introduzione del divorzio, il «nuovo diritto di famiglia» del 1975, la legalizzazione e la statalizzazione dell’aborto volontario, la concessione di diritti sempre più ampi alle minoranze omosessuali militanti.

La storia, inoltre, è una disciplina anch’essa, che dà una conoscenza «vera», nei limiti della sua specifica metodica di ricerca — cioè non dà una certezza scientifica, ma quella che giova ad acquisire quella conoscenza detta appunto «morale», cioè sufficiente soggettivamente per agire rettamente —, sul passato. E una buona conoscenza del passato, una buona anamnesi — come ben sa chi ha letto qualche testo di morale cattolica — è altresì parte integrante di quella virtù della prudenza che si dice sia il cardine di tutte le altre virtù naturali e morali, cioè umane tout court.

Avere presente questa dimensione storica più o meno profonda, fornire strumenti per un’azione prudente — che non vuole dire né rinunciataria e nemmeno cauta, ma solo storicamente e razionalmente fondata —, contribuire al ricupero di quella «tradizione» che «il potere dei più forti» vorrebbe oggi far smarrire, non può dunque non complementare ed esaltare gli altri benefici influssi esercitati dal teologo, dal giurista, dal bioetico, dal medico, sulla costruzione di una coscienza ben formata nel fedele.

E allora, dunque? Ho voluto forse «tirare le orecchie» al Papa? No, non è certo questo lo scopo di questo breve scritto: credo che quanto ho detto sia ben presente alla mente del Pontefice anche se in questo frangente non ha potuto trovare espressione. Questa omissione non mi esime dal rispondere con calore all’appello del Papa e a «mettere sul tavolo» anche ciò che la risorsa della riflessione sul passato, la memoria, la conoscenza storica offre alla causa comune.

giovedì 11 gennaio 2007



Il «ritorno di Lapo»

Dopo il riuscito rilancio delle automobili Fiat, che ha comportato per la casa torinese uno sforzo di mutamento dell’immagine aziendale davvero non comune, pare sia ora la volta anche del rilancio del rampollo di casa Agnelli il ventottenne Lapo Elkann, dopo il suo tremendo «scivolone» di due anni fa.
L’11 ottobre 2005 infatti il giovanotto rischiò di lasciarci la pelle per aver ingerito una dose eccessiva di un cocktail di cocaina, oppio ed eroina durante una «serata» in un appartamento-postribolo torinese «ospite» di tre prostituti transessuali che frequentava abitualmente. Al clamore sollevato dallo «scandalo» — ma chi si scandalizza più, oramai? — è seguito un periodo di relativo silenzio ma non di oblio, in quanto le cronache ci informavano puntualmente dei discreti tentativi di disintossicazione che la famiglia aveva imposto a Lapo oltreoceano.
Ora pare sia venuto il momento del grande rilancio, un rilancio dove s’intrecciano il ricupero d’immagine personale, della famiglia e, last but not least, del prezioso marchio industriale torinese.
Così, grazie a preziosi e immagino non disinteressati suggerimenti — si ha proprio il sentore del trust di esperti comunicativi in azione —, il nobile volto dell’erede Fiat, abbigliato all’ultima moda, campeggia sulla prima pagina di Vanity Fair e di Vogue, riviste notoriamente d’immagine, il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa gli dedicano articoli dopo articoli — che ne attestano il pentimento e la volontà di ripartire, mentre riferiscono anche i più minuti dettagli del suo rinnovato stile —, importanti industrie tornano ad affidargli il ruolo di testimonial dei loro prodotti, gli si organizzano serate mondane di cui è il «reginetto»: l’unico pegno che deve pagare è la messa in guardia pubblica soprattutto rivolgendosi ai giovani, sui pericoli della cocaina.
Fermo restando che credo che chiunque ha sbagliato abbia il diritto di riacquistare piena cittadinanza fra le persone civili e oneste, non posso non rilevare qualche stonatura in questa vicenda di «redenzione».
A parte che non si vede come Elkann abbia «pagato» materialmente — moralmente, non è dato sapere — per il suo errore — eventualmente ha pagato, e salato, qualcun altro —, il modello che egli incarna — del tipo «soldi-sregolatezza-glamour» — non pare essere uscito nemmeno scalfito dalla squallida vicenda di cui egli è stato volontario protagonista: anzi si ripresenta prepotentemente alla ribalta attraverso lo stesso personaggio e forse proprio grazie allo scandalo da questi scatenato.
Mi sarebbe piaciuto invece che, attraverso la vicenda, proprio questo genere di vita, questo modello negativo, questo esempio di giovinezza buttata al vento, questo ennesimo «caso» di sfrenato edonismo, che si lascia alle spalle ogni norma morale e ogni legame religioso, fosse stato oggetto di condanna pubblica e di messa in guardia.
Secondo il vecchio adagio «corruptio optimi pessima», che vuol dire che più in alto sta chi si corrompe — e un Agnelli, lo voglia o no, fa parte dell’élite nazionale —, peggiore è l’indotto di tale corruzione, dal cattivo esempio di Lapo e soprattutto dalla benevola trattazione del suo infortunio da parte dei media, sono derivate conseguenze diseducative di massa. Non basta, credo, una sua frasetta di condanna della droga all’esordio della sua ripresa della scalata alla notorietà e al potere per annullare o per ridurre il guasto arrecato.
Se è vero che l’ozio è il padre dei vizi e il vizio della cocaina — uno dei più sulla cresta dell’onda oggi —, come peraltro quello delle altre droghe, si alimenta dal benessere, dalla mancanza di ideali, dall’edonismo culturale onnipervasivo, ma anche dall’ozio, non pare che il giovane Lapo abbia fatto alcuno sforzo per uscire dalla gabbia dorata in cui è nato è cresciuto: forse qualche mese alla catena di montaggio della sua azienda gli avrebbe forse fatto meglio… e avrebbe di certo dato un segnale a tanti giovani «a rischio»…

mercoledì 3 gennaio 2007


Ma da che parte stanno?

L’attuale governo vede la partecipazione di ingenti aliquote delle forze politiche dell’estrema sinistra paleo- o neo-comunista. In Italia, dopo la frammentazione del monolite marxista-lenininista gramsciano, seguita alla decomposizione dell’Urss, nei primi anni Novanta del secolo scorso, queste forze — sia nella loro veste partitica sia per la loro presenza nei sindacati — avevano assunto su di sé quel ruolo di natura «tribunizia» — ossia di difesa degli interessi delle classi lavoratrici contro il disagio imposto dalla globalizzazione, cavalcata invece alla grande dall’altro spezzone, quello maggioritario, rappresentato dai Democratici di Sinistra — già proprio, fra i tanti, del vecchio Pci.

Ora, stranamente per certi versi, si assiste a fatti che paiono contraddire questo ruolo. La legge finanziaria del 2007, a detta di molti — e non passanti della strada — una fra le più sbilanciate a sinistra di questi ultimi decenni, avrebbe dovuto riflettere in misura lampante questo carattere.
Tuttavia non mi pare sia così. Colgo questa contraddizione almeno in due provvedimenti di quella congerie sterminata — oltre 1300 — misure piccole e grandi di questo gigantesco maxi-strumento legislativo.
Il primo: oltre a quelli per le analisi mediche, crescono i ticket per gl’interventi dei reparti di pronto soccorso degli ospedali di carattere non urgente; il secondo, cresce la tassa di proprietà dei veicoli a emissione di polveri a livello cosiddetto «euro 0» per stimolarne la rottamazione.
Entrambe le novità hanno uno scopo dichiarato e peraltro condivisibile: la prima, abbattere i costi della sanità, la seconda ridurre un inquinamento atmosferico dagli alti costi sociali.
Però: si è pensato — e se lo si è fatto che cosa ci si è risposto — che delle cure del pronto soccorso approfittano soprattutto i più deboli finanziariamente: gli anziani, gli extra-comunitari, gli ospiti in transito? e si è pensato che chi possiede veicoli «euro 0» è in maggioranza appartenente alle categorie più povere, per le quali è già un grosso problema mantenere un veicolo, ma che se lo impongono a tutti i costi pur di disporre un mezzo di locomozione privato — anche perché la sfiducia verso quelli pubblici è ormai generalizzata — che consenta di fare la spesa al supermercato — il negozio all’angolo non esiste più — o per recarsi dal medico o per andare ad aiutare i figli o per quei pochi giorni di vacanza?
Come si può pensare che i pensionati o i poveracci possano avere oggi il denaro per permutare la vecchia auto con una in regola, nonostante i «succosi» incentivi governativi? E poi, fra l’altro, il problema dell’inquinamento oltre soglie accettabili esiste solo in alcuni centri urbani ad alta densità di circolazione, non in tutto il paese e il provvedimento del governo Prodi, come di sua natura, colpisce indiscriminatamente dalla Valtellina a Lampedusa…
Non vi erano alternative a quella di colpire i ceti più esposti, quelli che i neo-comunisti e le centrali sindacali — il cui nerbo è ormai formato da pensionati — dovrebbero per definizione difendere?

La scorsa estate, quando nasceva la «manovra» prodiana, Roma fu tappezzata di manifesti a colori in cui ci si felicitava — demagogicamente — perché questa volta anche i ricchi avrebbero pianto.
Ma a me pare che ancora una volta a piangere sarà solo la povera gente, punita dall’ennesima mazzata… Non mi pare di fare della demagogia segnalando questi due piccoli punti, che mi paiono estremamente eloquenti di una mentalità e di una logica — e di un personale politico — vetero-stataliste e anti-popolari, da dismettere al più presto.

mercoledì 20 dicembre 2006


Due saggi per il risveglio dell'Europa


Due piccoli volumi (1) sono apparsi di recente, dedicati a due argomenti apparentemente lontani l’uno dall’altro ma che, in realtà, hanno più di una cosa in comune.

Il primo è opera del noto storico, sociologo e filosofo francese Jacques Ellul (1912-1994) e ha come tema il (difficile) rapporto fra islam e cristianesimo; l’altro è un vibrante invito che un giornalista tedesco, direttore di un programma d’informazione della televisione tedesca, Peter Hahne, rivolge ai suoi contemporanei affinché riconoscano e affrontino il problema dei mali della società opulenta post moderna e post sessantottina, un invito che condensa nello slogan: «la società del divertimento è finita».

1. Si tratta di due brevi testi, che sanno più di pamphlet o forse di appelli a una presa di coscienza pubblica, che non di saggio vero e proprio, entrambi però tutt’altro che privi di fondamento documentario.
E l’elemento che li accomuna è la conclusione generale, pur fatta in tempi diversi e con un diverso oggetto immediato, che siamo alla fine di un ciclo di civiltà e stiamo entrando in un nuovo mondo, molto meno limpido e rassicurante — ovviamente, non in sé e per sé ma solo nella prospettiva di riuscire a comprenderlo — di quello del secondo dopoguerra e della Guerra Fredda. Non sembri paradossale: almeno, quando gli europei temevano di vedersi piovere sulla testa qualche missile atomico sovietico sapevano di essere in un grave pericolo e il nemico era ben chiaro dove fosse. Oggi, al contrario, senza avvertenza e senza sapere mai chi sia e chi lo ha mandato, possiamo incontrare chi ci uccide sul percorso verso l’ufficio, alla mattina, come è successo a Madrid…
Oltre all’analoga valutazione di una situazione li lega anche il fatto che i due autori sono entrambi uomini di fede cristiana evangelica, anzi entrambi teologi all’interno delle rispettive comunità, la Chiesa Riformata di Francia per Ellul — che è stato discepolo di Karl Barth (1886-1968) — e la Chiesa Evangelica Tedesca per Hahne — della quale il giornalista è membro del Consiglio nazionale, e per la quale ha scritto diversi testi letterari di introduzione alla Bibbia. Questo connotato, che traspare in diversi punti, potrebbe forse bloccare il lettore cattolico. Tuttavia va tenuto conto che, mentre esso non inficia la bontà delle argomentazioni, che risultano valide erga omnes, segnala altresì che la presa di coscienza della crisi attuale è viva — potremmo dire, con una punta di bonaria polemica: la crisi è così grave che anche i protestanti iniziano a reagire… — anche nel mondo cristiano-evangelico, assai più secolarizzato rispetto al nostro, all’interno di comunità religiose di norma poco propense a denunce pubbliche di pericoli per la fede, anzi tradizionalmente ligie, se non organiche, allo Stato nelle diverse epoche.

2. In Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile sono raccolti — attingo alla Premessa bio-bibliografica di cui è autrice Dominique Ellul, la figlia (pp. 29-37) — due testi di Ellul. Il primo, scritto nel 1991 e rimasto inedito, porta il titolo, assai evocativo — rimanda a I sette pilastri della saggezza, il libro di memorie del colonnello Thomas Edward Lawrence (1885-1930), che rievoca a sua volta le sette colonne della Sapienza di Proverbi 9,1 —, di I tre pilastri del conformismo. L’altro è una breve prefazione, scritta dallo studioso di Bordeaux nel maggio del 1983 — e tradotta in inglese per l’edizione americana —, a un volume della storica britannica di origini ebraico-egiziane, Gizelle Littman — che scrive sotto il pseudonimo di «Bat Ye’ôr» («figlia del Nilo», in ebraico) — sulla condizione giuridica delle confessioni non islamiche in seno alla società musulmana (2
).
Si tratta dunque di testi non recenti e di studi che non è ardito definire pionieristici. Tuttavia il rigore dell’argomentazione e la documentazione — già molto ampia, nonostante la profluvie odierna di studi di maggior o minor valore fosse allora ancora di là da venire — che li sorreggono donano loro un carattere, se non profetico, di certo assai acuto nella diagnosi e nella prognosi, rendendoli quindi preziosi sussidi, anche operativi.
Il curatore del volumetto è Alain Besançon (3
), grande interprete del pensiero politico contemporaneo e a sua volta autore di pregevoli studi, anche di carattere teologico, su islam e cristianesimo (4).

3. Che cosa dice in sintesi Ellul? Molto chiaramente — e, oserei dire, fuori dai denti — tre cose. Che l’islam è una minaccia per la civiltà occidentale, che questa minaccia si pasce della debolezza teoretica e morale prodotta in Occidente dall’attuale relativismo dominante e — ed è questo l’obiettivo specifico del saggio — che i tre luoghi comuni che corrono oggi sulle presunte parentele fra religione musulmana e cristianesimo — la comune filiazione abramitica, il comune monoteismo e essere i «popoli del libro» — sono semplicemente un falso e ripeterli, come fanno tanti intellettuali infatuati dell’islam, significa solo lavorare contro e non a favore di un possibile dialogo fra i due credi.
Infatti, la nozione di «figli di Abramo» per il cristianesimo non ha fondamenti etnici bensì spirituali — è figlio di Abramo chi fa le opere di Abramo, in primis ha fede assoluta in Dio — e può essere predicata anche di popoli o di personaggi al di fuori della stirpe abramitica, come traspare soprattutto dalla celebre disputa di Gesù con i farisei (cfr. Gv 8, 31-59). Anzi, la discendenza fisica da Ismaele dei popoli arabi crea una differenza e un potenziale dissidio in radice con gli ebrei e i cristiani, che discendono invece anche in senso proprio dal patriarca. Il monoteismo invocato alla base di tutte e tre le fedi ha poi un’accezione assai diversa al loro interno: soprattutto la dottrina trinitaria, che fa del cristianesimo un unicum, non è conciliabile con il rigido monoteismo islamico ed ebraico. Infine, i popoli del libro: se la base della religione ebraica è in un rapporto fra un popolo e il suo Signore, per il cristianesimo è un evento: quello dell’incarnazione, che ha il suo seguito e compimento nella risurrezione. In entrambi i casi, dunque, la Bibbia è un testo, dai molti generi, ispirato da Dio a un uomo e per di più non formalmente compiuto e che serve per guidare il credente ma non ne prescrive in dettaglio le opere. Per l’islam, viceversa, il libro è esso stesso Dio parola increata, rivelazione senza mediazione umana al profeta Mohammad e da vivere alla lettera come parusia di un Dio totalmente trascendente e impersonale. Le figure centrali stesse del cristianesimo: Maria, gli angeli, i profeti sono pensati dai musulmani alla luce del Corano e delle sue fonti interpretative collaterali, quindi in un senso molto diverso da quello cristiano.
Nello scritto di prefazione al volume sulla dhimmitudine, cioè la condizione giuridica di sottomissione dei cristiani e degli ebrei nelle società islamiche, Ellul mette ben a fuoco il senso di questa condizione in genere sbandierata come «tolleranza» islamica. In realtà si tratta di una condizione di inferiorità codificata, che già come tale crea un regime assai duro, ma essa è altresì suscettibile di revoche a discrezione dell’autorità, sì che la sua sospensione ha portato storicamente a veri e propri atti di violenza collettivi contro le comunità non musulmane. Lo stesso eccidio di massa degli armeni in Turchia nel 1915 è avvenuta nell’inerzia delle autorità islamiche — anche se il governo centrale era in mano a una fazione ultra-laicista —, civili e religiose.

4. L’altro lavoro, quello di Hahne, è più vicino a un reportage sulla condizione della società attuale che non a un vero e proprio saggio. Un reportage però pieno di fatti e per nulla asettico, che suona come una conferma che alcuni ambienti intellettuali contemporanei si sono lasciati «aggredire dalla realtà» e guardano il presente con lenti non più deformate dalle ideologie progressiste. In Hahne, come nella miglior tradizione del giornalismo d’ispirazione civile, questa nuova consapevolezza non può non tradursi in un’appassionata diagnosi e in un pressante appello e denuncia ad affrontare i problemi che la sua indagine fa emergere.
E questi problemi sono quelli che attanagliano la nostra società multiculturale, edonista, ultra-u­gua­li­ta­rista, secolarizzata oltre misura — Hahne, da buon teologo evangelico, essendo un gran conoscitore della Bibbia, è sensibile a quest’ultimo aspetto e la sua reazione intellettuale e morale si può leggere come una sorta di professione di fede —, piena di pre-giudizi ideologici.
Quando è suonato il campanello d’allarme che tutta una situazione stava degenerando ormai oltre il limite? Indubbiamente, per il mondo, la tragedia dell’11 settembre 2001, ma, per la Germania, secondo Hahne, anche il clamoroso caso, verificatosi nell’aprile del 2002, della strage — dodici morti — compiuta da un giovane «normale» e di buona famiglia, penetrato armato in una scuola di Erfurt, città della ex Germania democratica.
Questo eccidio è stato il segnale che una intera generazione cresciuta secondo i teoremi della post-modernità e allevata a credere che la vita sia solo un gioco, un divertimento, nascondeva un pauroso vuoto morale ed esistenziale fino al punto di perdere la nozione della differenza fra videogame e realtà, della distanza fra figure elettroniche abbattute e creature in carne e ossa massacrate senza pietà, prima di auto-«terminarsi». Nel vuoto di valori delle famiglie contemporanee sta per il giornalista tedesco l’origine di una vera «catastrofe» esistenziale (p. 13). Ed è un effetto che una società imperniata sull’elemento ludico, sul consumo di divertimento come di beni voluttuari e di cibi non può alla lunga non generare. Tantissime sono le facce di questa «catastrofe», di «una società» che «ha perso il senso della misura» (p. 20), che Hahne prende in considerazione: dalla diffusione della pornografia fra gli adolescenti, all’uso sempre più intenso delle droghe e degli alcolici, allo stordimento nei sabba delle discoteche, dei rave party e delle love parade. L’onda lunga del Sessantotto ha formato le famiglie, nel cui seno oggi cresce la nuova generazione degli adolescenti e tutto quell’armamentario di miti ideologici, ora ammuffiti, continua a generare effetti disastrosi, nonostante la conversione intellettuale dei «maestri» di allora, da Jürgen Habermas a Max Horkheimer e degli odierni politici allora sulle barricate. Di questi miti, della de-responsabilizzazione, della trascuratezza e dell’indifferenza che da essi promana, i giovanissimi sono autentiche vittime. Il declino del mito giovanilistico — anche per i mercati i giovani non sono più un target di massa privilegiato, come nel 1968 dopo il baby boom —, il lavoro femminile, l’aborto — dal 1974 otto milioni di non-nati in Germania! e si racconta che sono gli europei a chiamare i lavoratori extra comunitari perché non vogliono più fare i lavori umili… — e la non volontà di generare, una carenza affettiva reale mascherata dietro la concessione sempre più ampia di libertà e di denaro ai figli, i divorzi, la renitenza a stabilire legami affettivi duraturi, sono le facce di questa realtà.
La giovane generazione cresce oggi senza radici perché i loro padri hanno rinnegato le loro radici sotto molteplici aspetti, non ultimo quella della fede tradizionale.
Sotto la scure della documentata denuncia di Hahne sono un po’ tutti i pre-giudizi progressisti che hanno finora dominato a cadere l’uno dopo l’altro. Il Sessantotto ha lasciato delle eredità sicuramente pregevoli, ma il bilancio del dare e dell’avere è oggettivamente fallimentare. Per questo ci si trova immersi oggi, secondo Hahne, in «[…] una vera e propria guerra culturale, nella quale si gioca la partita della verità, della chiarezza, e della questione della nostra identità» (p. 8). E in questa partita «ciò di cui abbiamo bisogno non sono gli arbitri, ma gli attaccanti. Uomini che si mettano in gioco, che si rimbocchino le maniche e si diano da fare. Abbiamo bisogno di portatori di speranza, non di portatori di preoccupazioni» (pp. 86-87).

5. Solo una parte della rigorosa argomentazione e della ricca dotazione di materiali dei due saggi può trovare posto in questa sede. Per esempio il lavoro di Hahne contiene — un po’ sorprendentemente data la natura pamphletaire del volume — un’ampia gamma di puntuali citazioni da pensatori, noti e meno noti, che rafforza l’argomentazione e rende piacevole la lettura, delle quali cui mi piace riportare almeno: «Un piccolo borghese è colui che ha un rapporto assoluto con cose relative» (Søren Aabye Kierkegaard, 1813-1885).
Naturalmente, come accennato, nei due volumetti si nota anche qualche stonatura, soprattutto dovuta al background evangelico dei due autori e che da lettore cattolico non posso non rilevare. Per esempio, in Ellul le riserve sul culto dei santi, assimilato a sopravvivenze di paganesimo, e in Hahne l’insistenza sulla Bibbia come unica arma a disposizione per il rinsavimento morale dell’Europa. Lungi da me pensare che non sia necessaria, però credo che richieda una articolata mediazione culturale.
Né pare da tacere — ma qui i due autori non c’entrano — il giudizio impreciso che Maurizio Belpietro, direttore de il Giornale, esprime su Papa Benedetto XVI nella sua Prefazione (pp. VII-X) al volume di Hahne riguardo a una sua presunta ritrattazione dopo le reazioni al suo discorso di Ratisbona.
In ogni caso si tratta di due letture utilissime per propiziare il risveglio delle forze intellettuali e politiche della nostra esausta Europa e di due belle prese di posizione da parte di uomini senz’altro di disuguale statura culturale, ma con la medesima consapevolezza e la stessa voglia di reagire.


Note

(1) JACQUES ELLUL, Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile, con una Prefazione di Alain Besançon e una Premessa di Dominique Ellul, Lindau, Torino 2006, pp. 128, € 12; e PETER HAHNE, La festa è finita. Basta con la società del divertimento, 2004, trad. it., con una Prefazione di Maurizio Belpietro, Marsilio, Venezia 2006, pp. 118, € 10.
(2) Cfr. BAT YE’ÔR, The Dhimmi Jews and Christians under Islam, trad. ingl., Fairleigh Dickinson University Press, Rutherford (NJ)-Londra 1985 (6a ed., ivi 2003) (cfr. anche l'ed. fr.: Juifs et chrétiens sous l'islam: les dhimmis face au défi intégriste, Berg International, Parigi 1994); cfr., presumibilmente (non ho avuto fra mani i volumi), la medesima prefazione in EADEM, The Decline of Eastern Christianity Under Islam: from Jihad to Dhimmitude. Seventh-Twentieth Century, trad. ingl., Fairleigh Dickinson University Press-Associated University Presses, Madison (NJ)-Londra 1996 (4a ed., ivi, 2002)(ed. or., Les Chrétientés d'Orient entre «jihâd» et dhimmitude: VIIe-XXe siècle, Cerf, Parigi 1991).
(3) Cfr. la sua Prefazione, pp. 5-27.
(4) Cfr., per esempio, il suo denso articolo L’impossibile dialogo con l’islam secondo Alain Besançon, ne il Domenicale. Settimanale di cultura, anno III, n. 9, Milano 28-2-2004, pp. 6-7.

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