giovedì 5 aprile 2007


Crisi della famiglia: dove sono le sue radici storiche?

Famiglia cristiana, il diffusissimo rotocalco della congregazione paolina, in un dossier sul tema della famiglia (pubblicato sul numero 13 del 1° aprile 2007), presenta un conciso ma efficace resumé di quello che l’autorità pubblica, al di là delle ripetute dichiarazioni di intenti e perfino della istituzione di un ministero per la famiglia, non ha fatto e non fa per aiutare la famiglia italiana. Si tratta di un elenco puntiglioso di normative attuali che si traducono in altrettante sperequazioni dirette o indirette verso l’istituto familiare. Autore dell’elenco — redatto in forma di decalogo e nel contesto di un manifesto-appello — è il Comitato per la Famiglia (sede organizzativa: viale Libia 174, 00199 Roma, tel. 06.86.38.63.92, comitatofamiglia@tiscali.it), un organismo nato in seno alla confederazione italiana dei consultori familiari di ispirazione cristiana.
Ecco in sintesi i dieci punti: [1.] «LE TRATTENUTE IRPEF. L’attuale sistema di tassazione non prevede l’esistenza della famiglia. Un single che guadagna 40.000 euro l’anno viene tassato allo stesso modo di un capofamiglia con 2, 4, 6 o 8 figli. […] Le cosiddette detrazioni per familiari a carico non fanno che restituire una minuscola parte di quello che viene tolto pagando le tasse. [2.] GLI ASSEGNI FAMILIARI. Gli assegni rientrano in una logica “assistenzialista”. Questo può essere considerato un paradosso del sistema, se pensiamo che sono le famiglie numerose quelle che più portano benefici allo Stato, non solo perché immettono nuova manodopera giovane e lo fanno allevandola a loro spese, ma anche perché questi figli, coi loro consumi, contribuiscono sia a far girare l’economia sia a rimpinguare le casse dello Stato, pagando il 20 per cento di Iva su ogni prodotto acquistato. [3.] L’ICI. L’imposta sulla casa è pagata in base al valore catastale, che è tanto più alto quanto maggiore è il numero dei metri quadri o dei vani. Al legislatore non interessa che il numero dei vani in molti casi salga col numero dei figli. […]. [4.] LA LUCE. Il consumo di elettricità viene addebitato per fasce progressive di consumo, che avrebbero lo scopo di penalizzare i più sciuponi: più consumi, più i kilowatt sono salati. Ma allo Stato non interessa se il maggior consumo di kilowatt derivi per caso da un maggior numero di componenti nel nucleo. […] [5.] IL GAS. Ultimamente il costo del gas al metro cubo è salito più del 20-30 per cento. Lo Stato applica inoltre un’imposta Iva doppia rispetto a quella della luce: il 20 per cento. Ma in realtà si paga di più a causa di una speciale “imposta di consumo”, che in seconda fascia aumenta del 318 per cento. Le più penalizzate sono, come risulta evidente, le famiglie. [6.] L’ACQUA POTABILE. La tariffa sociale a metro cubo dell’acqua, applicata sulle bollette delle famiglie, costa il 25 per cento in più rispetto a quella per le attività zootecniche. […] [7.] L’ASSISTENZA SANITARIA. Anche nel caso dei ticket sulle prestazioni sanitarie, sempre più cari, l’eventuale esenzione non è concessa in base al reddito pro-capite, ma per l’età o il reddito complessivo. […] [8.] I FARMACI GENERICI. Nei farmaci generici, che costano molto meno, non sono compresi farmaci a uso pediatrico. [9.] IL BOLLO AUTO. Più un’auto è di grossa cilindrata, e più aumenta il costo del bollo, ma lo Stato non valuta la possibilità che spesso, dietro l’acquisto di una vettura a 7 o 9 posti, si cela per una famiglia numerosa una necessità imprescindibile, e non un simbolo di status. […] [10.] L’ISEE. Un numero sempre crescente di agevolazioni (borse di studio, contributi libri di testo, rette scolastiche) fa riferimento all’Isee, l’indice di ricchezza di una famiglia, in cui rientra anche il reddito della prima casa (che inevitabilmente sale col numero di metri quadri da offrire ai figli), ma la più palese ingiustizia è che, nei calcoli, ogni figlio è conteggiato pari a 0,35, piuttosto che pari a 1».
Si tratta, a mio avviso, di squilibri gravi, che vanificano qualunque discorso pubblico sulla famiglia finché non saranno rimossi.

Ma, se si riflette, ci si accorge che l’origine di queste disuguaglianze non è accidentale, ma strutturale. Va cioè al di là delle politiche dei vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese dall’Unità in poi — ad esclusione del regime fascista, che qualcosa fece, pur se in nome di principi anch’essi ideologici, per la famiglia — e persino, sotto il profilo “tecnico”, degli ordinamenti stessi. Lo si evince, per esempio, dal fatto che, anche nella scorsa legislatura, con un governo di centro-destra non poco sensibile al richiamo della famiglia, anche per la presenza di una forte componente cattolica nel suo elettorato, ciò che è stato possibile fare per alleviare le condizioni della famiglia non è consistito nel rimuovere le disuguaglianze sopra descritte, ma solo nell’introdurre provvedimenti ad hoc, non permanenti — si pensi al «buono-scuola» —, prontamente rimossi dal governo di centro-sinistra oggi al potere.
Questa constatazione ovviamente non va discarico i governi delle loro responsabilità, né vuole ignorare i problemi sociali che influiscono sulla condizione dell’istituto familiare oggi — il pauroso calo demografico, la frattura generazionale, il lavoro materno obbligato, la facile solvibilità dei legami matrimoniali, la legalizzazione dell’aborto —, ma fa intendere che in ultima analisi si tratta di un problema di idee, di cultura, ovvero di visione del mondo e delle finalità dell’uomo che risale assai indietro nel tempo.

Che cosa è considerato, almeno da due secoli, prioritario rispetto alla famiglia o ad altre realtà umane collettive negli ordinamenti delle società occidentali? Null’altro se non l’individuo.
Da tutti e dieci i punti del dossier traspare chiaramente che gli attuali ordinamenti — qui come altrove — sminuiscono — se non ignorano del tutto — la dimensione delle relazioni di cui l’individuo è centro, sia perché egli le stabilisce — o le trova stabilite — per rispondere a esigenze di natura — la conservazione in vita, la propagazione della specie, l’educazione alla vita in comune —, sia perché le istituisce liberamente. Non danno, in altre parole, rilievo al ruolo — per usare un termine sociologico — che l’individuo riveste, negando diritti — contro il principio di sussidiarietà, pur presente nella Carta costituzionale italiana —, non solo politici, ma anche economici, a quelli che nella società sono i «corpi», tutte quelle realtà cioè che si situano sul percorso ideale nella piramide sociale che va dal cittadino allo Stato: in primo luogo alla famiglia, incluse le sue ramificazioni parentali, poi alle associazioni professionali o lavorative, ancora alle realtà educative.
La ricerca del perché di questo atteggiamento del legislatore — ormai divenuto una sorta di «canone», che non viene più rimesso in discussione se non da qualche isolato giurista — rimanda a una indagine sulla cultura della modernità o, meglio, su quella declinazione di essa che assolutizza — facendone quindi un’ideologia — quel portato, in sé positivo, della cultura della modernità occidentale che si esprime in una maggiore attenzione alla sfera dei diritti individuali.
Nei regimi precedenti alla Rivoluzione francese i diritti dei corpi erano riconosciuti sia in esplicito, nelle carte e nei patti sociali, sia, in forma non espressa, nel diritto consuetudinario, in quanto in genere i corpi erano più antichi delle nuove forme di sovranità che l’età moderna inaugura. Con il 1789, invece, i corpi sociali perdono d’imperio ogni rilevanza di natura pubblicistica. Anche se la ricupereranno eventualmente in seguito, ma solo in parte, come istituti di carattere privatistico, soggetti al riconoscimento dello Stato —, gli ordinamenti di tutti gli Stati europei o di matrice europea — chi prima, chi dopo, ma pressoché tutti dopo il 1870-1880, soprattutto nella misura in cui il Code Napoléon si diffonde durante e dopo il ventennio cesareo e ispira gli ordinamenti degli Stati nazionali liberali —, si imperniano sull’in­di­vi­duo e non più sui corpi. E ciò che resta del riconoscimento della sfera in cui i diritti individuali si inevitabilmente proietterebbero, appunto la sfera relazionale, si assottiglia sempre più col passare del tempo e con l’avvento di regimi radicali. La legislazione stessa degli Stati socialisti si manterrà sostanzialmente su questa falsariga, anzi amplierà la gamma delle libertà individuali riconosciute, anche se poi, nella realtà, l’individuo socialista sarà sempre più simile a un burattino nelle mani di corpi intermedi artificiali promananti dal Partito, attuando il totalitarismo allo stato puro.
La penalizzazione della famiglia — e degli altri corpi — risale quindi a molto lontano, a questa opzione che rende totalitario ed escludente un principio in sé buono.
Come mai, potremmo chiederci per completezza di argomentazione, queste disparità si rivelano solo oggi così acute? Che cosa in passato le ha fatte avvertire di meno? Il discorso sarebbe lungo. Un abbozzo di risposta potrebbe essere: il passaggio da una condizione sociale A a una condizione sociale B, nella concretezza dei rapporti coinvolti, non avviene in pochi anni ma richiede tempi lunghi. Un’immagine utile per capire quanto è accaduta potrebbe essere quella della progressiva erosione della carne e dell’apparire graduale dell’osso: fuori di metafora, solo nel tempo le virtualità eversive insite negli ordinamenti liberali si sarebbero palesate come tali. Per esempio, la famiglia ha «tenuto» finché il matrimonio non fu concepito solo come la conclusione di una storia d’amore di due individui ma come la creazione di un caposaldo della società, quindi da preparare con cura anche nei suoi aspetti materiali. Oppure finché esistettero le proverbiali «vecchie zie: quella delle zie non è una boutade ma un tema d’indagine storica e sociologica non privo d’interesse. Per capire quanta importanza le scelte «sacrificali», soprattutto femminili — con il nubilato volontario —, ma anche maschili — con la gestione oculata delle scelte successorie —, abbiano avuto nella sopravvivenza della struttura famigliare. Poi, a mano a mano che la famiglia si è appiattita sulle sue forme mononucleari, e si è quindi indebolita come soggetto sociale nei confronti dello Stato è affiorato in tutto il suo peso appunto il «peso» della struttura pubblica sulla famiglia.

Ciò detto — visto cioè che la crisi attuale risale a una certa cultura, che esiste da secoli e che impronta gli ordinamenti — occorre evitare la tentazione di pensare che la collocazione del problema in prospettiva storica renda la condizione in cui versa la famiglia meno drammatica, come se fosse un dato di natura, contro il quale non ha senso combattere. Anzi, occorre vigilare per evitare che la situazione — come ampiamente possibile — peggiori e incalzare questo e ogni governo perché nondia ascolto alle istanze pseudo-libertarie e ultra-ugualitarie, ostili alla famiglia, di alcune sue componenti e si muova invece a vantaggio della più importante cellula dell'ordine sociale.
La considerazione che faccio serve solo a far capire che non si può andare alla radice del problema senza un processo di ripensamento dei presupposti «filosofici» stessi della famiglia e della società nel suo complesso, che è poi quello che chiede — in maniera non astratta, ma propositiva —, da decenni se non da secoli, la dottrina sociale cristiana e la filosofia sociale conservatrice.
È realizzabile un cambiamento di percorso, una rettifica, l’abbandono di un’opzione preconcetta e abusiva di un buon principio? Credo di sì, anche se si tratterà certo un processo assai lungo.
In fin dei conti la rinascita e l’affermazione dei corpi sociali nel cosiddetto Medioevo è stata propiziata da un evento colossale e traumatico come lo sgretolamento della struttura imperiale romana e il vuoto che questo crollo ha creato. Lasciata libera, bongré malgré, dalle sovrastrutture createsi storicamente, la società in Occidente è rinata — con tutti i drammi che un ambiente diventato «selvatico» e l’inte­gra­zione di soggetti nuovi imponevano — ricalcando le linee che scaturiscono dall’antropolo­gia umana, dal diritto naturale e dalla consuetudine. Senza augurarmelo, solo in presenza di traumi tali da generare un vuoto comparabile o analogo alla caduta dell’impero di Roma, la società europea potrà tornare a ripercorrere le linee sorgive della sua condizione istituzionale. Altrimenti — fatta sempre salva l'azione della Provvidenza divina — dipenderà dalla capacità delle agenzie di elaborazione della cultura alternativa a quella progressista e individualista egemone di penetrare nell’opinione pubblica e di cambiare il senso comune fino al ripristino di ordinamenti che diano lo spazio dovuto non solo all’individuo ma anche ai corpi sociali.

giovedì 8 marzo 2007


Nuova luce sulla campagna contro Pio XII

La memoria di Pio XII ha subito negli ultimi anni attacchi formidabili, tanto da parte ebraica — ricordo, fra i molti, i volumi di David Kertzer —, quanto da parte catto-progressista — dove spiccano gli acidi lavori di John Cornwell. La storia di questa campagna, scatenata a freddo agli inizi degli anni 1960, quando in parallelo fu lanciato a livello mondiale l’Olocausto — ossia il ricupero della memoria del genocidio degli ebrei europei perpetrato dal nazionalsocialismo —, è abbastanza nota. In specifico, già a un primo esame, traspare che i toni della polemica, mantenuta peraltro costantemente viva, si alzano o si abbassano in sintonia con la politica estera israeliana. Nell’ultimo anno pare che il fuoco di sbarramento contro la memoria di Eugenio Pacelli — che mira soprattutto nel frangente a bloccarne la causa di beatificazione — si sia alquanto attenuato. Forse perché è cresciuto l’isolamento di Israele e aumentato il suo bisogno di alleanze, anche solo sul piano morale, e forse anche perché si sono moltiplicate le testimonianze a favore di Papa Pacelli, a seguito di quella ondata di studi scientifici che in campo cattolico ha fatto da risposta alla violenta campagna diffamatoria degli anni 1990.
L’episodio comunque che ormai a opinione comune segna l’esordio della vague anti-pacelliana è la rappresentazione, nel 1963 — quindi in anni di crescente entente cordiale fra Vaticano e casa-madre del comunismo mondiale —, del dramma Il Vicario, di cui fu autore un allora semisconosciuto scrittore di teatro tedesco, Rolf Hochhuth. In quel contesto venne per la prima volta formulata in maniera precisa — e propagata poi massicciamente e per anni in Occidente — l’accusa contro il Pontefice di aver, se non collaborato positivamente, quanto meno omesso di condannare i giganteschi massacri di ebrei che avevano avuto luogo negli anni della seconda guerra mondiale nei territori del Terzo Reich.
Ora, di recente — 25 gennaio 2007 — la National Review americana ha pubblicato un articolo di Ion Mihai Pacepa — Moscow’s assault on the Vatican. The KGB made corrupting the Church a priority (L’assalto di Mosca al Vaticano. Il Kgb fece della corruzione della Chiesa una priorità) —, il generale romeno che capeggiò i servizi segreti romeni all’epoca del regime comunista di Nicolae Ceausescu e si rifugiò in Occidente nel 1978 (dodici anni prima della fine del regime), dove ha pubblicato un grosso volume di memorie, Orizzonti rossi. Memorie di un capo delle spie comuniste (L’Editore, Trento 1991), uscito in ben 27 paesi.

2. Che cosa si dice in questo articolo? Fra le altre, due cose assai interessanti. La prima che Mosca, molto urtata dall’intransigente anti-comunismo del Pontefice romano, su iniziativa del direttore del prestigioso Dipartimento per la Disinformazione del Kgb Ivan Agayants, fece raccogliere ai servizi diretti da Pacepa, che per ragioni contingenti avevano più chance del Kgb di accedere al Vaticano — il tramite inconsapevole fu un giovane monsignor Agostino Casaroli —, quante più informazioni possibili su Pio XII negli archivi e nelle biblioteche vaticani da utilizzare per orchestrare campagne diffamatorie contro di lui, decise da Kruscev fin dal 1960. Si trattava soprattutto di trasmetterne un’immagine inquinata — quella di un pontefice freddo e cattivo — per, da un lato, segnare la differenza con il nuovo clima «distensivo» inaugurato da Giovanni XXIII e continuato da Paolo VI e per impedire, dall’altro, che la sua testimonianza sostenesse la resistenza anti-comunista nei paesi cattolici dell’impero sovietico.
La seconda che la scrittura e la rappresentazione de Il Vicario sia stata un’operazione di «montaggio» di questo tipo, nata e portata avanti in questo contesto generale, avvalendosi della documentazione vaticana procurata dagli agenti della Die — i servizi segreti esterni — romena infiltrati in Vaticano da Pacepa. Va notato che Il Vicario venne prodotto e trasformato in macchina propagandistica da Erwin Piscator, un potente organizzatore teatrale comunista tedesco, amico di Bertolt Brecht, rientrato appositamente nel 1962 a Berlino Ovest dall’Urss, dove si era rifugiato durante il regime hitleriano.

3. Quelle di Pacepa non paiono due affermazioni da poco. Entrambe confermano infatti autorevolmente la tesi della «manipolazione», che si è sempre sostenuta da parte cattolica e da destra riguardo a Il Vicario. Certo la fonte andrebbe verificata con altre, ma gli archivi del Kgb — che sarebbero la fonte decisiva — sono tuttora secretati e la cosa non è dunque facile. Andrebbe anche spiegato se gli ambienti ebraici e israeliani siano stati coinvolti fin dall’inizio nell’operazione oppure — come pare più probabile, viste le relazioni allora non idilliache fra Mosca e Tel Aviv — si siano accorti in seguito delle chance che il pezzo teatrale e gli attacchi a Pio XII offrivano ai fini di una politica di auto-difesa e abbiano cercato di trarne profitto. Va comunque preso atto e tenuto buon conto delle dichiarazioni dell’ex generale romeno, in quanto aprono comunque una nuova pista di indagine e, in ogni caso, rendono più arduo ai calunniatori di Pio XII di insistere con le loro tesi.

mercoledì 7 marzo 2007


Marx è vivo: parola del senatore Angius

Nell’odierno dibattito politico sulla legge che dovrebbe tutelare le coppie di fatto risuonano pesanti come pietre le dichiarazioni del Vice-presidente del Senato, il diessino Gavino Angius, riportate dal Corriere della Sera: «Tutte le democrazie moderne hanno leggi molto avanzate» in materia: solo in Italia, invece, «una visione antistorica della società si accompagna a una regressione politico-culturale che mette in discussione la laicità come principio di democrazia». C’è da non credere ai propri occhi o alle proprie orecchie: c’è ancora qualcuno che usa un armamentario verbale in cui trovano posto termini come «avanzate», «antistorico» e «regressione»! Pareva che la sorte di queste parole fosse segnata dopo la crisi del pensiero dialettico — nella duplice versione panlogistica di Hegel e materialistica di Marx — e invece no: sono ancora vive e vegete, almeno nella cultura del senatore Angius, che se ne fa inflessibile e orgoglioso paladino, senza accorgersi di assomigliare all'ultimo soldato nipponico dimenticato nella giungla dopo la fine della guerra.

Le espressioni usate da Angius avevano un senso — falso ma internamente coerente — nella logica marxista, che ha imperato per decenni — non solo nelle accademie ma influenzando le vicende dei popoli e la vita di milioni di uomini e di donne —, la quale, nella misura in cui è fallito il comunismo, si è rivelata sperimentalmente vuota di significato, incapace di comprendere la realtà.
Secondo questa concezione la storia non sarebbe il luogo della libertà umana — dove questa incontra la dimensione del destino e, per il credente, quella della Grazia —, ma avrebbe un senso predeterminato, fatale. Esisterebbe in altri termini un «vento della storia», cui nessuno può e deve opporsi, di cui è interprete autentico, l’unico autorizzato a dire verso dove soffi, l’incarnazione stessa del progresso dell’umanità: il Partito-Principe, quello che un tempo si definiva il partito di avanguardia della classe operaia, la classe destinata a dominare il mondo, cioè il partito comunista.

Ma oggi, oltre alla filosofia marxista, anche il partito comunista, unico medium fra la storia e l’uomo, non c’è più o, almeno, non detta più i tempi alla storia. Ora esistono solo dei «semplici» socialdemocratici o «democratici di sinistra».

Eppure si la mentalità di questi eredi del comunismo pare non essere cambiata. I Ds sfornano mozioni e programmi in cui il rifiuto della vecchia ideologia marxista-leninista è totale, ma poi uno dei massimi esponenti del nuovo partito — in via di diventare ancora più nuovo, più «democratico» e meno di «sinistra» — torna a formulare analisi secondo i vieti canoni di quell’ideologia che dovrebbe essere stata messa da tempo in soffitta.
Che cosa pensarne? Che l’asino ricasca? siamo davanti a un bluff collettivo? oppure il senatore Angius è un reperto del passato, che viene conservato provvisoriamente dal suo partito "di lotta e di governo" — che allo stesso tempo legifera e appoggia le manifestazioni delle lobby omosessualiste contro la famiglia — solo per la sua eccellente professionalità nel fare ostruzionismo contro ogni pur flebile sintomo di vitalità e di rinascita del corpo sociale in Italia?

domenica 25 febbraio 2007


Papa, coscienza e storici

Sabato 24 febbraio Papa Benedetto ha tenuto un magnifico discorso ai membri della Pontificia Accademia per la Vita. Magnifico — proprio nel senso di «che fa cose grandi» — per l’altezza del tono e anche perché ha tirato fuori dalla polvere e delineato in maniera magistrale quel luogo «forte» della prospettiva della fede e della morale cristiane che è la coscienza, quel giudizio della ragione sulla moralità — cioè sulla coerenza con quanto si può oggettivamente dedurre dall’antropologia, dalla natura umana — di un atto da compiersi o già compiuto. Giudizio che, come tale, deve essere informato dalla verità delle cose, ma che, come ogni atto di conoscenza umana, è suscettibile di errore. Di coscienza non si è parlato granché dal Sessantotto in poi, anche in ambito cristiano: forse il termine è riaffiorato solo in relazione all’obiezione di coscienza, per esempio verso il servizio di leva o la pratica abortiva.
Proprio nella debolezza della formazione nella maggioranza dei fedeli — per ragioni svariate — di una coscienza allo stesso tempo vera, cioè capace di conoscere, nella misura del possibile, la verità e di lasciarsene illuminare, e retta, cioè ossequiente alla verità conosciuta, sta, secondo il Papa, il problema che affligge oggi la battaglia per la difesa del diritto alla vita. Questa gracilità costituisce il tallone d’Achille di tanti cristiani e uomini di buona volontà, che si trovano così esposti senza adeguate difese alla massiccia pressione, quasi sempre interessata e «orientata», dei mezzi di comunicazione di massa, che vorrebbero liberare la coscienza da ogni vincolo di tradizione e di ragionevolezza. Non è forse un caso che il Papa chiami in questa occasione — a mia memoria, per la prima volta — i media «mezzi di pressione collettiva», quasi voler stigmatizzare la fatale deriva degenerativa odierna.
Da questa diagnosi nasce il richiamo ad adottare tutti i mezzi possibili per riplasmare e irrobustire una sana coscienza cristiana nel popolo cattolico. «Occorre rieducare al desiderio della conoscenza della verità autentica, alla difesa della propria libertà di scelta di fronte ai comportamenti di massa e alle lusinghe della propaganda, per nutrire la passione della bellezza morale e della chiarezza della coscienza». Un elemento essenziale di questa operazione rieducativa alla «bellezza morale» — è una bellissima espressione, che scaturisce forse da quell'agostinismo di cui il Papa è impregnato — e al nitore dell’auto-consapevolezza svolgono, secondo Papa Benedetto, «laici educatori» «specialisti». A essi il Papa rivolge un appello particolare dicendo: «Prego […] il Signore perché mandi fra voi, cari fratelli e sorelle, e fra quanti si dedicano alla scienza, alla medicina, al diritto, alla politica, dei testimoni forniti di coscienza vera e retta, per difendere e promuovere lo “splendore della verità” a sostegno del dono e del mistero della vita. Confido nel vostro aiuto, carissimi professionisti, filosofi, teologi, scienziati e medici. In una società talora chiassosa e violenta, con la vostra qualificazione culturale, con l’insegnamento e con l’esempio, potete contribuire a risvegliare in molti cuori la voce eloquente e chiara della coscienza».

Fin qui tutto giusto. Anzi perfetto. Ma poi sorge un bonario quesito: e gli storici? È una dimenticanza la loro mancata citazione nel novero dei «professionisti» formatori di coscienze? Oppure la non menzione è voluta, perché il Papa non ritiene che lo storico possa dare il suo contributo alla difesa della vita?
Ovviamente non voglio credere a quest’ultima ipotesi e mi pare vera invece la prima delle due...
Se si riflette, in effetti lo storico può fare molto per illuminare le coscienze dei credenti in ordine al problema della vita.
Per esempio documentando che tante idee che paiono nate ieri sono in realtà vecchie quanto il mondo, che l’eugenetica e l’eutanasia che oggi risorgono sono state sempre un'arma nelle mani dei poteri totalitari, siano essi il nazionalsocialismo hitleriano o il regime maoista, ma anche «scuole di pensiero» — e ahimé di pratica — forti all’interno delle democrazie occidentali, per esempio quelle scandinave, fra le due guerre… Lo stesso dicasi del malthusianesimo che combatte la vita limitando artificialmente le nascite…
Oppure, per spostarsi su un altro fronte, strettamente connesso con il precedente — lo ricorda il Papa medesimo — mostrando, come fa Marco Invernizzi nell’articolo sui Pacs che pubblica il sito www.identitanazionale.it, come si sia giunti allo scontro attuale. Non si può combattere bene questa battaglia se si crede, come purtroppo si rileva nella maggioranza almeno degli articolisti, che il problema sia nato con i Pacs e con i Dico, cioè se non ieri, l’altroieri. In realtà la lotta per sconvolgere il modello naturale e cristiano di famiglia nell’occidente cristiano e in Italia è partita molto tempo fa, almeno dall’illuminismo — che esalta il libertinismo — per continuare poi con l’individualismo liberale — che attacca la famiglia allargata eredità del Medioevo —, quindi avanzando sotto impulso delle idee materialistiche, darwinistiche e totalitarie del marxismo — soprattutto dell’amico di Marx, Engels —, infine con la ripresa malthusiana — ricordate il Club di Roma e I limiti dello sviluppo? — del secondo Novecento.
Passando dalle idee ai fatti, in Italia hanno contribuito a rendere sempre più esile la struttura della famiglia naturale, recepita dalla Costituzione repubblicana del 1948, l’introduzione del divorzio, il «nuovo diritto di famiglia» del 1975, la legalizzazione e la statalizzazione dell’aborto volontario, la concessione di diritti sempre più ampi alle minoranze omosessuali militanti.

La storia, inoltre, è una disciplina anch’essa, che dà una conoscenza «vera», nei limiti della sua specifica metodica di ricerca — cioè non dà una certezza scientifica, ma quella che giova ad acquisire quella conoscenza detta appunto «morale», cioè sufficiente soggettivamente per agire rettamente —, sul passato. E una buona conoscenza del passato, una buona anamnesi — come ben sa chi ha letto qualche testo di morale cattolica — è altresì parte integrante di quella virtù della prudenza che si dice sia il cardine di tutte le altre virtù naturali e morali, cioè umane tout court.

Avere presente questa dimensione storica più o meno profonda, fornire strumenti per un’azione prudente — che non vuole dire né rinunciataria e nemmeno cauta, ma solo storicamente e razionalmente fondata —, contribuire al ricupero di quella «tradizione» che «il potere dei più forti» vorrebbe oggi far smarrire, non può dunque non complementare ed esaltare gli altri benefici influssi esercitati dal teologo, dal giurista, dal bioetico, dal medico, sulla costruzione di una coscienza ben formata nel fedele.

E allora, dunque? Ho voluto forse «tirare le orecchie» al Papa? No, non è certo questo lo scopo di questo breve scritto: credo che quanto ho detto sia ben presente alla mente del Pontefice anche se in questo frangente non ha potuto trovare espressione. Questa omissione non mi esime dal rispondere con calore all’appello del Papa e a «mettere sul tavolo» anche ciò che la risorsa della riflessione sul passato, la memoria, la conoscenza storica offre alla causa comune.

giovedì 11 gennaio 2007



Il «ritorno di Lapo»

Dopo il riuscito rilancio delle automobili Fiat, che ha comportato per la casa torinese uno sforzo di mutamento dell’immagine aziendale davvero non comune, pare sia ora la volta anche del rilancio del rampollo di casa Agnelli il ventottenne Lapo Elkann, dopo il suo tremendo «scivolone» di due anni fa.
L’11 ottobre 2005 infatti il giovanotto rischiò di lasciarci la pelle per aver ingerito una dose eccessiva di un cocktail di cocaina, oppio ed eroina durante una «serata» in un appartamento-postribolo torinese «ospite» di tre prostituti transessuali che frequentava abitualmente. Al clamore sollevato dallo «scandalo» — ma chi si scandalizza più, oramai? — è seguito un periodo di relativo silenzio ma non di oblio, in quanto le cronache ci informavano puntualmente dei discreti tentativi di disintossicazione che la famiglia aveva imposto a Lapo oltreoceano.
Ora pare sia venuto il momento del grande rilancio, un rilancio dove s’intrecciano il ricupero d’immagine personale, della famiglia e, last but not least, del prezioso marchio industriale torinese.
Così, grazie a preziosi e immagino non disinteressati suggerimenti — si ha proprio il sentore del trust di esperti comunicativi in azione —, il nobile volto dell’erede Fiat, abbigliato all’ultima moda, campeggia sulla prima pagina di Vanity Fair e di Vogue, riviste notoriamente d’immagine, il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa gli dedicano articoli dopo articoli — che ne attestano il pentimento e la volontà di ripartire, mentre riferiscono anche i più minuti dettagli del suo rinnovato stile —, importanti industrie tornano ad affidargli il ruolo di testimonial dei loro prodotti, gli si organizzano serate mondane di cui è il «reginetto»: l’unico pegno che deve pagare è la messa in guardia pubblica soprattutto rivolgendosi ai giovani, sui pericoli della cocaina.
Fermo restando che credo che chiunque ha sbagliato abbia il diritto di riacquistare piena cittadinanza fra le persone civili e oneste, non posso non rilevare qualche stonatura in questa vicenda di «redenzione».
A parte che non si vede come Elkann abbia «pagato» materialmente — moralmente, non è dato sapere — per il suo errore — eventualmente ha pagato, e salato, qualcun altro —, il modello che egli incarna — del tipo «soldi-sregolatezza-glamour» — non pare essere uscito nemmeno scalfito dalla squallida vicenda di cui egli è stato volontario protagonista: anzi si ripresenta prepotentemente alla ribalta attraverso lo stesso personaggio e forse proprio grazie allo scandalo da questi scatenato.
Mi sarebbe piaciuto invece che, attraverso la vicenda, proprio questo genere di vita, questo modello negativo, questo esempio di giovinezza buttata al vento, questo ennesimo «caso» di sfrenato edonismo, che si lascia alle spalle ogni norma morale e ogni legame religioso, fosse stato oggetto di condanna pubblica e di messa in guardia.
Secondo il vecchio adagio «corruptio optimi pessima», che vuol dire che più in alto sta chi si corrompe — e un Agnelli, lo voglia o no, fa parte dell’élite nazionale —, peggiore è l’indotto di tale corruzione, dal cattivo esempio di Lapo e soprattutto dalla benevola trattazione del suo infortunio da parte dei media, sono derivate conseguenze diseducative di massa. Non basta, credo, una sua frasetta di condanna della droga all’esordio della sua ripresa della scalata alla notorietà e al potere per annullare o per ridurre il guasto arrecato.
Se è vero che l’ozio è il padre dei vizi e il vizio della cocaina — uno dei più sulla cresta dell’onda oggi —, come peraltro quello delle altre droghe, si alimenta dal benessere, dalla mancanza di ideali, dall’edonismo culturale onnipervasivo, ma anche dall’ozio, non pare che il giovane Lapo abbia fatto alcuno sforzo per uscire dalla gabbia dorata in cui è nato è cresciuto: forse qualche mese alla catena di montaggio della sua azienda gli avrebbe forse fatto meglio… e avrebbe di certo dato un segnale a tanti giovani «a rischio»…

mercoledì 3 gennaio 2007


Ma da che parte stanno?

L’attuale governo vede la partecipazione di ingenti aliquote delle forze politiche dell’estrema sinistra paleo- o neo-comunista. In Italia, dopo la frammentazione del monolite marxista-lenininista gramsciano, seguita alla decomposizione dell’Urss, nei primi anni Novanta del secolo scorso, queste forze — sia nella loro veste partitica sia per la loro presenza nei sindacati — avevano assunto su di sé quel ruolo di natura «tribunizia» — ossia di difesa degli interessi delle classi lavoratrici contro il disagio imposto dalla globalizzazione, cavalcata invece alla grande dall’altro spezzone, quello maggioritario, rappresentato dai Democratici di Sinistra — già proprio, fra i tanti, del vecchio Pci.

Ora, stranamente per certi versi, si assiste a fatti che paiono contraddire questo ruolo. La legge finanziaria del 2007, a detta di molti — e non passanti della strada — una fra le più sbilanciate a sinistra di questi ultimi decenni, avrebbe dovuto riflettere in misura lampante questo carattere.
Tuttavia non mi pare sia così. Colgo questa contraddizione almeno in due provvedimenti di quella congerie sterminata — oltre 1300 — misure piccole e grandi di questo gigantesco maxi-strumento legislativo.
Il primo: oltre a quelli per le analisi mediche, crescono i ticket per gl’interventi dei reparti di pronto soccorso degli ospedali di carattere non urgente; il secondo, cresce la tassa di proprietà dei veicoli a emissione di polveri a livello cosiddetto «euro 0» per stimolarne la rottamazione.
Entrambe le novità hanno uno scopo dichiarato e peraltro condivisibile: la prima, abbattere i costi della sanità, la seconda ridurre un inquinamento atmosferico dagli alti costi sociali.
Però: si è pensato — e se lo si è fatto che cosa ci si è risposto — che delle cure del pronto soccorso approfittano soprattutto i più deboli finanziariamente: gli anziani, gli extra-comunitari, gli ospiti in transito? e si è pensato che chi possiede veicoli «euro 0» è in maggioranza appartenente alle categorie più povere, per le quali è già un grosso problema mantenere un veicolo, ma che se lo impongono a tutti i costi pur di disporre un mezzo di locomozione privato — anche perché la sfiducia verso quelli pubblici è ormai generalizzata — che consenta di fare la spesa al supermercato — il negozio all’angolo non esiste più — o per recarsi dal medico o per andare ad aiutare i figli o per quei pochi giorni di vacanza?
Come si può pensare che i pensionati o i poveracci possano avere oggi il denaro per permutare la vecchia auto con una in regola, nonostante i «succosi» incentivi governativi? E poi, fra l’altro, il problema dell’inquinamento oltre soglie accettabili esiste solo in alcuni centri urbani ad alta densità di circolazione, non in tutto il paese e il provvedimento del governo Prodi, come di sua natura, colpisce indiscriminatamente dalla Valtellina a Lampedusa…
Non vi erano alternative a quella di colpire i ceti più esposti, quelli che i neo-comunisti e le centrali sindacali — il cui nerbo è ormai formato da pensionati — dovrebbero per definizione difendere?

La scorsa estate, quando nasceva la «manovra» prodiana, Roma fu tappezzata di manifesti a colori in cui ci si felicitava — demagogicamente — perché questa volta anche i ricchi avrebbero pianto.
Ma a me pare che ancora una volta a piangere sarà solo la povera gente, punita dall’ennesima mazzata… Non mi pare di fare della demagogia segnalando questi due piccoli punti, che mi paiono estremamente eloquenti di una mentalità e di una logica — e di un personale politico — vetero-stataliste e anti-popolari, da dismettere al più presto.

mercoledì 20 dicembre 2006


Due saggi per il risveglio dell'Europa


Due piccoli volumi (1) sono apparsi di recente, dedicati a due argomenti apparentemente lontani l’uno dall’altro ma che, in realtà, hanno più di una cosa in comune.

Il primo è opera del noto storico, sociologo e filosofo francese Jacques Ellul (1912-1994) e ha come tema il (difficile) rapporto fra islam e cristianesimo; l’altro è un vibrante invito che un giornalista tedesco, direttore di un programma d’informazione della televisione tedesca, Peter Hahne, rivolge ai suoi contemporanei affinché riconoscano e affrontino il problema dei mali della società opulenta post moderna e post sessantottina, un invito che condensa nello slogan: «la società del divertimento è finita».

1. Si tratta di due brevi testi, che sanno più di pamphlet o forse di appelli a una presa di coscienza pubblica, che non di saggio vero e proprio, entrambi però tutt’altro che privi di fondamento documentario.
E l’elemento che li accomuna è la conclusione generale, pur fatta in tempi diversi e con un diverso oggetto immediato, che siamo alla fine di un ciclo di civiltà e stiamo entrando in un nuovo mondo, molto meno limpido e rassicurante — ovviamente, non in sé e per sé ma solo nella prospettiva di riuscire a comprenderlo — di quello del secondo dopoguerra e della Guerra Fredda. Non sembri paradossale: almeno, quando gli europei temevano di vedersi piovere sulla testa qualche missile atomico sovietico sapevano di essere in un grave pericolo e il nemico era ben chiaro dove fosse. Oggi, al contrario, senza avvertenza e senza sapere mai chi sia e chi lo ha mandato, possiamo incontrare chi ci uccide sul percorso verso l’ufficio, alla mattina, come è successo a Madrid…
Oltre all’analoga valutazione di una situazione li lega anche il fatto che i due autori sono entrambi uomini di fede cristiana evangelica, anzi entrambi teologi all’interno delle rispettive comunità, la Chiesa Riformata di Francia per Ellul — che è stato discepolo di Karl Barth (1886-1968) — e la Chiesa Evangelica Tedesca per Hahne — della quale il giornalista è membro del Consiglio nazionale, e per la quale ha scritto diversi testi letterari di introduzione alla Bibbia. Questo connotato, che traspare in diversi punti, potrebbe forse bloccare il lettore cattolico. Tuttavia va tenuto conto che, mentre esso non inficia la bontà delle argomentazioni, che risultano valide erga omnes, segnala altresì che la presa di coscienza della crisi attuale è viva — potremmo dire, con una punta di bonaria polemica: la crisi è così grave che anche i protestanti iniziano a reagire… — anche nel mondo cristiano-evangelico, assai più secolarizzato rispetto al nostro, all’interno di comunità religiose di norma poco propense a denunce pubbliche di pericoli per la fede, anzi tradizionalmente ligie, se non organiche, allo Stato nelle diverse epoche.

2. In Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile sono raccolti — attingo alla Premessa bio-bibliografica di cui è autrice Dominique Ellul, la figlia (pp. 29-37) — due testi di Ellul. Il primo, scritto nel 1991 e rimasto inedito, porta il titolo, assai evocativo — rimanda a I sette pilastri della saggezza, il libro di memorie del colonnello Thomas Edward Lawrence (1885-1930), che rievoca a sua volta le sette colonne della Sapienza di Proverbi 9,1 —, di I tre pilastri del conformismo. L’altro è una breve prefazione, scritta dallo studioso di Bordeaux nel maggio del 1983 — e tradotta in inglese per l’edizione americana —, a un volume della storica britannica di origini ebraico-egiziane, Gizelle Littman — che scrive sotto il pseudonimo di «Bat Ye’ôr» («figlia del Nilo», in ebraico) — sulla condizione giuridica delle confessioni non islamiche in seno alla società musulmana (2
).
Si tratta dunque di testi non recenti e di studi che non è ardito definire pionieristici. Tuttavia il rigore dell’argomentazione e la documentazione — già molto ampia, nonostante la profluvie odierna di studi di maggior o minor valore fosse allora ancora di là da venire — che li sorreggono donano loro un carattere, se non profetico, di certo assai acuto nella diagnosi e nella prognosi, rendendoli quindi preziosi sussidi, anche operativi.
Il curatore del volumetto è Alain Besançon (3
), grande interprete del pensiero politico contemporaneo e a sua volta autore di pregevoli studi, anche di carattere teologico, su islam e cristianesimo (4).

3. Che cosa dice in sintesi Ellul? Molto chiaramente — e, oserei dire, fuori dai denti — tre cose. Che l’islam è una minaccia per la civiltà occidentale, che questa minaccia si pasce della debolezza teoretica e morale prodotta in Occidente dall’attuale relativismo dominante e — ed è questo l’obiettivo specifico del saggio — che i tre luoghi comuni che corrono oggi sulle presunte parentele fra religione musulmana e cristianesimo — la comune filiazione abramitica, il comune monoteismo e essere i «popoli del libro» — sono semplicemente un falso e ripeterli, come fanno tanti intellettuali infatuati dell’islam, significa solo lavorare contro e non a favore di un possibile dialogo fra i due credi.
Infatti, la nozione di «figli di Abramo» per il cristianesimo non ha fondamenti etnici bensì spirituali — è figlio di Abramo chi fa le opere di Abramo, in primis ha fede assoluta in Dio — e può essere predicata anche di popoli o di personaggi al di fuori della stirpe abramitica, come traspare soprattutto dalla celebre disputa di Gesù con i farisei (cfr. Gv 8, 31-59). Anzi, la discendenza fisica da Ismaele dei popoli arabi crea una differenza e un potenziale dissidio in radice con gli ebrei e i cristiani, che discendono invece anche in senso proprio dal patriarca. Il monoteismo invocato alla base di tutte e tre le fedi ha poi un’accezione assai diversa al loro interno: soprattutto la dottrina trinitaria, che fa del cristianesimo un unicum, non è conciliabile con il rigido monoteismo islamico ed ebraico. Infine, i popoli del libro: se la base della religione ebraica è in un rapporto fra un popolo e il suo Signore, per il cristianesimo è un evento: quello dell’incarnazione, che ha il suo seguito e compimento nella risurrezione. In entrambi i casi, dunque, la Bibbia è un testo, dai molti generi, ispirato da Dio a un uomo e per di più non formalmente compiuto e che serve per guidare il credente ma non ne prescrive in dettaglio le opere. Per l’islam, viceversa, il libro è esso stesso Dio parola increata, rivelazione senza mediazione umana al profeta Mohammad e da vivere alla lettera come parusia di un Dio totalmente trascendente e impersonale. Le figure centrali stesse del cristianesimo: Maria, gli angeli, i profeti sono pensati dai musulmani alla luce del Corano e delle sue fonti interpretative collaterali, quindi in un senso molto diverso da quello cristiano.
Nello scritto di prefazione al volume sulla dhimmitudine, cioè la condizione giuridica di sottomissione dei cristiani e degli ebrei nelle società islamiche, Ellul mette ben a fuoco il senso di questa condizione in genere sbandierata come «tolleranza» islamica. In realtà si tratta di una condizione di inferiorità codificata, che già come tale crea un regime assai duro, ma essa è altresì suscettibile di revoche a discrezione dell’autorità, sì che la sua sospensione ha portato storicamente a veri e propri atti di violenza collettivi contro le comunità non musulmane. Lo stesso eccidio di massa degli armeni in Turchia nel 1915 è avvenuta nell’inerzia delle autorità islamiche — anche se il governo centrale era in mano a una fazione ultra-laicista —, civili e religiose.

4. L’altro lavoro, quello di Hahne, è più vicino a un reportage sulla condizione della società attuale che non a un vero e proprio saggio. Un reportage però pieno di fatti e per nulla asettico, che suona come una conferma che alcuni ambienti intellettuali contemporanei si sono lasciati «aggredire dalla realtà» e guardano il presente con lenti non più deformate dalle ideologie progressiste. In Hahne, come nella miglior tradizione del giornalismo d’ispirazione civile, questa nuova consapevolezza non può non tradursi in un’appassionata diagnosi e in un pressante appello e denuncia ad affrontare i problemi che la sua indagine fa emergere.
E questi problemi sono quelli che attanagliano la nostra società multiculturale, edonista, ultra-u­gua­li­ta­rista, secolarizzata oltre misura — Hahne, da buon teologo evangelico, essendo un gran conoscitore della Bibbia, è sensibile a quest’ultimo aspetto e la sua reazione intellettuale e morale si può leggere come una sorta di professione di fede —, piena di pre-giudizi ideologici.
Quando è suonato il campanello d’allarme che tutta una situazione stava degenerando ormai oltre il limite? Indubbiamente, per il mondo, la tragedia dell’11 settembre 2001, ma, per la Germania, secondo Hahne, anche il clamoroso caso, verificatosi nell’aprile del 2002, della strage — dodici morti — compiuta da un giovane «normale» e di buona famiglia, penetrato armato in una scuola di Erfurt, città della ex Germania democratica.
Questo eccidio è stato il segnale che una intera generazione cresciuta secondo i teoremi della post-modernità e allevata a credere che la vita sia solo un gioco, un divertimento, nascondeva un pauroso vuoto morale ed esistenziale fino al punto di perdere la nozione della differenza fra videogame e realtà, della distanza fra figure elettroniche abbattute e creature in carne e ossa massacrate senza pietà, prima di auto-«terminarsi». Nel vuoto di valori delle famiglie contemporanee sta per il giornalista tedesco l’origine di una vera «catastrofe» esistenziale (p. 13). Ed è un effetto che una società imperniata sull’elemento ludico, sul consumo di divertimento come di beni voluttuari e di cibi non può alla lunga non generare. Tantissime sono le facce di questa «catastrofe», di «una società» che «ha perso il senso della misura» (p. 20), che Hahne prende in considerazione: dalla diffusione della pornografia fra gli adolescenti, all’uso sempre più intenso delle droghe e degli alcolici, allo stordimento nei sabba delle discoteche, dei rave party e delle love parade. L’onda lunga del Sessantotto ha formato le famiglie, nel cui seno oggi cresce la nuova generazione degli adolescenti e tutto quell’armamentario di miti ideologici, ora ammuffiti, continua a generare effetti disastrosi, nonostante la conversione intellettuale dei «maestri» di allora, da Jürgen Habermas a Max Horkheimer e degli odierni politici allora sulle barricate. Di questi miti, della de-responsabilizzazione, della trascuratezza e dell’indifferenza che da essi promana, i giovanissimi sono autentiche vittime. Il declino del mito giovanilistico — anche per i mercati i giovani non sono più un target di massa privilegiato, come nel 1968 dopo il baby boom —, il lavoro femminile, l’aborto — dal 1974 otto milioni di non-nati in Germania! e si racconta che sono gli europei a chiamare i lavoratori extra comunitari perché non vogliono più fare i lavori umili… — e la non volontà di generare, una carenza affettiva reale mascherata dietro la concessione sempre più ampia di libertà e di denaro ai figli, i divorzi, la renitenza a stabilire legami affettivi duraturi, sono le facce di questa realtà.
La giovane generazione cresce oggi senza radici perché i loro padri hanno rinnegato le loro radici sotto molteplici aspetti, non ultimo quella della fede tradizionale.
Sotto la scure della documentata denuncia di Hahne sono un po’ tutti i pre-giudizi progressisti che hanno finora dominato a cadere l’uno dopo l’altro. Il Sessantotto ha lasciato delle eredità sicuramente pregevoli, ma il bilancio del dare e dell’avere è oggettivamente fallimentare. Per questo ci si trova immersi oggi, secondo Hahne, in «[…] una vera e propria guerra culturale, nella quale si gioca la partita della verità, della chiarezza, e della questione della nostra identità» (p. 8). E in questa partita «ciò di cui abbiamo bisogno non sono gli arbitri, ma gli attaccanti. Uomini che si mettano in gioco, che si rimbocchino le maniche e si diano da fare. Abbiamo bisogno di portatori di speranza, non di portatori di preoccupazioni» (pp. 86-87).

5. Solo una parte della rigorosa argomentazione e della ricca dotazione di materiali dei due saggi può trovare posto in questa sede. Per esempio il lavoro di Hahne contiene — un po’ sorprendentemente data la natura pamphletaire del volume — un’ampia gamma di puntuali citazioni da pensatori, noti e meno noti, che rafforza l’argomentazione e rende piacevole la lettura, delle quali cui mi piace riportare almeno: «Un piccolo borghese è colui che ha un rapporto assoluto con cose relative» (Søren Aabye Kierkegaard, 1813-1885).
Naturalmente, come accennato, nei due volumetti si nota anche qualche stonatura, soprattutto dovuta al background evangelico dei due autori e che da lettore cattolico non posso non rilevare. Per esempio, in Ellul le riserve sul culto dei santi, assimilato a sopravvivenze di paganesimo, e in Hahne l’insistenza sulla Bibbia come unica arma a disposizione per il rinsavimento morale dell’Europa. Lungi da me pensare che non sia necessaria, però credo che richieda una articolata mediazione culturale.
Né pare da tacere — ma qui i due autori non c’entrano — il giudizio impreciso che Maurizio Belpietro, direttore de il Giornale, esprime su Papa Benedetto XVI nella sua Prefazione (pp. VII-X) al volume di Hahne riguardo a una sua presunta ritrattazione dopo le reazioni al suo discorso di Ratisbona.
In ogni caso si tratta di due letture utilissime per propiziare il risveglio delle forze intellettuali e politiche della nostra esausta Europa e di due belle prese di posizione da parte di uomini senz’altro di disuguale statura culturale, ma con la medesima consapevolezza e la stessa voglia di reagire.


Note

(1) JACQUES ELLUL, Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile, con una Prefazione di Alain Besançon e una Premessa di Dominique Ellul, Lindau, Torino 2006, pp. 128, € 12; e PETER HAHNE, La festa è finita. Basta con la società del divertimento, 2004, trad. it., con una Prefazione di Maurizio Belpietro, Marsilio, Venezia 2006, pp. 118, € 10.
(2) Cfr. BAT YE’ÔR, The Dhimmi Jews and Christians under Islam, trad. ingl., Fairleigh Dickinson University Press, Rutherford (NJ)-Londra 1985 (6a ed., ivi 2003) (cfr. anche l'ed. fr.: Juifs et chrétiens sous l'islam: les dhimmis face au défi intégriste, Berg International, Parigi 1994); cfr., presumibilmente (non ho avuto fra mani i volumi), la medesima prefazione in EADEM, The Decline of Eastern Christianity Under Islam: from Jihad to Dhimmitude. Seventh-Twentieth Century, trad. ingl., Fairleigh Dickinson University Press-Associated University Presses, Madison (NJ)-Londra 1996 (4a ed., ivi, 2002)(ed. or., Les Chrétientés d'Orient entre «jihâd» et dhimmitude: VIIe-XXe siècle, Cerf, Parigi 1991).
(3) Cfr. la sua Prefazione, pp. 5-27.
(4) Cfr., per esempio, il suo denso articolo L’impossibile dialogo con l’islam secondo Alain Besançon, ne il Domenicale. Settimanale di cultura, anno III, n. 9, Milano 28-2-2004, pp. 6-7.

giovedì 14 dicembre 2006

L'on. Barbara Pollastrini
I Pacs... inquietano


L’infuocato dibattito sui Patti Civili di Solidarietà, i cosiddetti Pacs, sta per sfociare in un disegno di legge in fase di avanzata gestazione a cura della ministra per le Pari Opportunità on. Barbara Pollastrini dei Ds e di cui pare sia testa pensante il giurista Stefano Ceccanti, straordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Roma Sapienza, già presidente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e ora capo dell’Ufficio Legislativo della medesima “ministra” —come, coerentemente, la Pollastrini ha inteso denominarsi.

Fermo restando che il rilievo e l’urgenza di un tale provvedimento paiono molto più frutto di pressioni di lobby organizzate che non di genuine e drammatiche esigenze sociali e che queste lobby si riducano alla lobby omosessualista, per la quale il riconoscimento legale di forme di convivenza è solo l’anticamera per il pieno diritto al matrimonio, la cosa non sembra presentare il fianco a rilievi di carattere morale. Esistono situazioni particolari in cui, per svariate ragioni, prime fra tutte quelle la solitudine, soprattutto fra gli anziani, e la povertà, ad alcuni si rende necessario di convivere sotto lo stesso tetto e tali situazioni possono aver bisogno di un sostegno da parte della pubblica autorità.


Quello che è dubbio è in primis che per coprire queste realtà occorra una legge ad hoc, ma in secundis, ed è la cosa a mio avviso più importante, che si sono forse mal esplorate le conseguenze di lungo periodo dell’introduzione di patti civili non più privati, ma muniti di un riconoscimento pubblico.

Tentare di regolamentare quindi di dare un assetto stabile e duraturo a determinate forme di unione per definizione transeunti e provvisorie pare alquanto contraddittorio, meno nel caso di unioni a fini economici o fra congiunti, ma senz’altro di più quando queste unione implichino o si fondino su affetto o esercizio della sessualità. In questo secondo caso, la scelta dell’unione di fatto e non del matrimonio civile o religioso-civile ha senso solo e proprio perché risolvibile a piacere, senza alcuna interessenza o interferenza dell’autorità. Dunque regolamentare l’effimero pare un non sense e un onere gratuito, la cui invocazione pare rientrare in quella logica della società ludica, dove ha cittadinanza ogni desiderio patologico o fisiologico che sia, verso cui ci siamo abbondantemente avviati. Soprattutto nel caso nelle coppie omosessuali, dove il libertinaggio o l’occasionalità dei rapporti assume forme parossistiche e dove la rottura di rapporti affettivi con intento di stabilità è strutturalmente assai alta.

Ma oltre a ciò il Pacs crea una modalità istituzionale alternativa rispetto al regime che privilegia l’unione di tipo matrimoniale. Già questa istituzione è stata fortemente indebolita dall’introduzione, nel 1970, del divorzio, che ha reso possibile sciogliere il legame matrimoniale e con modalità sempre più accelerate grazie alle leggi approvate negli anni successivi. Fino al punto che si tende sempre più a considerare il matrimonio come una forma di convivenza temporanea, pur sempre a revoca, ma comunque almeno in tesi di lunga durata e non poco impegnativa per i coniugi. Tuttavia, nonostante questa carenza di fondo ora presente il matrimonio monogamico ed eterosessuale è comunque per la legge italiana l’istituto unico per le unioni fra persone con finalità di generazione.
Ora, ammettere forme alternative non è, come anche alcuni ben orientati ammettono, una cosa destinata a non incidere sull’istituto principale e “normale” ma ha delle conseguenze che, ripeto, forse non sono sufficientemente chiare. In primo luogo nella formazione del consenso il matrimonio perde di peso: è una forma destinata a tramontare in questo clima morale, soprattutto giovanile — e le unioni a sfondo affettivo di norma hanno i giovani come protagonisti —, che rifugge sempre più dall’impegno e dallo stabilimento di rapporti di lungo periodo e in tesi definitivi, a vita. Per chi non vuole impegnarsi non c’è più la libertà senza rete, senza i privilegi che la legge conferisce la matrimonio ma un’altra forma anche se minore di sostegno, revocabile a piacimento. E questo non è davvero reso più pericoloso se dei Pacs fruiranno le coppie omosessuali, che sono tuttora una infima minoranza, ma proprio se diventerà una forma “assistita” all’interno della quale verranno formate famiglie nelle quali verranno al mondo dei figli. Che cosa accadrà del “prodotto” di queste unioni effimere, anche se assistite? Patti che possono essere stretti e sciolti e poi riformati in un numero che oggi non è dato di sapere… In assenza di vincoli al numero dei rapporti e alla loro risoluzione e, quindi, allo sfascio delle famiglie “di fatto” assistite crescerà il numero di figli senza padre o senza madre e si moltiplicherà la convivenza di figli con genitori (quanti?) che non solo i loro, con conseguenze intuibili e drammaticamente documentate dalle cronache. Il divorzio già ora genera in maniera allarmante questi effetti. Ma che cosa accadrà quando ci saranno centinaia di unioni dove il divorzio è nelle premesse stesse? E i costi sociali di questa “assistenza”, quelli previ per assistere e quelli ex post, quando occorrerà intervenire nel disordine sociale che si creerà?

Quello che il “laboratorio” dell’elegantissima e affascinante ex sessantottina — e ora moglie di un ricco banchiere —, nonché mia concittadina, ministra diessina, già illustratasi per la feroce opposizione sua e del suo partito alla legge 40 sulla fecondazione assistita, sta confezionando insieme con il cattolico ex fucino Ceccanti, più che una sanatoria di fronte a “casi pietosi”, pare l’ennesima legge volta a dare riconoscimento — e fondi pubblici — all’ennesima espressione della teoria dei bisogni e dei desideri — nei suoi riflessi sulla vita nascente, sull’amore, sulla morte — che è diventata l’ultimo fronte sul quale, abbandonata la lotta di classe e il “proletariato in lotta”, la cultura post-marxista e le sue piattaforme politiche odierne — e il “soldato Barbara”, dal look alto-borghese e perennemente fasciata nelle sue uniformi “firmate”, che ne fa parte, si schiera coerentemente — si sono attestate.

Certo, sulla questione Pacs, come ricordano in molti — fra gli ultimi proprio sul Corriere di oggi 14 dicembre 2006 il cardinale di Bologna, Carlo Caffarra —, occorre tenere un atteggiamento pragmatico e non ideologico: ma, se questo atteggiamento deve essere fatto proprio di tutti coloro che se ne occupano, ciò compete in primo luogo a chi dispone oggi di mezzi, quelli legislativi, per creare o impedire ulteriori mali. Se costoro — soprattutto chi è o dovrebbe essere estraneo alla cultura post-marxista come Ceccanti — rifletteranno su che cosa comporterà per molti la soddisfazione alle presunte esigenze di pochi — anzi, di pochissimi — forse sarà possibile davvero sanare in concreto le situazioni realmente dolenti che interpellano tutti.
Vita da cani
in Cina?

Il Corriere della Sera di oggi 14 dicembre 2006 riporta che in Cina è stata abolita la legge che prescriveva l’«abbattimento selettivo» di alcune specie di cani per limitarne il numero. La causa sarebbe stata l’estesa protesta popolare promossa da alcuni gruppi «animalisti», una protesta naturalmente non pubblica ma fatta filtrare all’interno delle stanze del potere attraverso i consueti canali informali. Come si sa in Cina non esiste espressione pubblica della volontà della società in quanto sono assenti forme politiche democratiche.

Resta invece in pieno vigore il divieto per le famiglie cinesi di mettere al mondo più di un figlio, divieto attenuato nelle campagne dal permesso di un secondo nato qualora il primogenito sia di sesso femminile. Esiste ormai tutta una letteratura che racconta quali siano le conseguenze di questa proibizione: aborto coatto, infanticidio, perdita del lavoro, violenze, ricatti, corruzione. Solo i «nuovi ricchi» delle grandi metropoli cinesi sono in grado di aggirarlo, anzi fanno di questo escamotage una sorta di status symbol, perché sono i soli in grado di pagare le multe elevatissime previste in caso d’infrazione e gli unici a poter assicurare comunque un futuro economico al «nato in soprannumero», il quale, altrimenti, sarebbe un cittadino di serie B.

Dunque il regime comunista cinese antepone al diritto alla vita dell’uomo quello di un animale. E torna ancora spontanea la domanda a chi così si è di recente espresso, il nostro ministro degli Esteri: ma un paese come la Cina che ha questa visione dei diritti umani è un paese «normale»?

mercoledì 6 dicembre 2006



Una insolita
"grazia"

Il presidente degl’italiani dà nuove conferme di un dinamismo — non lo chiamo apposta “protagonismo” — che pare andare alquanto sopra le righe. Certo, l’incolore scenario della politica odierna, pieno di nani e ballerine, agevola o rende più visibile l’agire di persone di statura politica — e il nostro è un politico navigato, di lungo corso, anzi non ha fatto mai altro che la politica — rilevante. Quindi Napolitano ha gioco facile nell’occupare la scena e, scivolando fra maglia e maglia della ormai obsoleta trama costituzionale nell’auto-ritagliarsi un ruolo di stimolatore del governo e del parlamento. In particolare, in questo frangente il presidente pare aver “indossato” le vesti di discreto regista del rilancio del tema della legalizzazione dell’eutanasia.
Due sono i casi riportati dalle cronache che mi autorizzano a questa valutazione. Il primo l’ormai famosa lettera sul caso di Piergiorgio Welby, che ha scatenato una campagna sempre più furibonda perché non solo qualcuno sia autorizzato a esaudire le sue richieste e a ucciderlo ma anche che ciò avvenga in virtù di un provvedimento di legge. L’altro la grazia concessa al medico romano che ha ucciso — con una revolverata, non staccandogli la spina — il figlio di 39 anni gravemente handicappato. Una grazia che viene a soli tre anni dal delitto e mentre l’autore, per le sue condizioni fisiche, è oggi in libertà.
Le considerazioni sarebbero molte e sulla materia sulla quale Napolitano interviene, sulla liceità costituzionale dei suoi interventi e, infine, sulla cultura non solo politica che Napolitano esprime significativamente.

Sulla prima, è scontato — ma non per i cinquecento militanti radicali, Sofri compreso, in sciopero della fame — che il caso singolo merita attenzione e pietà, ma la sua soluzione non può venire da un magistrato né da un’assemblea politica, ma da chi lo assiste: familiari e medici in prima linea. Se si appurasse che il caso cade sotto la voce “accanimento terapeutico” — ma chi ne è autorizzato? e oggi manca una definizione universalmente accettata del termine; Welby poi non è in coma irreversibile: è vigile, pensa, fa scrivere, anche se ha dolori enormi —, allora avrebbe senso spegnere le apparecchiature — ma sono meccanismi sproporzionati? — e lasciar morire in pace il malato. Altrimenti la volontà di finire del medesimo non dovrebbe avere alcun peso e considerazione.
Chiederne poi l’uccisione come effetto di una legge in materia, come fanno i radicali, è puro sciacallaggio politico: essendo la legge per sua natura erga omnes, il problema non è Welby, ma introdurre la legalizzazione dell’eutanasia.

Con tutte le conseguenze del caso: investire un organo dello Stato del riconoscimento di questo presunto diritto, anche se fatto in prospettiva inizialmente “liberale”, cioè di auto-determinazione, apre inevitabilmente a scenari in cui lo Stato — chi può controllare lo Stato moderno, anche se questo assume forme democratiche e non è un totalitarismo alla Hitler? — può diventare il vero giudice e padrone della vita.


E poi, ancora, una volta riconosciuto il diritto di auto-determinazione al singolo fino al punto di riconoscergli il diritto all’omicidio-suicidio, perché negargli altri diritti, frutto anch’essi di auto-determinazione? per esempio il diritto a rapporti pedofili? Quanto sta accadendo nella “civile” Olanda parla da sé, anzi grida a gran voce.


La prospettiva è da incubo orwelliano: una completa “dis-società”, in cui tutto è lecito a tutto perché lo garantisce lo Stato con le sue leggi: quindi l’esproprio dal diritto dalle cose e la sua totale riduzione al dettato della legge è totale. Una volta spogliatisi dei diritti umani in nome della loro tutela da parte di un’entità anonima e “totipotente” come lo Stato moderno non li si ricupererà più, ma saremo in balia di chi fa e modifica le leggi, anche quelle che vanno a toccare la sfera individuale o addirittura la biosfera e l’autore di ciò in democrazia può essere chiunque.

Napolitano, persona intelligente e dotato del “senno” che l’età dovrebbe conferirgli, non può non vedere queste tentate violazioni del diritto e del senso comune e i rischi di contraccolpi che esse presentano.
Perché allora si schiera a favore? Perché, soprattutto, dopo le domande di operare insieme rivolte al Papa e al cardinale di Napoli Sepe?
E qui inizierebbe il discorso sulla cultura post-marxista, su quali sono gl’ideali di quelle forze che un tempo vedevano nella lotta classe e nella società comunista perfetta il sogno della loro vita e la ragione di una militanza strenua e totale. Tramontato il materialismo dialettico è rimasta la dialettica nell’argomentare e il materialismo neo-darwinistico e amorale nella visione della vita, e il collante sono ora quelle idee-forza pre-marxiste, da cui l’impegno per il socialismo era nato: quelle della Rivoluzione francese. Una certa nozione di libertà estremizzata al massimo ad dissolvendum, non tanto spazio forse per la fraternità, ma di certo anche un egualitarismo sfrenato “senza limiti e confini” — quelli che danno una morale naturale a base religiosa —, autentico grimaldello per quella ri-plasmazione — solve et coagula — della società e del mondo dalle radici che era l’antico sogno dei movimenti rivoluzionari moderni — e forse della modernità radicale medesima — studiati da Eric Voegelin.
L’antico impegno a favore del proletariato si è oggi metamorfizzato in battaglie contro l’embrione, per il suicidio, a favore dell’aborto chimico e tante altre. E il ruolo pubblico, di Stato e di governo di tanti, troppi ex marxisti come Napolitano rappresenta un moltiplicatore inimmaginabile per la forza di queste idee. Anche il machiavellismo dell’antica militanza sembra essere rimasto nel Dna di questo personale politico: lo dimostra la geniale idea di “annegare” la grazia al medico romano nella simultanea grazia a un poliziotto reo di aver ucciso un delinquente e che ha fatto all'incirca nove anni di galera: che cosa di più gradito al palato conservatore? e di più efficace per contro-bilanciare l’apertura alla soppressione dell’handicappato? E ci sarebbe anche qualcosa da dire riguardo alla contro-firma dell'atto che ha apposto un cattolico come il ministro della Giustizia Mastella...

Ma, grazie a Dio, la fatica che fanno per avanzare pare indicare che il capitale di senso comune e di grazia spirituale accumulato dal popolo italiano sono ancora grandi e rappresentano forse, a Dio piacendo, un ostacolo invalicabile.

martedì 5 dicembre 2006


E tre! Dopo Romano e Panebianco, nei commenti al corteo della Casa delle Libertà di sabato 2 dicembre nei fondi del Corriere non poteva mancare quello del terzo “big”, del terzo “grosso calibro”, Ernesto Galli della Loggia. E il Leitmotiv è il medesimo: ridimensionare lo straordinario successo di popolo e personale segnato da Silvio Berlusconi e dagli altri leader della Casa delle Libertà.

Che cosa dice in sostanza Galli? Tanto popolo e poche élite in piazza sabato: industriali, intellettuali, artisti — sono queste le élite italiane per Galli — erano assenti o impegnate in contemporanea a negoziare rappresentanza dei propri interessi con Massimo D’Alema a Milano. La Casa delle Libertà infatti non è capace di tessere legami stabili con le classi dirigenti del paese, con la parte più “pesante” e “pensante” della società: il centro-sinistra sì. O almeno ci prova. Il centro-destra, invece, a partire dal 1994 non è stato capace di elaborare una cultura politica nuova — non più cattolica né neo-fascista — in grado di mediare fra le esigenze dei ceti di vertice della piramide sociale e la base popolare, nonostante l’ampia presa almeno elettorale su quest’ultima. E poi — tutti i salmi finiscono in "Gloria": quello delle carenze di Forza Italia è ormai una costante delle analisi galliane — Forza Italia non è un partito ma un contenitore di plastica, una “foglia di fico” che copre la personalità straripante del leader unico e maximo.

Che dire? È vero: la leadership di Silvio Berlusconi è più vicina al modello carismatico e populista, poco ideologizzata, più portata a cercare — e in questo la Tv è impagabile: non conosco i dati Auditel ma credo che gl’italiani davanti al video sabato pomeriggio e quindi presenti “in spirito” al comizio fossero un bel po’ — un rapporto diretto con il popolo.


Tuttavia nel 2001 — e qui Galli commette un errore non di valutazione ma di semplice acquisizione dei fatti, come nel caso degli altri due commentatori, per cui l’argomentazione apparentemente fila, ma è poi indebolita da questa carenza iniziale — di trovare un raccordo con gl’interessi di parte delle lobby, Confindustria in testa, Berlusconi è stato capace: il fatto è che questi settori non hanno ideologia pre-concette e scelgono spregiudicatamente su chi puntare. Per il momento il feeling è con D’Alema e con il governo Prodi, il martello delle corporazioni — di quelle della piccola borghesia e del ceto medio lavoratore, però, non di quelle dei potentati economici —, ma potrebbe rapidamente cambiare direzione… dipende… Parlare di impossibilità strutturale di rappresentare altro che fasce dei ceti medi e popolari, un pulviscolo di individui senza fisionomia e senza “peso” relativo pare francamente miope, ingeneroso e anche malizioso.

L’unico punto sollevato da Galli su cui mi pare si possa discutere è quello dei molti limiti che presenta la forma partitica — almeno del partito maggiore — della rappresentanza politica di questa Italia, riguardo al quale la classica argomentazione dell'emergenza, a distanza di oltre dieci anni dal critico 1993-94, quando tutto un elettorato orfano della Dc, del Psi e dei partitini di centro scelse Berlusconi come unica soluzione in grado di fermare la "gioiosa macchina da guerra" guidata da Achille Occhetto, ormai non tiene più. Così come palesi — anche se non gravi, e nemmeno esclusivi e senz'altro passibili di più di una giustificazione — sono i limiti evidenziati da parte della Casa delle Libertà nei cinque anni di governo, non tanto nella capacità di governare il Paese, quanto di realizzare il mandato riformistico ricevuto.

Ma, anche qui, perché Galli disconosce, non citandoli, i processi di rinnovamento in atto al centro e a destra e le spinte verso un partito unitario, che proprio la piazza, nonostante Casini, ha rivelato possibile?
Perché non menziona le migliaia di circoli della libertà che Forza Italia sta creando in tutta Italia? E la possibilità di una federazione dell’intellettualità di centro-destra con il network di Dell’Utri? Perché non cita il fatto che Alleanza Nazionale sta cambiando pelle per la seconda volta? Certo sono tentativi, e non è detto che riescano, tuttavia sono sintomi che il problema evidenziato da Galli — tanto quello di una rappresentanza non limitata a certe fasce e altresì meno episodica nell’indirizzare le ragioni dei ceti intellettuali e “che contano”, come pure l’elaborazione di una cultura politica più all’altezza del momento — è sentito e oggetto di sforzi di soluzione generosi e assai meno doviziosamente alimentati, che non i circoli e le fondazioni della sinistra.

Queste dimenticanze — non è la prima volta — gettano ombre non lievi — sulle cui origini non entro — sulla “scientificità”, ossia sulla neutralità valutativa, del noto politologo, che si ripercuote — ma forse questo Galli lo sa —, vista la sede in cui sono formulate, in maniera non benefica su chi rappresenta il popolo delle libertà e su questo popolo medesimo.

domenica 3 dicembre 2006


L’ineffabile ex ambasciatore Sergio Romano e grande firma del Corriere non perde colpo nel confermare il nomignolo — mai così indovinato — che da tempo si porta appresso: «cerchiobottista» («un colpo al cerchio, un colpo alla botte», come dice il vecchio adagio).
Il suo fondo di oggi, 3 dicembre, sul quotidiano milanese a commento della grande manifestazione romana della Casa delle Libertà contro il governo Prodi, tenutasi ieri, è davvero esemplare a questo proposito.

Esordisce infatti scaraventando sulla testa dell’ex premier Berlusconi tutta una serie di fallimenti, palesemente a questi non imputabili, perché frutto di processi internazionali e trasversali, letteralmente ingovernabili a livello nazionale e cioè: il modesto tasso di crescita economica dell’Italia (in uno scenario di forte recessione internazionale e di guerra «asimmetrica» come quello post 11 settembre 2001); la mancata abolizione degli ordini professionali come carente attuazione della libertà proclamata ai quattro venti (come se abolire le ultime vestigia di auto-governo di corpi sociali fosse qualcosa di libertario); la mancata riduzione della presenza dello Stato nell’economia (come se a creare lo strapotere delle grandi corporazioni industriali e finanziarie, da un lato, e di Epifani & Co., dall’altro, fosse colpa sua, del Cavaliere); infine, di non aver riformato le pensioni e di aver scaricato gli anziani sulle spalle di tanti giovani che lavorano (come se fosse una cosa che si potesse chiudere in cinque anni e nel ginepraio creato dai troppi poteri reali — Berlusconi godeva solo di quello esecutivo, non dimentichiamolo — in mano all’opposizione a livello centrale e locale).

Ma poi, come sempre la marcia indietro, che però è una marcia indietro, come di solito, parziale e un po’ furbetta, che non serve a far uscire il malcapitato dal cumulo di detriti sotto cui lo ha appena seppellito…
Soprattutto quando paragona le incompatibilità strutturali che affliggono le componenti del governo Prodi alle malaccorte rivalità di sfumature identitarie che talvolta, soprattutto nell’imminenza delle elezioni — e non all’inizio della legislatura, caro Romano —, hanno agitato la Casa delle Libertà.
E, ancora, quando accusa l’ex Presidente del Consiglio di aver occupato la legislatura precedente a creare leggi fatte approvare solo per proteggersi dalla magistratura (come se questo non fosse accaduto prima e ancora durante la legislatura di centro-destra, e le leggi non fossero erga omnes, sfruttabili cioè un domani anche dall’allora opposizione e non avesse dimostrato di aver avuto anche intuizioni sbagliate, quando in scorcio di legislatura fece approvare quella riforma elettorale, che ha determinato la vittoria di Prodi).

Ma poi il pendolo risale ancora: la manifestazione è stato un successo e il governo in carica deve tenerne conto… Un governo, fra l’altro, che dà «un pessimo spettacolo» di sé, che «non fa nulla per riformare il paese», ed è destinato a «scontentare» anche i suoi elettori. Ed elogia Berlusconi, questo «attraente “tribuno della plebe”», perché riesce a smarcarsi dal disgusto che gl’italiani mostrano in generale per l’intera classe politica, attraverso una comunicazione magistrale…

Infine, dopo tanti colpi al cerchio, l’ultima martellata alla botte: Berlusconi ha fatto un grande — pro domo sua, naturalmente — intervento, ma non ha mai citato l’Europa e la globalizzazione, che incombono drammaticamente, perché intenzionato solo a «lusingare la folla, […] sfruttare le sue paure e […] alimentare i suoi pregiudizi».
Fermo restando che in un comizio non si fanno analisi ricercate — comunque l’intervento successivo, quello di Gianfranco Fini, è sembrato più articolato e soddisfacente anche da questo punto di vista —, come può Romano non vedere nel centro-destra l’unica chance, non certo per bloccare ma per affrontare e articolare, attutendolo, l’impatto di queste due tremende pressioni? L’alternativa sarebbe Prodi, il grand commis di Bruxelles e dei potentati economici mondiali, cui forse il solo il «banchiere d’affari» D’Alema può tenere colpo? Ci sono cinque anni di fatti che parlano a favore di questa linea di ammortizzazione…

E poi in fatto di omissioni, perché Romano ha ignorato che oltre a Berlusconi ha parlato anche Fini, il quale ha magistralmente incalzato il governo, non a base di slogan e domande retoriche «da tribuno», ma snocciolando fatti e formulando giudizi taglienti come rasoi sul governo di sinistra-centro, presieduto — quousque? — dal professore bolognese? Forse perché crede che Fini non conti un bel nulla rispetto al Cavaliere? Oppure perché è più facile fare le bucce a chi dice cose vere in uno stile senz’altro tendente al populistico, che non a chi argomenta da politico di razza?

Il «gran commentatore» Romano pare in ultima analisi afflitto da una sindrome che fa sì che la mole dell’informazione e l’erudizione che egli possiede in maniera non comune, pesino su di lui fino a scatenare effetti inversamente proporzionali al loro momento e cioè creino in lui una specie di blocco o, quanto meno, una spessa ostruzione a un giudizio davvero equilibrato — che non vuol dire «cerchiobottista» — nei confronti della realtà fattuale…

E in questo si conferma il commentatore «giusto» al posto giusto, ossia quanto meglio esista per reggere la consueta linea cripto-sinistrorsa del board del suo giornale.

martedì 21 novembre 2006


20 novembre: il Presidente italiano visita il Papa...

Certo, fa una certa impressione vedere l'anziano dirigente nazionale della «talpa rossa» — e di ciò che ne resta — incedere con gran distinzione — sebbene inghiottito da un frac che a me ricorda quello, sbilenco, di don Calogero Sedàra nel Gattopardo — nei felpati corridoi vaticani, paludato di cordoni e gran collari, proprio come uno di quei «parassiti» clerico-reazionari che il suo partito un tempo additava al sano proletariato come il nemico da combattere ... E poi, due bei discorsi... di alta ispirazione entrambi... e mossi da alti intenti di conciliazione e di cooperazione…

Peccato però che quello del Papa sia uno schietto e appassionato appello alla libertà non solo «di culto», stricto sensu, ma anche di «cultura» per la religione cattolica, con ampi accenni — tutt’altro che neutri in termini di indicazione di responsabilità — al ruolo dello Stato in questo... E invece quello di Napolitano, se lo si legge bene, si riveli un capolavoro di forbita ipocrisia e di sbracato opportunismo... Naturalmente i quotidiani nazionali, interessatamente, hanno presentato i due interventi non solo come di alto livello, ma soprattutto come in totale sintonia fra loro... Mi permetto di sollevare qualche dubbio a riguardo. E dico perché.


Nella sua allocuzione Napolitano rivendica come dato di fatto un presunto comune e generale rispetto per il magistero del Papa. Ma le pietre stesse gridano che questo rispetto non c'è più — e purtroppo non solo da parte di chi cattolico non è!
Ha forse scordato il suo appello a favore del filo-suicida radicale Welby, che ha rilanciato pesantemente il tema dell'eutanasia legale nel paese?
E sa che cosa gli organi politici della nazione di cui è presidente fanno delle raccomandazioni del Papa? Per esempio sulla famiglia (divorzio e matrimoni omosessuali), sulla difesa della vita (aborto e manipolazioni genetiche), sulla scuola (un organismo ormai in dissoluzione, che forse informa ma, come casi recenti ci «sbattono in faccia», senz'altro diseduca), sulla crescente diffusione di una cultura che i papi chiamano, senza mezzi termini, «di morte» (eutanasia) e che avanza anche grazie al denaro pubblico? E poi parla di fondamento etico della politica in Italia! Ma quale etica?


Altro «svarione» riguardo all'Europa. Parla di «grandi valori condivisi, che riflettono il ruolo storico e la sempre viva lezione ideale del Cristianesimo» (si noti il «Cristianesimo» scritto con la maiuscola). Ma dove li vede? Finge di non vedere che quella «cupola» di massoni — in re o in spiritu — che siede a Bruxelles e a Strasburgo sta facendo oggi l'impossibile non solo per emarginare la Chiesa e per ridurre o contraffare la presenza dei cristiani, ma anche per cancellare l'esistenza del cristianesimo dalla storia stessa del nostro continente, ovvero dal passato, anche se esso in quanto tale è da un lato immodificabile e terribilmente eloquente dall'altro?

Proprio qui, a questo rifiuto dell'identità cristiana, che vede crescere ovunque, va invece a parare il discorso di Benedetto XVI. Lo fa quando rivendica non solo la libertà di adorare, ma anche quella di pensare da cristiani per i cristiani. Quando domanda che venga non solo dichiarato il principio, ma siano create le condizioni concrete perché tale libertà si possa attuare. Nel linguaggio della dottrina sociale cristiana — un linguaggio che tutti possono capire anche se non sono sociologi — queste condizioni hanno un nome preciso: si chiamano «bene comune» e lo Stato deve, per essenza — esiste solo per questo, altrimenti è solo un pesante basto e nulla più —, attuare il bene comune.
Ma la Repubblica attua davvero il bene comune? o almeno tutto quello che potrebbe? Crea queste pre-condizioni, perché la vita dei singoli si possa espandere liberamente secondo le linee maestre del principio di auto-determinazione e del principio di sussidiarietà? E perché l'azione delle realtà umane collettive si possa anch'essa dispiegare al meglio? Oppure lascia spazio a ogni possibile forma di decadenza civica, morale, intellettuale? Che dire della diffusione incredibile che ha la pornografia, che tracima ogni giorno di più nel mondo «normale»? Che dire dell'apologia di ogni possibile errore e volgarità e perversione intellettuale? E della propaganda fatta a ogni contro-valore? L'elenco sarebbe dolorosamente lungo...


E, infine, sono davvero in sintonia i due quando il Papa rinfaccia a uno Stato — quello italiano? — che di questo dovere non tenga conto e che impedisca l’esprimersi in pieno di questa profonda esigenza di partecipazione, di sperperare risorse soprattutto morali preziose. Quelle risorse che solo il cattolicesimo possiede e che mette al servizio di tutti — per vocazione e non per tornaconto, se si nega spazio al lievito evangelico — di cui la gente comune sempre più sola e spaventata ha un bisogno inimmaginabile — e alle argomentazioni razionali e alle soluzioni sul piano civico e politico di cui i cattolici sono latori non posso essere spese e godute.

Eppure Napolitano, che è stato protagonista della vita politica della Repubblica fin dai suoi anni verdi, dovrebbe avere coscienza di questa divaricazione fra valori che la Chiesa difende e «valori» di cui sono latrici certe forze politiche, fra cui quella cui egli appartenne ed appartiene.
E l'opportunismo del discorso raggiunge punte davvero vertiginose quando, con tale panorama davanti, il Presidente giunge a invocare l'aiuto del Papa per accrescere la coesione della nazione... Ma coesione intorno a che cosa? Con che cosa vuol rimettere insieme un paese sempre più in cocci, che è così proprio perché si rigetta tutto quanto proviene dalle sue radici più profonde — incluse, e non per ultime, quelle cattoliche —, dalle tradizioni più genuine e dalle istanze più nobili e disinteressate?

Mi fermo. Però non riesco a trattenermi dal dire che si metta in mente chi pensa al cristianesimo solo come a un'agenzia cui devolvere la rogna di occuparsi di tutti gli «scarti di produzione dell'uomo nuovo», che Cristo è carità, ma anche verità e giustizia... e le tre cose non sono scindibili...

mercoledì 15 novembre 2006



Su la Repubblica Mario Pirani continua a scagliarsi contro il Viva Maria aretino e in generale contro quella importante pagina della storia italiana degli anni di Napoleone, che va sotto il nome di Insorgenza. Non sopporta che ad Arezzo la vecchia giunta abbia fissato la memoria del grande moto popolare che ebbe Arezzo come epicentro fra il 1799 e il 1800 con una piccola e semplice targa in una piazzetta secondaria.
Non sarebbe infatti “politicamente corretto” secondo lui commemorare movimenti che per le loro finalità — nella fattispecie la resistenza contro la Rivoluzione di Francia, portata dagli eserciti di Napoleone e fatti propri dal giacobinismo italiano — si pongano fuori dal quel canone riassumibile — come scrive — nel «binomio Resistenza-Costituzione», con tutte le sue possibili proiezioni all’indietro e in avanti. Poi, guarda caso, nella liberazione di Siena gli aretini si sarebbero macchiati dell’eccidio di tredici ebrei, il che porrebbe il moto ma anche tutto il ciclo dei moti anti-francesi italiani a cavallo dei secoli XVIII e XIX sotto la sinistra luce dell’antisemitismo di matrice cattolica.
Senza entrare nel merito — qualche elemento in più si può trovare in un commento che ho scritto per il sito “Storia & Identità” (
www.identitanazionale.it) — mi domando che senso ha negare spazio a realtà enormi come il Viva Maria solo perché ritenute “scorrette”. Che senso ha amputare la memoria, anche pubblica — accanendosi contro una piccola lapide —, nazionale di parti essenziali — quanto meno sotto il profilo fattuale — se si vuole capire che cos’è realmente l’Italia, a che prezzo si è costruita, che cosa vive nel profondo dell’ethos nazionale. L’Insorgenza c’è stata, è stata grande, ha perso, ma ha lasciato tracce che stanno un po’ alla volta affiorando dopo secoli di censura. Pensare oggi a un’Italia di domani senza tener conto di queste sacche di “scorrettezza” sarebbe un tragico errore.
E poi il signor Pirani è davvero convinto che un’Italia senza i giacobini e senza Napoleone o in cui per assurdo l’Insorgenza avesse vinto sarebbe stata solo un enorme rogo di ebrei? O, magari, invece si sarebbe evoluta in forme più soft e in armonia con le sue radici, magari, per la sua frammentazione storica, “all’inglese” o “alla svizzera”, evitando o riducendo le tragedie del centralismo e dell’ideologismo che l’hanno attanagliata nei duecento anni da allora?

Archivio blog