mercoledì 3 aprile 2013


ABORTO
"ALLA CINESE"

Ha fatto il giro del mondo la fotografia del bambino di sette mesi abortito forzatamente in Cina. Quasi tutti gli organi mediatici italiani, a esclusione de il Foglio diretto dal deciso antiabortista Giuliano Ferrara, ne hanno presentato l’immagine — immessa in Internet dal padre — velata, in modo tale che non si riconoscessero le fattezze, per di più quasi simili a quelle di un neonato, di una vittima di un aborto, cioè di un piccolo d’uomo ammazzato e sfigurato dalla sofferenza, gettato su di un tavolo.

Il fatto, anche se non nuovo in assoluto — ricordiamo la fotografia di qualche anno addietro di un neonato nudo gettato in un rigagnolo lungo un marciapiede nell’indifferenza dei passanti? —, risveglia riflessioni assai poco “gaudiose”.

Parto da quest’ultimo dato: la velatura della realtà. Perché chi legge o guarda non dovrebbe vedere con i suoi occhi in che cosa consiste un aborto? Forse per timore che l’immagine sia vista dai piccoli? Certo. O forse — e credo sia la cosa più probabile — perché capire ictu oculi  che l’aborto è uccisione sanguinosa di un essere umano innocente potrebbe mettere in crisi tante filosofie, e teologie, e prassi liberatorie in cerca di una legittimazione legale, anzi di una sempre maggiore estensione dello status di legalità già raggiunto?

Poi, il settimo mese: anche i Paesi più “avanzati” nella liberalizzazione della pratica abortista pongono dei limiti temporali all’uccisione, nella erronea convinzione che dopo una certa data non si tratti più di “grumi di materiale organico” ma di un bambino. In Cina no: è talmente importante che una vita non veda la luce che è lecito uccidere fino al tempo in cui un bambino potrebbe quasi certamente sempre vivere al di fuori del grembo della madre. Sarebbe fra l’altro bello capire se si tratta di vere e proprie leggi oppure di regolamenti sanitari o di polizia, non dimenticando che fior di giuristi italiani stanno da anni collaborando con il governo comunista di Pechino per dare una forma all’apparato legislativo della Repubblica cinese, non curandosi di che cosa disciplinino tali leggi.

Ma gli aspetti tragici e sconvolgenti della vicenda non sono finiti: l’aborto di una creatura umana con tanto di padre e di madre è stato un aborto obbligato. Se la madre non avesse acconsentito, sarebbero scattate sanzioni gravi, cioè una “contravvenzione” di oltre tremila euro che in Cina equivalgono, non so a quanti, ma di certo a molti stipendi. E questo credo sia il punto più gravido di riflessioni e di moniti. In un Paese a regime totalitario come la Cina comunista lo Stato ha il potere di decidere se si deve vivere o meno, chi è padre o madre non ha diritto alcuno sulla prole. Questo smentisce radicalmente, fra l’altro, la tesi che la Cina abbia rinunciato al socialismo: se è vero che forme di proprietà privata dei beni sono state introdotte, quella sui “prodotti” del concepimento letteralmente non esiste. Per poter procreare occorre il permesso dello Stato e l’eventuale figlio non è di pertinenza di chi l’ha messo al mondo —o in cantiere — ma della collettività. Più collettivismo di questo… E pensare che il comunismo si è proposto per secoli come difensore del proletariato, ovvero di coloro che non possedevano nulla al di fuori della propria prole! Il partito dei proletari si appropria anche della prole!

Non dimentichiamo quindi che il fatto che è divenuto noto all’opinione pubblica occidentale non è un fatto isolato, ma solo una delle migliaia e migliaia di casi di aborto coatto in stadio avanzato di gestazione che si registrano. E non dimentichiamo neppure che in Cina esiste una taglia sulle madri al secondo figlio: è prassi normale che chi le denuncia gode di un premio da parte delle autorità.

La Repubblica popolare cinese, abortista e, con l’incentivo della delazione, distruttrice della concordia civile, si rivela dunque nel secondo decennio del terzo millennio cristiano quello che è stata dal suo inizio nel 1949 a oggi: un regime onnipotente e omicida di massa, dove lo Stato ha potere su tutto e il Partito Comunista Cinese, un’associazione nominalmente privata che però gode di potere assoluto sullo Stato,  ha la totale facoltà di decidere il destino degli uomini da ancora prima che nascano.

Mi torna in mente, concludendo, quello che si diceva ai tempi della introduzione della legge 194 del 1978 che ha introdotto la libertà e il finanziamento pubblico dell’aborto in Italia: se permettiamo che abortire, anche sotto ben determinate e gravi condizioni, diventi un diritto, infrangiamo un principio e rompiamo il classico vaso di Pandora. Se smettiamo di dire che l’aborto non è mai lecito, se lo Stato concede alla madre di liberarsi di un figlio concepito, se fra le libertà civili inseriamo anche questo diritto, non solo legittimiamo un comportamento inumano ma ne esponiamo la pratica all’arbitrio. Oggi un governo o un parlamento può ammettere l’aborto sotto limitazioni più o meno pesanti, ma domani può decidere di allargare tali limitazioni o può spingersi fino quasi ad annullarle. O, addirittura — e questo è il caso cinese — se per ipotesi tale governo non è più sottoposto al controllo di istanze più elevate o alla sanzione popolare, se diventa un regime totalitario, una volta trovatasi aperta la strada, potrà trasformare il diritto in obbligo positivo e affidarne la sanzione a uno qualunque degli organi pubblici.

Ecco, la storia conferma il pronostico: entrambe le prassi, quella dilatativa delle condizioni e quella coattiva sono una realtà.

Da noi non esiste il poliziotto con la stella rossa sul berretto che viene a prendere a casa le gestanti “fuorilegge” per portarle in ospedale, né vi sono premi per i delatori. Ma esiste un potere di persuasione sottile, radicalmente ostile alla vita, di cui sono promotrici culture ideologiche e istanze politiche sovranazionali, che crea le “condizioni”, i fattori di condizionamento, perché sempre più spesso la gestante vada da sola “volontariamente” ad abortire in tempi sempre meno precoci.

Che il “caso” cinese valga a monito per chi dalle nostre parti ha ancora qualche limitata possibilità d’influire sulle cattive leggi che esistono e che si vengono formando o modificando: il futuro potrebbe essere non molto dissimile...

lunedì 25 marzo 2013





BREVI CONSIDERAZIONI 
SUL POSTCOMUNISMO




   L’onorevole Silvio Berlusconi, quando vuole effettuare un affondo contro il Partito Democratico e, nel contempo, suscitare l’entusiasmo dei suoi fedeli, sfodera senza timore la parola “comunisti”. Bersani e i suoi, cattolici democratici compresi, non sarebbero altro per lui che la continuazione, sotto mentite spoglie, del vecchio partito comunista, che, con i suoi errori e le sue colpe, con la sua mentalità settaria e la pratica abituale del mendacio, era un tempo l’arcinemico delle destre. È un illuso, Berlusconi, o uno scaltro manipolatore di coscienze che propala a sua volta menzogne per attizzare un odio anticomunista da “guardie bianche” oppure uno che, in qualche misura e forse solo “a naso”, “ci azzecca”?
Forse, le prime due cose, almeno in parte, sono vere. Però, nella sua argomentazione così tranchant e apparentemente rozza credo vi sia un fondo di verità.
Al di là della filiazione storica oggettiva da Partito Comunista Italiano a Partito Democratico della Sinistra, da Democratici di Sinistra a Partito Democratico — che il Cavaliere cita spesso —, in questa catena di cambiamenti d’identità qualcosa è rimasto, un substrato esiste ancora di quello che era il vecchio modo di pensare e di agire dei comunisti “storici”, qualcosa che sopravvive al di là del ricambio di personale politico, dei programmi, dei riferimenti ideologici e partitici. Esiste cioè un fil rouge che lega i comunisti di Berlinguer — prendendolo come esempio — e i “democratici” di Bersani.
La difficoltà nel rinvenire questo filo rosso fra postcomunisti e comunisti non dipende solo, a mio avviso, dall’abilità con la quale i membri del partito postcomunista si travestono — le differenze non sono poche — da social-democra­ti­ci europei, ma da un grosso equivoco culturale dal quale solo pochi studiosi del comunismo — e poco noti, al di fuori di determinati ambienti del mondo cattolico: li cito più sotto — hanno messo in guardia.
E l’equivoco consiste nel credere che comunismo e socialismo sia due realtà coincidenti, credere cioè che il collet­tivismo sociale, la società livellata in senso egualitario, la proprietà dei beni allo Stato, il socialismo “reale”  sia la sostanza, l’essenza del comunismo. Ossia credere che nel marxismo professato dai comunisti a suo tempo il mate­rialismo dialettico e il materialismo storico, che sfocia nella società senza classi, siano due aspetti inscindibili. Eliminato, perché crollato e impresentabile, il socialismo reale dagli obiettivi degli eredi del comunismo, quindi, non avrebbe più senso parlare di comunismo.
In realtà non è così. E non nel senso dei progressisti non marxisti, specialmente cattolici, che negli anni della grande fascinazione marxista, gli anni 1970, sostenevano — e forse ancora sostengono —, in Europa e in America Latina, di fare a meno della dialettica e di avvalersi della sola concezione materialistica della storia come mero strumento di analisi dei “conflitti di classe”. Bensì in senso esattamente opposto: cioè che l’“essenza” — uso le virgolette proprio perché il marxismo nega che le cose abbiano una essenza fissa — autentica del marxismo dei comunisti è proprio la concezione dialettico-materialistica della realtà, mentre la lettura della storia come lotta di classe ne è una categoria derivata ma non più — per usare una categoria anch’essa marxista — di una sovrastruttura, un elemento in fin dei conti acciden­ta­le e, in tesi, caduco.
E qual è l’“essenza” della dialettica marxista? Come noto, la dialettica è il movimento ininterrotto in cui qualunque concetto che si pone viene di continuo superato dal suo opposto e da tale superamento nasce un altro concetto che nuovamente si pone e che sarà a sua volta superato. Nell’accezione marxista tutta la realtà non è altro che materia in perpetua evoluzione secondo il ritmo triadico tesi-antitesi-sintesi: ogni epifenomeno della quale — ogni bolla che si forma dal ribollire perpetuo del metaforico pentolone — esiste nella misura in cui forze oscure ne promuovono la nascita momentanea, ma subito dopo la riassorbono.
L’accento va posto proprio su questo termine “superamento”, concetto espresso meglio dal tedesco  o Auf­hebung, cioè superamento verso l’alto (auf), verso l’ulteriore: la logica marxista non concepisce nulla di stabile, di definito, di perpetuo. Tutto è divenire e perenne mutamento verso stadi “superiori”. «La tesi della razionalità di tutto il reale si risolve quindi secondo tutte le regole del ragionamento hegeliano nell’altra: tutto ciò che esiste è degno di perire», scrive Friedrich Engels (1820-1895)[1]. E secondo il Manifesto comunista del 1848, «vengono quindi travolti tutti i rapporti consolidati, arrugginiti, con il loro codazzo di rappresentazioni e opinioni da tempo in onore. E tutti i nuovi rapporti invecchiano prima di potersi strutturare. Tutto ciò che è istituito, tutto ciò che sta in piedi evapora, tutto ciò che è sacro viene sconsacrato, e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con sobrietà il loro posto nella vita, i loro rapporti reciproci»[2]. E tutto ciò che fa da ostacolo, tutto ciò che è antitesi, ogni realtà che non si presta a divenire sintesi, a questa dialettica incessante va abbattuto, va dissolto.
«Convenzioni, tradizioni sociali, fedeltà provinciali, patrie, nazioni, proprietà: in una parola tutto ciò che fissa, tutto ciò che radica, tutto ciò che è durevole o favorisce la stabilità»[3] deve sparire, scrive . Lo sforzo dialettico di progresso ha come fine di emancipare sistematicamente l’uomo dalle sue “alienazioni”. E questo vale sul terre­no prediletto da Marx, quello economico-industriale, ma anche e specialmente sul piano delle credenze, della religione, delle “sovrastrutture”, meno inclini al cambiamento. «Per realizzare un ideale di azione pura, occorre […] uno stato di disponibilità pura, una condizione di sradicamento totale. E perché il proletariato operaio è essenzialmente una classe di “senza radici”, esso è per eccellenza la classe rivoluzionaria»[4].
«Per sviluppare una volontà rivoluzionaria totale, che non voglia conservare niente, che non mantenga niente di conservatore, che voglia trasformare tutto, creare una società completamente nuova, ci volevano uomini che non avessero rigorosamente niente, che fossero strettamente spogli di tutto» (Jean Daujat (1906-1998), Conoscere il comunismo, trad. it., il Falco, Milano 1979, p. 19).
È dunque pensabile un marxismo “senza Marx”, un marxismo dove dell’articolata dottrina del filosofo di Treviri rimane solo il nucleo centrale: la concezione dialettico-materialistica del reale. Il comunismo o i comunisti — come più spesso, con estrema concretezza, per evitare la subdola domanda dialettica “sei anticomunista? sì, ma contro quale comunismo sei?”, li chiama la dottrina cattolica —, per quanto numerosi, sono infatti una «[…] setta. Non dovete pensare — scrive acutamente nel 1961, quando s’inaugura la “distensione” fra Usa e Urss e la scena è dominata da John Kennedy e dal “Papa buono”, un vescovo tradizionalista brasiliano, postosi poi in rotta con Roma —, infatti, che il comunismo sia solo  un partito  politico. Lo è, certamente, e le sue reti avvolgono in molti paesi migliaia e perfino milioni di uomini e donne organizzati politicamente, e che servono da nucleo intorno al quale gravitano altre migliaia di simpatizzanti e di collaboratori. Ma il comunismo è più di questo; è una setta filosofica, che tende alla conquista di tutto il mondo al suo modo di pensare, di volere e di essere. Per giungere a questa conquista i comunisti si organizzano in partito, ma l’irreggimentazione partitica è solo un mezzo, uno strumento per raggiungere la meta universale. Ciò che anima l’azione della setta marxista e le dà energia interna, chiarezza di fini, coesione e coerenza è la sua ideologia»[5]. Il comunismo non è, dunque, un movimento per la giustizia sociale, per la pace, per le “pari opportunità”, per l’uguaglianza dei popoli, come si dipingeva nella sua propaganda. Si tratta invece di un gruppo di uomini, che professano dottrine di sapore gnostico e che adorano “il divenire per il divenire” e intendono “liberare” l’uomo da tutto ciò di naturale e di fermo, stabile, duraturo che ne caratterizza la natura e l’esistenza e che impedisce l’annegamento dell’individuo nel tutto, il singolo uomo in una umanità indeterminata.
Ciò posto, possiamo dire che il movimento comunista “storico”, cioè il socialismo marxista di stampo sovietico — che prende nome dalle assemblee operaie o soviet del periodo precedente al 1917—, come tale, non c’è più: forse solo a Cuba il modello collettivistico a fatica resiste. In altri Paesi tuttora ufficialmente comunisti la visione dialettico-marxista del gruppo dirigente non si coniuga più con il “socialismo reale”, ma con una qualche economia di mercato controllata, con una sorta di capitalismo dirigista e illiberale di cui il Partito, attraverso lo Stato, è il motore e il regista. L’esempio più clamoroso in tema è quello della Repubblica Popolare Cinese, dove il marxismo-leninismo rimane l’ideologia del gruppo al potere, ma l’intera politica economica obbedisce a leggi diverse. L’ideologia di partito ha abbandonato la sfera economica e si è concentrata su quella politica, ancorché con discrezione, almeno agli occhi esterni. Nei Paesi dove vigono istituzioni libere il comunismo come tale si è eclissato, non esiste più o rimane patrimonio di minoranze contestative marginali. Anche in questo caso la saldatura fra visione dialettica della realtà e socialismo “reale” è caduta.
Ma possiamo dire che la dialettica sia sparita? No: la dialettica persiste non più come dottrina ma come forma mentis ereditaria.
Se osserviamo quel poco di dottrinale che si può rinvenire nei programmi e nella linea politica delle forze politiche postcomuniste si vede nitidamente come il vecchio tour d’esprit relativistico non è morto, ma solo la sua estrin­se­ca­zio­ne ha subìto — in perfetta coerenza con la “natura” contraddittoria della dottrina del divenire attraverso il superamento di conflitti e contraddizioni — una metamorfosi. Al proletariato e, più in generale, a una dottrina precisa e alternativa dell’economia e della società, si è infatti sostituito qualcosa di diverso, di meno tangibile, un soggetto, o un insieme di soggetti, nuovo, che oggi incarna la contraddizione, la sfida all’ordine vigente, all’essere presente, e che diviene la leva per attuare il progetto di sradicamento totale.
Non che non importi più loro delle classi umili o delle sparute tute blu restanti: in questa prospettiva, però, l’autentico soggetto “debole” e, in tesi, rivoluzionario del terzo millennio cristiano, non sono più gli operai e neanche le donne, come ai tempi della prima stagione dei diritti civili. Operai e donne sono vecchie “antitesi”, da usare all’occorrenza. Oggi l’ostacolo allo “sradica­men­to totale” non è più visto, come fino a qualche decennio fa, nelle discriminazioni legali della donna, del figlio illegittimo, del coniuge del matrimonio fallito, della donna incinta che non vuole divenire madre.
Oggi il polo dialettico negativo da porre e da superare per progredire è la persistenza — nelle leggi e nel costume — di differenze del tutto radicali e per i cristiani da difendere, in quanto “non negoziabili”. Del confine fra la vita e la morte, fra sesso maschile e sesso femminile, fra umano e subumano o inumano, fra la realtà oggettiva e la sua “costruzione” soggettiva.
Qui, su questo fronte poco visibile, su questo discrimine sottile, intorno a queste materie dove occorre una preparazione non ordinaria, si combatte ai nostri giorni la battaglia.
Il nemico di un postcomunismo, contenitore vuoto di una dottrina positiva, non è il borghese liberal, che su questi punti non fa opposizione o di essi non fa una questione di principio. E neppure il cattolico progressista o distratto. Nemico mortale diventa invece chi al drammatico passaggio di questo estremo limen si oppone: chi difende la vita innocente, al suo inizio e al suo termine, contro la morte; chi sottolinea che la diversità e la complementarità sessuale è in re, nel bios; chi pensa che fra uomo e bestia o vegetale esista una differenza di essenza, di sostanza, di ordine e di qualità — tutti termini “ahimè” tomistici, ma quanto appropriati! —; che il reale non è una costruzione arbitraria del singolo: la ragione non può
Per inciso l’odio profondo per gli uomini di centrodestra di ieri e di oggi non è tanto o solo la figura esecrata del Cavaliere di Arcore, ma la consapevolezza che nel centrodestra, fra una maggioranza che su questi punti non ha idee o forse è anche a favore, vi sono dei grumi, dei noccioli incomprimibili, dei residui che possono — non è detto che debbano — tradursi in altrettanti sassolini che s’incastrino negl’ingranaggi e blocchino la “gioiosa macchina” che porta al “grande sradicamento”.
È questo, più che legami programmatici o storici, che apparenta il vecchio sogno di dissoluzione totale che si ritrova nell’ideologia marxista “profonda” al disperato “negativismo” e all’esasperata battaglia per “diritti civili” dei postcomunisti e li fa trovare — loro e i loro sindacati: non dimentico che la Cgil ha presentato un ricorso a Bruxelles contro il troppo elevato numero di medici obiettori di coscienza contro le pratiche abortive — sempre in prima fila in tutte le battaglie contro la vita innocente, la libertà di educazione e la famiglia naturale.
Ecco questo, credo, è quanto rimane del comunismo nel postcomunismo: non elementi di dottrina formali,  ma una mentalità diffusa, impalpabile ma dura come il diamante. Per questo si può affermare con legittimità che l’antica “setta”, come la chiama il vescovo di cui sopra, non è morta: qui ha rottamato le cose ormai impresentabili, là ha sostituito il soggetto sul quale “lavorare” con un altro: ma il giro mentale, la logica basata della dialettica “amico-nemico”, dove tutto ciò che vuole conservare qualcosa, anche di minimo, che dia origine a una qualunque differenza, ancorché benefica, diventa il Nemico da odiare e da abbattere, è rimasta identica.
Forse, gli attuali postcomunisti nemmeno se ne accorgono, è per loro un riflesso condizionato, un pre-giudizio, qualcosa che viene prima del giudizio di ragione, ma è così…
E credo che finché questa impronta ideologica non scomparirà, quando questa radice antica non sarà tagliata, quando queste forze non cambieranno davvero identità, pur nelle diversità di accenti, sarà impossibile costruire nella nostra Italia qualcosa di politico e di civile adeguato al nuovo tempo e destinato a durare.
Quanto quello che ho detto sia vero lo vedo confermato dal passato recente, ma ancor più lo vedremo tutti confermato se e qualora il Partito Democratico governerà: se così andrà — e non me lo auguro — le prime cose che faranno Bersani e i suoi non sarà di rimboccarsi le maniche per cercare di raddrizzare la barca di un Paese che sta affondando. Esattamente come hanno fatto e fanno nelle amministrazioni locali conquistate, a Roma la loro prima preoccupazione — dopo aver fatto leggi ad personam per mettere definitivamente fuori gioco Silvio Berlusconi — sarà di buttarsi sui presunti diritti civili e mettere atto la trita agenda fatta di leggi sui “desideri” che “finalmente” ci equiparerà ai Paesi “più avanzati”: matrimoni omoses­suali, adozione gay, eutanasia, manipolazione degli embrioni, e tutto quanto segue… Hanno ben poco di altro “da vendere” e in queste materie il rischio di fallire politicamente non è, in fin dei conti, alto come nelle altre...





[1] Friedrich Engels, Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, in K. Marx e Idem, Opere complete, a cura di Luciano Gruppi, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 1.106).

[2] Karl Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848, trad. it. di Lucio Caracciolo, Silvio Berlusconi Editore-liberilibri, Milano-Macerata 1998, in formato Pdf alla pagina , consultata il 24-3-2013, p. 14.

[3] Jean Ousset (1914-1994), Marxisme et Révolution, Club du Livre Civique, Parigi 1973, p. 80. 

[4]  Ibid., p. 81.


[5] Mons. Antonio de Castro Mayer (1904-1991), Le insidie della setta comunista, in Cristianità, anno II, n. 6, luglio-agosto 1974, pp. 1-12 (p. 5).

domenica 10 marzo 2013

 
IL TEMPIO VUOTO
 
   Roma, 9 marzo 2013, sabato, ore 11,10: insieme a mia moglie entro quasi casualmente in un’antica chiesa di via del Corso, una delle due o tre dove alla dome-nica si celebra la Messa con il rito straor-dinario. Sta celebrando un sacerdote di mezza età, rivolto al popolo. Le luci e candele sono accese, i microfoni inseriti: ha appena terminato di leggere la scrittura all’ambone: ne ho colto le ultime parole, pronunciate stranamente sottovoce. Tutto regolare, insomma, direte.
   Ma non è così: la chiesa dove sono entrato, tutta linda e lustra, è vuota, spaventosamente vuota. Oltre al celebrante non c’è nessuno: né un chierichetto, né un laico addetto alle letture, né un solo ascoltatore. Una missa sine populo non voluta.
   Decido allora di fermarmi, spinto soprattutto dal desiderio di dare a quel sacerdote — non so se la cosa fosse per lui abituale, ma credo che un sacerdote vi si possa rassegnare mai — la consolazione della presenza di una se pur minima ombra di populus, di qualcuno che ascoltasse le sue preci e partecipasse al santo sacrificio da lui celebrato.
   È la prima volta che mi capita di entrare in una chiesa durante la Messa e di non trovarvi anima viva: mi era successo di trovare chiese vuote, ma al di fuori della funzione principale, magari in ore in cui le chiese non sono frequentate. Ma mai, ripeto, ho assistito a una Messa istituzionale, ancorché feriale, in una chiesa del centro della cristianità senza trovarvi nemmeno l'ombra di un sacrista.
   Mera coincidenza o segno dei tempi? Propendo per la seconda ipotesi. Di fatto, nessuna delle persone che gravitano intorno a quella chiesa — tante? poche? chissà… —, né alcuno dei mille di passaggio sulla frequentatissima via del Corso a Roma in una tarda mattinata di un giorno per molti non lavorativo, in Quaresima, ha ritenuto di entrare e di assistere alla messa.
 
   Possiamo pensare che sarebbe stato così anni addietro? Oppure oggi la partecipazione al culto pubblico è drammaticamente decaduta? Se così è, che cosa aspettarsene? Che cosa pensare per il futuro?
 
   Che cosa sarà domani di quella chiesa? Finirà rottamata con tutti i suoi arredi, come accade in Olanda — lo ha raccontato assai bene Vittorio Messori in un articolo scritto all’indomani della rinuncia di papa Benedetto XVI —, e le sue mura ospiteranno la show room dell’ennesimo stilista? oppure un negozio di abbigliamento trendy? o una sala-giochi? Non sono prospettive pessimistiche di un retrivo: in molti luoghi è la realtà!
 
   D’accordo, la messa è valida anche sine populo, Dio è soddisfatto. Ma sfortunato quel popolo che non sente più il bisogno di comunicare ai sacri misteri: come farà a riempire il vuoto che la vita moderna crea nei cuori? Non andrà a infoltire i ranghi — per così dire — di quelle orde di “barbari” deracinées, stufi di Dio e vuoti di senso, che si trascinano nei corsi e nei centri commerciali delle nostre città secolarizzate, nei giorni festivi, sempre più etero-diretti dalla pubblicità e bramosi appagamenti sempre più terra-terra e che nemmeno i beni materiali riescono a colmare?

 

mercoledì 27 febbraio 2013

NAPOLITANO "APPRENDISTA STREGONE"?

 

   Con il senno di poi — lo premetto —, visto quanto è accaduto nelle elezioni, è stata una "furbata" la manovra del governo tecnico varata con un piccolo colpo di mano nel novembre del 2011 dal presidente Napolitano?
   Parrebbe decisamente di no: anzi è stata una operazione che ha fatto precipitare una situazione già allora critica. Pensava davvero che l’asfissiante stretta fiscale realizzata l’anno scorso da Monti sarebbe stata mandata giù giulivamente dal popolo italiano? e che la disoccupazione dovuta alla recessione industriale aggravata dal peso fiscale sarebbe stata di qualche unità invece che di migliaia di lavoratori? Si pensava davvero che bastasse liquidare Berlusconi e alzare le tasse per acquietare i mercati e Bruxelles?
   Sono tutte domande retoriche e la realtà è sotto gli occhi di tutti. Gli italiani o non sono andati a votare — e sono il 25% degli aventi diritto — oppure si sono sfogati — in identica percentuale — con un voto di protesta così radicale che quello per la Lega degli anni passati è solo un pallido fantasma. Hanno fatto eleggere dei demolitori senza uno straccio di programma politico dignitoso pur di esternare la loro rabbia.
   Se si fosse votato un anno fa, come qualcuno chiedeva, forse avrebbe vinto ancora il Pd ma non ci sarebbe stato un pieno di voti così enorme per l’antipolitica.
   Eppure nel novembre del 2011 Grillo diceva già di voler fare quello che ha fatto nel 2013: solo la base popolare per fare il “botto” non l’aveva: gliel’ha fornita l’accoppiata Napolitano-Monti, infliggendo in più un vulnus non trascurabile alla democrazia.
   Allora il nostro numero 1 merita davvero tutto il plauso e il prestigio di cui gode in patria e all’estero oppure egli — come l’altro “compagno” di simpatie politiche, Bersani — non conosce il Paese — ha festeggiato trombonescamente il cento cinquantenario e non ha capito come sono fatti gl’italiani — e propone o impone soluzioni politiche più sbagliate e nocive del problema che vuole risolvere? E che dire del n. 2, Monti? Doveva essere il salvatore dell’Italia rovinata dal Cavaliere, è stato accolto come un profeta e un “uomo della Provvidenza” e ora, dopo aver gettato il Paese in una situazione che il minimo che si possa dire è deplorevole, non è stato capace di raggranellare altro che il magro elettorato di Casini e di Fini e qualche cattolico illuso?

   Non si poteva prevedere che, inasprendo la crisi, con forze qualunquiste — e Napolitano conosceva alla perfezione il tour d'esprit qualunquista, perché fenomeno che risale alla sua gioventù politica — già allora in ascesa, non sarebbe finita così? 
   Ora risalire la china, in questa Italia ingovernabile —salvo trasformismi non del tutto improbabili —, è tremendamente più difficile: il Paese è in ginocchio; non è più solo diviso, come fino al 2008, ma è frantumato in tre tronconi disomogenei; Bruxelles non può che considerare la situazione peggiorata; i mercati diffidano ora più di prima della capacità del Paese di ricuperare.
   Quindi? La strada da percorrere è lunga e il modo sbagliato per percorrerla è fare come i polli d Renzo di manzoniana memoria. Certo, l’auspicio più a breve è, non tanto un governo comunque, perché non durerebbe molto, ma almeno che ascenda al Quirinale un uomo diverso nelle idee, nelle capacità politiche e nello stile da postcomunista Napolitano. E che, invece che inventare machiavellicamente altre manovre di vertice, aiuti, sfruttando il confronto politico — come poteva fare nel novembre del 2011, sostenendo il governo legittimo di centrodestra invece che licenziarlo in tronco —, la politica a riprendersi e, con essa, il Paese.

martedì 26 febbraio 2013




ELEZIONI 2013: UNA LETTURA A CALDO 
(MA NON TROPPO...)


Se si sommano i voti ricevuti da Pdl, Lega e Movimento 5 Stelle si arriva a circa il 55% dell’elettorato, almeno di quello che si è recato alle urne. Il che vuol dire che la maggioranza dell’elettorato è a favore del populismo. Assumendo che tutte e tre le forze siano, al di là delle differenti ideologie di riferimento — il berlusconismo al liberalismo, il leghismo all’autonomismo, il grillismo a che cosa non si sa, forse a un qualunquismo anni 2000 —, in effetti appare come esse siano accomunate da un medesimo aspetto: il populismo. Almeno da un populismo secondo all’accezione alquanto distorta — lo dico senza aprire trattati di scienza politica e senza scomodare il defunto Juan Domingo Perón — che di esso danno le alte istanze europee.  

 Se tecnicamente il populismo è il regime dove il legame fra un leader carismatico e la base popolare non è mediato da strutture complesse, per Bruxelles populiste sono le forze ostili al progetto europeo così come si presenta oggi, cioè ostile alla religione, fondato sul controllo fiscale e promotore dei più dirompenti "diritti" civili.
    Un populismo soft, e inficiato da molti residui della Prima Repubblica, quello del Pdl berlusconiano; un populismo più grintoso e radicale, quello della Lega; e infine il nuovo populismo hard dei grillini. Tre movimenti un partito “di plastica”, un partito-orda e un partito “liquido”... , tre leader carismatici: nel primo domina l’impenitente Cav; nel secondo aleggia ancora la voce roca di Umberto Bossi; nel terzo imperversa il comico ligure dal trascinante eloquio. 

   Dunque, non ha vinto lo schieramento delle tasse e delle unioni gay, ma il detestato populismo. Che senso dare a questa vittoria?

Oltre che al rigetto di una politica conforme al rovinoso dettato europeo, mi piace sottolineare che il risultato elettorale suona a conferma in Italia che quegli assetti della politica, nati nel secondo dopoguerra e corretti nel plebiscito anticomunista e filo-occidentale dell’aprile del 1948, emblematizzati dalla carta costituzionale, ispirano ormai solo una forte minoranza degli elettori del Paese. E il dato è ulteriormente evidente se ai populismi si somma l'astensione, che è stata pari al 25% degli elettori, cioè circa il 7% in più rispetto al 2008.
   Il primo governo Berlusconi è stato il primo esempio di un governo non condizionato dai paradigmi politici postbellici; Forza Italia il primo partito non ideologico ed estraneo al “mazzo” delle forze politiche uscite dalla Resistenza. Paralleamente, Alleanza Nazionale è stato la premessa per la nascita del primo partito di destra conservatrice mai visto in Italia, mentre la Lega Nord il primo fenomeno di partito anch'esso nuovo e fuori dall’arco costituzionale, che contestasse in certa misura le legittimità stessa dell’ordinamento costituzionale nato nel 1948.

   Ora, con la massiccia irruzione sulla scena politica del qualunquismo grillino, l'establishment che si richiama all’eredità della Resistenza e mummifica la Costi-tuzione “più bella del mondo”, come cantano i comici di regime, si ritrova arroccata a difendersi dal "nuovo che avanza": non è un fatto da poco e su di esso ciascuno deve riflettere. 

   Lungi da qualunque prospettiva revanscistica, mi pare che il “sistema”, così come si configura oggi, sia in netto declino, non funzioni più, non mobiliti più la gente, che va altrove, sfiduciata e si accontenta di qualunque proposta, anche della più stramba, purché rappresenti una via di uscita da una condizione insopportabile. Il sistema, è vero, non copre più le esigenze di politica della gente comune. È troppo obsoleto, ingessato, pieno di buchi per poter reggere il mutamento che è in atto nel Paese e intorno al Paese. La crescita del consenso al populismo è, quindi, la spia che una situazione non può protrarsi a lungo. Come si può pensare di affrontare le sfide del secolo con quell'ibrido di tecnocrazia e socialismo che è l'Italia politica di oggi?

   Non a caso il cardinal Caffarra alla vigilia delle elezioni, rivolgendosi ai cattolici della sua diocesi e alludendo al drammatico trend di declino e di morte che stanno assumendo le ideologie moderne nel nostro secolo, diceva — cito a memoria — che non si può più ristrutturare l’edificio: occorre rifare la casa, ben consci di quanto sacrificio e pazienza questo comporti.

Ricostruire una casa è sempre un compito difficile ma dobbiamo svolgerlo, e svolgerlo da soli, altrimenti qualcuno lo farà per noi — lo si è appena visto con il governo Monti —, ma poi non è detto che la casa in cui abiteremo ci piacerà.
   Di sicuro la sconfitta del grand commis Monti e la crescita a livelli impensabili della resistenza, almeno potenziale, al disegno europeo in Italia non farà piacere ai signori di Bruxelles, che solo pochi mesi fa dichiaravano — per bocca dello stesso Monti — di voler convocare un summit internazionale per combattere la refrattarietà dei popoli alla roadmap della politica europea.

   Io auspico che quanto avvenuto da noi non inasprisca le attuali tendenze oligarchico-punitve, ma serva di lezione perché si capisca che le terapie sbagliate non solo non guariscono il paziente ma aggravano il suo male

Se dovessi immaginare un’agenda politica nazionale — quindi non indirizzata a questa o a quella forza politica specifica —, vedrei al primo posto proprio la revisione della legge fondamentale nel senso di riequilibrare i poteri dello Stato; di prendere atto dei nuovi poteri sociali, quei poteri che nel 1948 erano ancora allo stato embrionale; quindi, una drastica diminuzione dei costi dello Stato e della politica, incominciando proprio da un forte regresso dello Stato dalla sfera pubblica, dalla società, dismettendo funzioni esercitate dall’apparato palesemente inutili o meglio esplicabili dal privato. Quindi, la riduzione della pressione fiscale a livelli sopportabili e il disboscamento dell'incredibile groviglio di normative burocratiche e fiscali che soffoca la vita dei singoli e delle imprese. Ancora, l'abbandono di tutte quelle costose e disorientanti ricadute legislative degli “ultimi fuochi” delle ideologie novecentesche — liberali e socialiste — che mirano solo a relativizzare il bene e a imporre erga omnes i presunti diritti di microscopiche minoranze aggressive a danno di quelli veri delle maggioranze. Ma questo sarebbe solo l'inizio…

Il problema principale è che per porre mano a questi interventi occorrerebbe un potere esteso che oggi nessuna forza politica ha: forse solo il Monti del 2011 avrebbe potuto fare qualcosa di decisivo e qualcosa ha fatto ma nella direzione sbagliata... Il paradosso è che, nonostante la prevalenza numerica dei populismi, chi governerà nella legislatura che si apre sarà probabilmente la forza del più radicale “conservatorismo”, quella dove domina la volontà più ferma di mantenere in piedi l’“antico regime” e la più tenacemente fedele alle ossificate ideologie progressiste del Novecento. Una forza in caduta libera come numero di suffragi ma che è riuscita a vincere perché ha saputo sfruttare le debolezze e le divisioni degli avversari.
Così, salvo scaltre cooptazioni e possibili tradimenti-ravvedimenti, la frizione fra la prossima struttura di governo e il sentire della popolazione — la pressione del vapore sul coperchio della pentola in ebollizione — è destinata a crescere.
   Il parlamento che è nato il 26 febbraio 2013 è pieno di volti nuovi — qualcuno lo auspicava alla vigilia, magari con la riserva che fossero volti nuovi con idee vecchie —, anche se molti di loro faticheranno ad articolare l’italiano nei loro interventi in aula. È un parlamento forse più onesto dei precedenti ma ancora più impreparato a legiferare — ci pensate all’ufficio legislativo del Movimento 5 Stelle? —, più, nel bene ma anche nel male, deideologizzato, meno politico. E, ancora, da scompaiono i cattolici espliciti e viene meno pressoché di ogni presenza conservatrice — non di tipo fattuale ma di principio —: domani il massimo di destra concepibile sarà il liberale e il cattolicesimo politico estremo quello aperto alle unioni gay, ma non al “matrimonio”.

Se i populismi sono all'opposizione, se chi ha vinto con i numero non può governare, se un secondo governo tecnico non pare alle viste, se tutto è bloccato, so what?, e allora?, direbbe un anglosassone...
In questo difficile frangente l’unica via praticabile non mi pare quella di un governo del risicato vincitore, con qualche pattuglia di alleati arruolati alla bisogna — ne abbiamo già avuto l’esperienza, con il secondo governo Prodi —, ma, se il buon senso prevarrà, quella di una tregua, di una sospensione della politica antagonistica e di un rimettere in discussione, tutti assieme, almeno un nucleo minimale di regole del gioco per abbassare la pressione nella pentola, per sbloccare il Paese, per ridare voce non strozzata alle istanze sempre più drammatiche che salgono dal basso, per riconquistare spazio alla sana politica. Forse sarebbe anche l’operazione meno sgradita a Bruxelles… Però ci vuole, ripeto, buon senso e, aggiungo, una buona dose di umiltà.


venerdì 30 novembre 2012

IN CHE STATO E' IL CENTRODESTRA




   Il governo di emergenza Napolitano-Monti ha inferto un colpo mortale alla classe politica rappresentativa dell’elettorato conservatore, moderato e cattolico, a quel gruppo dirigente che, non secoli fa ma solo nel 2008, era stato mandato in Parlamento e al governo con margini amplissimi di consenso popolare.

   Non vi è bisogno di esemplificare ad abundantiam come l’ancora attuale maggioranza alla Camera e al Senato si stia disfacendo: basta prendere la recente approvazione con i voti di quasi tutto il centrodestra della legge che equipara i figli naturali frutto di rapporti incestuosi con i figli nati nel matrimonio per averne una idea. E non sarà strano aspettarsi fino all’ultimo minuto altri blitz o colpi di mano di minoranze infime ma agguerrite, come i radicali.

   E dentro e fuori dal Parlamento salta all’occhio l’assenza di una cultura politica, non si pretende monolitica — non è più l’epoca — ma almeno decentemente pattizia, che proponga agl’italiani che fra pochi mesi dovranno andare alle urne qualcosa di credibile, se non proprio di stimolante.

   Il barometro del consenso segna talmente il brutto che persino la classe politica antagonista, semplicemente “vendendo” un minimo di ordine nell’azione politica, nonostante gl’incagli e i nodi non solo operativi che l’attanagliano, è riuscita e riesce a fare un del tutto insperato figurone e a ipotecare sempre più tranquillamente Palazzo Chigi.

   In questa prospettiva, in aggiunta, il volto nuovo rappresentato da Renzi sta affascinando sempre più frange del centrodestra per cui non è impossibile attendersi travasi di voti da destra a sinistra.

   Ma il fattore determinante sarà l’astensione, questa volta come non mai favorevole alle sinistre che almeno qualche segnale di non totale distacco dalla politica e di una relativa compattezza stanno dando.

   L’eventualità quindi di una prossima legislatura in cui — salvi implosioni in itinere come nel 1998 o improbabili mini-golpe presidenziali come quello del 2011 — governi l’ultimo erede del tour d’esprit e dell’apparato comunista, insieme al “ludomarxista” Vendola e — forse unico elemento nuovo — al neoveltronista Renzi, è altissima, vicina al 100%.

   Che cosa ci si possa attendere da un esecutivo del genere, che, si ricordi, avrà dalla sua tutti i poteri forti — colpiva nelle serate intorno alle primarie del Pd l’invasività delle relative cronache su tutte le reti televisive — non è difficile pronosticare. Per sintetizzare direi: “Monti più Vendola”, ovvero il medesimo rigore punitivo sul piano fiscale del governo tecnico con in più — oltre all’occupazione fino all’ultimo spiraglio di tutto ciò che comporta un minimo di potere reale: l’astinenza è durata troppo a lungo per chi non ha altro che la politica nel suo orizzonte — uno scatenamento legislativo sul fronte dei cosiddetti “diritti civili”: divorzio breve — non si dimentichi, correlato in parlamento da quell’autentico genio delle operazioni dietro le quinte che ha nome di Maurizio Paniz, deputato del Pdl —, eutanasia, Dico e matrimonio omosessuale, manipolazione degli embrioni, e così via.

   Il rischio quindi di un quinquennio di lacrime e sangue, non solo per i dirigenti ma per l’intero popolo del centrodestra — che come ha riconosciuto poche settimane fa Ernesto Galli della Loggia è da sempre maggioritario nel Paese —, è quanto mai concreto e imminente.

   È una minaccia cresciuta ma non di certo maturata in questi giorni: già all’indomani dell’uscita di scena di Silvio Berlusconi lo scorso anno si era intuito che finiva un’epoca e che era ora di rifondare la rappresentanza del centrodestra.

   In questo anno da allora che cosa è stato fatto in questa prospettiva? Difficile dirlo: la sensazione — ma è più di una sensazione — è niente, anzi pare che si stia facendo l’impossibile per smantellare ciò che restava.

   Il Pdl — la Lega Nord ha un percorso lievemente diverso ma analogo — sta implodendo, rivelando, da un lato, sul piano della cultura politica il tasso elevatissimo di populismo che caratterizza la sua natura — il liberalismo cede sempre più spesso il passo a una sorta di peronismo delle classi medie — e, dall’altro, lo spessore dell’anima liberale-laicistica e avversa al conservatorismo e ai valori cattolici, fino a rivelare le componenti della sua trama più recondita e “fine”, come l’animalismo “azzurro” di una signora Brambilla. Purtroppo chi teneva la barra del partito imprimendogli una linea sostanzialmente moderata, sostanzialmente ferma sui “principi non negoziabili” dei cattolici e in certi frangenti anche conservatrice, ossia il piccolo gruppo di deputati lato sensu conservatori e la loro capacità d’influire sul Capo, non ha più audience.

   Ma è sul piano dell’azione dove la situazione è peggiore: qui è emersa altresì drammaticamente l’infima “qualità” politica — e non di rado umana — del gruppo dirigente sia nel partito, sia in parlamento. Non si sente più un discorso di contenuti, una parola d’ordine, uno slogan che dipinga che futuro si vuole per il Paese, un appello a un passato non del tutto da rottamare. Solo litigi ed esternazioni così eccentriche, contraddittorie e inopportune — leggi, per esempio, Isabella Bertolini, un tempo fra le migliori leve del partito — da lasciare a bocca aperta.

   Scimmiottamento dell’avversario — primarie, rottamare, largo ai giovani —, tensione fra le varie correnti ideali e i vari gruppi di potere, carrierismo, inadeguatezza a dire alcunché, improvvisazione, servilismi residui, aggressività reciproca: il panorama è desolante.

   Purtroppo a oggi, a pochi mesi dalle elezioni, vi è pochissimo margine per raddrizzare la rotta: non si può creare ex nihilo una cultura politica e una classe dirigente se non si è stati capaci di crearli nell’arco di vent’anni con larga disponibilità di mezzi e di tempo. Al massimo si può puntare ad ammortizzare decentemente il tonfo che — salvo miracoli, pure possibili: lo si è visto nel 1994 — il centrodestra farà.

   E il primo obiettivo per chi ha ancora un briciolo di audience, nei mesi che ancora restano, è quello di spingere l’elettore di centrodestra ad andare alle urne, vincendo la delusione e il disgusto: fargli capire cioè che non votare equivale votare per l’avversario, rendergli la vittoria più sicura e più ingente. Purtroppo, non ci sarà tanto da votare per qualcuno per qualcosa che incarni un ideale o una soluzione ai problemi: mai come questa volta si tratterà di un voto “contro”.

   Quello che si può fare realisticamente è prepararsi, dopo la sconfitta del 2011, a un’altra quasi certa sconfitta elettorale e a un forte ridimensionamento parlamentare, e cercare di minimizzarne l’impatto presentando liste da cui siano almeno depennate le figure più discutibili.

   Ma soprattutto il centrodestra deve preparare il futuro, facendo due cose: creando un governo-ombra e gruppi parlamentari di opposizione che rendano la vita difficile — non impossibile, cosa che per prima cosa non sarebbe attuabile per debolezza di poteri ma che sarebbe soprattutto immorale, come ha dimostrato l’ultimo triennio berlusconiano — al futuro governo delle sinistre; quindi, lavorare per un dopo-Bersani in cui torni a governare, con qualche prospettiva di efficacia e di durata.

   In quest’ultima prospettiva, fra le cose a breve vi è di certo da evitare che il Colle venga occupato da persona troppo “amica” del futuro capo del governo. E, fra quelle a lungo, bisogna rifondare in primis una nitida identità politica, chiarendosi, magari con una Costituente o con degli Stati Generali, su che cosa il popolo di centrodestra ama e desidera e sui modi per rappresentare degnamente ed efficacemente queste istanze all’interno di un insieme di principi e di valori — condivisi anche da più di una entità partitica — che si traduca in una strategia politica e, quindi, in un programma di governo di ampio respiro; poi, preparare con pazienza una nuova e decente classe politica e di governo.

   Per questo non occorre partire da zero, né aprire campagne-acquisti: basta valorizzare il poco di buono che è emerso negli anni dell’egemonia e formare quadri nuovi e con un buon potenziale, auspicabilmente ma non necessariamente giovani, istillando in loro la voglia di far politica a vantaggio della gente e non solo offrendo loro chance di sistemarsi per la vita.

   È una operazione, credo, non da due soldi, anzi immane: però quando il male è diventato grave, gravi diventano anche i mezzi per superarlo.

   Il non farlo, il proseguire nella confusione di obiettivi e di soluzioni e in tatticismi da bassa lavanderia, significa per il “popolo dei valori”, per chi ha a cuore in qualche misura Dio, la patria e la famiglia, rassegnarsi a un lungo periodo d’insignificanza e di malessere.

sabato 24 novembre 2012


MONTI E NAPOLITANO: UNA IPOTESI MALIZIOSA (MA NON SBALLATA)


   A un anno dall’insediamento del governo del senatore Mario Monti ci s’interroga ancora sul senso da dare all’operazione “governo tecnico”.
    Se lo scopo era quello di ribaltare una situazione delle finanze pubbliche disastrosa — ma la cui responsabilità principale è ben precisa: non a caso il boom del deficit inizia con la cooptazione del Partito Comunista Italiano nell’area del potere e con la costruzione quanto meno “allegra” di un Welfare State — si può forse dire che qualcosa è stato ottenuto. Però, non si può non aggiungere che tutti sarebbero capaci — “persino” ilgoverno Berlusconi, se fosse stato adeguatamente sostenuto dal Capo dello Stato invece che “rottamato” — di intervenire aumentando le tasse e in assenza garantita di reazione da parte del corpo sociale, garantita dell’“alto” patrocinio da parte delle massime istituzioni e dalla maggioranza “bulgara” di cui il governo ha goduto e gode.Nonché che la retroazione di questa politica di austerità e di maggior tassazione si è ribaltata in un forte disincentivo alla produzione e al consumo, che possono rivelarsi fatali per il nostro futuro e sul quale problema il governo “illuminato” non ha ancor saputo offrire una ipotesi di soluzione decente.
   Se era quello, altresì, di “coprirci” verso un’Europa diventata non più una partner ma una “convivente in casa”, anche su questo fronte possiamo dire che l’accettazione del commissariamento e la leadership di un uomo di Bruxelles — se qualcuno pensa che Monti sia l'uomo dell'Italia a Bruxelles, se lo scordi: è l'uomo di Bruxelles, e non solo, in Italia  — dei più “introdotti” qualcosa ha fatto.
   Se oltre a questo intento vi era quello recidere finalmente i cento “lacci e lacciuoli” che impediscono lo sviluppo e l’ammodernamento della società italiana, qui occorre dire che il lavoro di Monti si è limitato alla superficie: la resistenza dell’apparato politico-burocratico-giudiziario-sindacale — non lo dico solo io — ha giocato contro potentemente e non solo l’apparato è sopravvissuto rigoglioso ma ha anche insabbiato nei suoi effetti concreti una buona parte dei provvedimenti attuati dal governo. Non basta infatti  bastonare le corporazioni minori — i tassisti, i farmacisti, i professionisti, i pensionati — o aprire i negozi alla domenica per determinare la ripresa: occorre invece ridurre seriamente l’apparato dello Stato e i suoi costi elefanteschi. Ma Monti se n’è guardato bene. E non si dica che Monti non abbia avuto il potere per farlo o, quanto meno, per provarci: mai in sessant’anni di Repubblica l’esecutivo ha goduto di una simile libertà di decisione e di azione.
     Dunque, qual pare essere in ultima analisi il senso dell’operazione-Monti?
   Visto tutto quanto sopra, quello di Monti pare un intervento di urgenza e di facciata, destinato a spegnere le critiche “che contano” dall’esterno e dall’interno, senza alzare però troppo il “livello dello scontro” con i poteri “forti” — non ho in mente i massoni, bensì la rocciosa retrività della potente confederazione sindacale postcomunista — e senza toccare i gangli veramente dolenti della società italiana.
   A questo si aggiunge l’aver spazzato via “in una notte” l’on. Berlusconi e il governo eletto di centrodestra — rimuovendo “finalmente” l’anomalia di un governo fuori dagli schemi del Cln —, infliggendo quindi a quest’ultimo schieramento una micidiale batosta in termini d’immagine — denunciandone l’inadeguatezza a governare —, che adesso, con i primi risultati elettorali e con lo sfacelo della classe politica del Pdl e della Lega, emerge in tutta la sua gravità e portata.
    A questo punto, tenuto conto dei due aspetti, il quadro si chiarisce e si completa. E si è forse in grado di formulare una ipotesi certo non poco maliziosa, ma non del tutto sballata.
   E cioè la seguente: allo scaltro Napolitano occorreva una “testa di turco” con il complesso del “salvatore” e animato dal classico spirito di rivalsa dell’economista sul politico — chi meglio di un professore e di un professore della Bocconi? — che facesse quanto serviva per tacitare Bruxelles e le altre istanze critiche dell'Italia operando qualche ritocco di facciata che però non toccasse i veri nodi del sistema; che abbattesse il regime berlusconiano e che, soprattutto, “preparasse” l’Italia a un governo di centrosinistra il cui avvento il colpo mortale sferrato al governo eletto faceva ritenere inevitabile; un personaggio cioè che rimettesse in sesto la baracca e tirasse la volata a Bersani, che togliesse le castagne dal fuoco a un futuro governo — questo sì “del presidente” — che altrimenti avrebbe dovuto operare in una situazione finanziaria ed economica disastrosa e piena di rischi.
   Monti in sostanza, nei 18 mesi fra l’insediamento e le elezioni, sembra aver  svolto — non credo consapevolmente — il dirty job che sarebbe spettato al futuro governo guidato dal Pd. Il quale non toccherà lo zoccolo duro, ma avrà pur sempre necessità di dare l'impressione di mettere la scure alla radice. Bersani si troverà non solo a governare con questo handicap favorevole, ma non avrà contro nemmeno uno dei mille contropoteri — Europa, magistratura, media, sindacati, cultura — con cui l’esecutivo di Berlusconi ha dovuto scontrarsi quotidianamente e che — aggiungendovi l'autolesionismo testimoniato dalle poco edificanti vicende pubblico-private dei dirigenti — lo hanno paralizzato.
   Fantasie? Forse… Ma il passato politico di Napolitano e la sua proverbiale “scafatezza”, così come, dall’altro lato, la noiosa — e un po’ calandrinesca — sicumera (“ostentata esibizione di sicurezza o di una presunta superiorità”, recita il Sabatini-Coletti) del varesino, non scoraggiano poi tanto dall’avanzare anche questa ipotesi.

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