venerdì 15 giugno 2012

NUOVI PARTITI E VECCHIO CATTOLICESIMO LIBERALE


L’ormai pluriennale lavorio di svariati soggetti civico-politici, culminato nel convegni di Todi del 2011 parrebbe essere prossimo a sfociare nella costituzione di un nuovo partito cattolico, di cui dovrebbe essere levatrice un secondo convegno di Todi da organizzare nell’autunno di quest’anno.
Trascrivo da il Foglio quotidiano del 13 giugno (festa di sant’Antonio da Padova): «Vogliamo un partito — dichiara Carlo Costalli, leader del Movimento Cristiano dei Lavoratori, uno dei promotori, insieme a un nugolo di sigle e alla Compagnia delle Opere — che guardi all’area di centrodestra, liberale, con al suo interno una forte connotazione cattolica»: insomma, chiosa il “reporter”, Paolo Rodari, «un partito di cattolici liberali», «seppure — continua Costalli — non integralista, né dichiaratamente confessionale».
Il fatto appare oggettivamente marginale in un quadro turbato da pesanti minacce esterne che gravano sul presente e sul futuro politico del Paese, tuttavia merita qualche considerazione.
Per prima cosa, non siamo di fronte all’unico progetto di ripresa di un’iniziativa comune della politica cattolica.
La “linea Ruini” d’intervento in seconda battuta attraverso le forze di entrambi gli schieramenti disponibili alla tutela dei “principi non negoziabili” non è morta ma continua, anche se minoritaria, attraverso l’azione di esponenti non minori dell’episcopato italiano. La stessa “linea Bagnasco”, forse meno nitida di quella del predecessore, si presenta più come un ordito multidimensionale e pragmatico che non come una scelta a favore di un partito dei cattolici.
Ha un senso quest’ultimo?
Per capirci qualcosa è necessario ripercorrere le grandi linee della vicenda del cattolicesimo politico nel secondo dopoguerra. Essa, a oggi, appare segnata da due elementi fattuali che ne hanno determinato i destini: la spaccatura del mondo in due blocchi ideologici e l’egemonia della corrente catto-democratica (in senso gramsciano) al suo interno. Parlare del cattolicesimo politico nel dopoguerra equivale a parlare della parabola del contenitore-partito unico, la Democrazia Cristiana (Dc), nata nel 1943 all’interno del cartello antifascista, il Cln, ed esauritasi all’indomani della svolta globale del 1989.
Orfani da sempre di un partito conservatore a forte valenza religioso-civica, delusi e in parte coinvolti nel crollo del regime clerico-fascista, alla nascita della Repubblica, e dopo la clamorosa vittoria elettorale cattolica dell’aprile del 1948, i cattolici si esprimevano politicamente in forma variegata: una minoranza di essi, per lo più conservatori e memori di quanti buoni cristiani erano caduti nelle stragi comuniste del 1945-1948, si ritrovavano nelle file del partito neofascista, nel quale, come nel ventennio, convivevano due anime, quella movimentistica — e più anticlericale — e quella “di regime”, conservatrice e tendenzialmente religiosa.
Gli altri, la pressoché totale maggioranza — tralasciando una presenza esplicita nei partiti di sinistra ancora del tutto irrisoria — nella Democrazia Cristiana.
La Dc è stato il partito in cui per cinquant’anni sono convissute le diverse anime del cattolicesimo politico italiano, che prendono forma nell’Ottocento e riaffiorano dopo “il lungo viaggio attraverso il fascismo”. Cattolici politicamente “moderati”, integralisti non disposti a confluire nelle file del Movimento Sociale , ex popolari, sindacalisti “bianchi”, fanfaniani, sinistra “di base”, sinistra sindacale, “cattocomunisti” alla Dossetti, eredi di Romolo Murri: tutte queste tendenze — spesso più che semplici nuance —, nonostante la loro varietà, erano tenute insieme dalla politica unitaria dell’episcopato e dall’esigenza stringente di erigere e di conservare, in assenza di alternative e in alleanza con anticomunisti non esplicitamente cattolici, la “diga” da opporre al corposo fronte delle sinistre egemonizzato dal partito filosovietico togliattiano.
La crescente egemonia al suo interno delle correnti “cattolico democratiche”, più fortemente intese al compromesso ideologico e politico alla luce del più ampio “compromesso storico” fra cattolici e comunisti di Enrico Berlinguer con le sinistre, fino al loro definitivo dominio negli anni delle segreterie Moro e Zaccagnini e dei governi di unità nazionale Andreotti-Berlinguer, non altererà sostanzialmente il carattere e il ruolo del partito democratico-cristiano.
Una volta venuta meno, dopo il 1989, l’esigenza della diga anticomunista veieme meno anche il ruolo della Dc. Già i fermenti centrifughi già manifestatisi dopo il Concilio Vaticano II e dopo il “dissenso” degli anni 1970 aveva portato da un lato all’irrobustimento della sinistra del partito e, dall’altro, alla erosione del riconoscimento politico dei cattolici nella Dc con l’inizio di una certa diaspora dal partito verso le forze di sinistra. La tempesta politico-giudiziaria passata alla storia con il nome di “Tangentopoli” sarà poi la pietra tombale del partito unico che crollerà sotto la pressione dello scandalismo moralistico della “macchina del fango”.
La struttura deflagrerà e le varie anime si frantumeranno percorrendo traiettorie diverse e, in conseguenza del nuovo sistema bipolare, antitetiche.
L’anima moderata si rifugerà sotto le bandiere del neonato movimento centrista di Forza Italia che vincerà le elezioni politiche post-Tangentopoli nel 1994. La sinistra e, forse, la maggioranza dei quadri politici “politicanti” che si autodenominano cattolici si avvierà verso una collaborazione sempre più organica con i postcomunisti che culminerà nell’attuale Partito Democratico. Alcune frazioni di popolari cercheranno di mantenere un’identità separata in piccoli partiti di denominazione esplicitamente cristiana. I conservatori troveranno infine ospitalità politica nel nuovo partito della destra, succeduto al Movimento Sociale-Destra Nazionale, Alleanza Nazionale, e nei partiti autonomisti, soprattutto nella Lega Nord.
Davanti alla svolta, l’episcopato metterà la sordina agli accenti unitari e preferirà prendere atto del nuovo panorama, spostando l’accento anche perché il conflitto politico si spostava sempre più verso regioni dalle forti implicazioni etiche piuttosto sulla libertà della Chiesa e su un nucleo di principi prereligiosi da salvaguardare che papa Benedetto XVI designerà più tardi con il nome di “principi e valori non negoziabili” all’interno della convivenza civile nazionale, che non sposando in blocco questo o quel programma politico. Non mancheranno appelli all’unità dell’azione politica dei cattolici, ma saranno richiami diretti non tanto permanentemente a determinate forze politiche ma alle singole battaglie in cui i valori cattolici e naturali saranno in discussione, come, per esempio, nel caso della legge contro la manipolazione degli embrioni.
Questo scenario, determinatosi all’incirca una decina di anni or sono, parrebbe ora alquanto stabilizzato grazie anche al buon funzionamento dimostrato alla prova dei fatti. Oggi, di fatto, a livello di elettorato, vi è una percentuale di cattolici italiani peraltro una minoranza nel loro complesso che si riconosce nelle linee programmatiche del centrodestra e una percentuale che opta per l’altro schieramento. Nel primo predomina una presenza cattolica di tipo “implicito”, nell’altro vi è una sovrarappresentanza di ex esponenti del cattolicesimo “professionale”.
Perché rimettere in discussione questo quadro e questo equilibrio?
Certo, la rappresentanza delle istanze cattoliche, dalla tutela della famiglia alla moralità pubblica, non è stata in questi ultimi anni delle più lusinghiere. Le sinistre rimangono succubi di una visione ideologica che, accantonato il marxismo, si è improntata al più demolitorio radicalismo libertario. Sull’altro fronte un’azione politica sporadica ma continua e limpida, si è accompagnata purtroppo a una condotta moralmente assai discutibile della classe politica fino al vertice.
Ma per superare questa impasse, pur reale e grave, davvero serve un altro partito, per di più un partito dalle caratteristiche enunciate? Se proprio si vuole una rappresentanza meno implicita — è il massimo che si possa dire — non c’è già l’Udc di Casini?
Forse si scommette su un ritorno non remoto del proporzionalismo, per cui occorrerebbe prepararsi? Oppure una frammentazione del partito di maggioranza relativa, il Pdl, in tante forze fra cui avrebbe senso collocare una forza cattolica?
Si è poi sicuri che l’episcopato, che pure si muove debitamente sulla linea pontificia di “una nuova generazione di politici cattolici”, sponsorizzi davvero una forza politica in più? Che prospettive ha di raccogliere suffragi sufficienti per non farne l’ennesimo spezzone inutile?
Difficile rispondere…
Ha un poi senso così un partito così come viene presentato? Non sembra una fotocopia della Dc, eventualmente senza “sinistra”? E poi che cosa s’intende per “liberale”? S’intende forse una forte coscienza della sovranità del parlamento? Una propensione per il liberismo economico? Oppure una positiva valutazione dell’ideologia liberale, pur nel pallore con cui essa oggi si presenta?
Non pare questa un’autoattribuzione impropria, di cui non si valuta bene la portata e il rischio?
Il liberalismo filosofico, teorico-economico, religioso è una prospettiva incompatibile con la fede e con l’appartenenza almeno secondo quanto sancisce la Libertas leoniana. La sua azione storica si è manifestata apertamente avversa all’organismo ecclesiale e ha plasmato un contenitore statale unitario che per decenni ha emarginato e nascosto il genuino cattolicesimo della nazione italiana. Nella sua concezione della vita non vi è spazio per la rivelazione né per la verità che surroga con il relativismo, la sua opzione è scettica, antimetafisica e individualistica, nemica dei corpi sociali grandi e piccoli, quindi altro rispetto alla visione cristiana della vita.
In concreto come si presenta oggi l’ideologia liberale?
Oggi la grande forza che fece il Risorgimento, guidò lo Stato unitario per decenni e si coagulò nel Novecento intorno alla filosofia dialettico-idealistica di cui è emblema Benedetto Croce, che tanto ha influito sulla cultura italiana, specialmente sul ceto intellettuale e docente, nei decenni intorno alla metà del secolo scorso, non esiste più.
Ai nostri giorni, che vedono altresì la scomparsa completa di una forza politica esplicitamente liberale, l’ideologia liberale conosce a mio avviso tre declinazioni.
La prima è quella massimalista e rigorosamente anticlericale — se non anticattolica e antireligiosa —, che assolutizza il tema della  libertà individuale e la spinge al di là di ogni limite etico, fino a fare del divorzio, dell’aborto e dell’eutanasia — ma anche dell’omosessualismo — degli autentici valori e priorità politiche assoluti: è la posizione che si può ricondurre a forze piccole ma aggressive come il Partito Radicale italiano.
Una seconda corrente, ormai maggioritaria e più strutturata, è invece quella che enfatizza il ruolo pubblico nella massimizzazione delle libertà individuali e che si può vedere espressa dalla cultura liberal statunitense e, da noi, in gran parte — accanto alla componente di ascendenza “mazziniana” — dal quel liberalismo “giacobino”, che preferisce il razionalismo di Kant allo storicismo di Hegel, che si vide incarnato da movimenti come il Partito d’Azione e "Giustizia e Libertà" di Ernesto Rossi, dei Rosselli, di Gobetti, di Ferruccio Parri, Aldo Garosci — negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale — e ora anima laboratori di cultura e di politica — che in queste settimane si stanno altresì affacciando alla scena politica vero nomine — come il gruppo editoriale la Repubblica-Espresso.
Infine, vi è un filone più vicino alle origini, a lungo “silenziato” ma riapparso di recente, più influenzato alle teorie del diritto naturale — ancorché letto in maniera diversa da quanto fa la dottrina sociale della Chiesa e la filosofia politica cattolica, in genere — e dell’illuminismo e del liberalismo “all’inglese”, meno ostile alle posizioni dei credenti, e più incline a riconoscere fra i diritti dell’individuo diritti che le altre posizioni negano, come il diritto alla vita e l’identità e l’unità della famiglia. Negli Stati Uniti questo pensiero anima non poca parte dello schieramento conservatore, mentre da noi si ritrova in alcuni esponenti dello schieramento parlamentare di centro destra e in qualche illustre “ateo devoto”, come Marcello Pera e Giuliano Ferrara.
Certo, l’individualismo liberale è un nemico del cattolicesimo meno radicale di altre ideologie, anche se la sua declinazione “giacobina” — quella incarnata in Italia dal partito radicale o dal gruppo editoriale la Repubblica-Espresso — spesso si rivela attivamente ostile alla morale cristiana. Però, la sua anima genuinamente antistatalistica — anche se non a vantaggio dei diritti dei corpi ma dei diritti individuali — e antisocialista — anche se non a vantaggio del possesso solidale dei beni terreni ma dell’assolutizzazione della proprietà privata e della finanza senza scrupoli — può farne occasionalmente un alleato: per esempio nella battaglia per la libertà di educazione e per una riduzione del peso dello Stato.
Ma, al di là e al di fuori, di queste possibili convergenze, liberalismo e cattolicesimo sono due realtà eterogenee e irriducibili l’una all’altra.
Inoltre la storia insegna che quando occorre allearsi allora è quello il momento in cui occorre marcare al massimo le differenze identitarie: l’esempio del Patto Gentiloni del 1910, durante il pontificato rigorosamente antimodernista e antiliberale di san Pio X, può esserne un buon esempio.
Che cosa si rischia accentuando la proliferazione delle sigle e delle appartenenze?
Non s’indebolisce così forse l’efficacia dell’azione comune, non s’indebolisce così la difesa dei “principi non negoziabili”?
Almeno finché rimane un sistema bipolare, non sarebbe meglio irrobustire la presenza cattolica nel centrodestra per accentuare il peso delle istanze cattoliche nel quadro del pluralismo che connota quel contenitore? E, magari, migliorare il raccordo fra rappresentanti parlamentari dei cattolici all’interno dei due schieramenti? E, al limite, lavorare sui cattolici nel centrosinistra perché tamponino sortite discutibili — e oggettivamente urticanti e oltraggiose per un cattolico che voglia continuare a definirsi tale — come l’estatica ed enfatica lettera del segretario politico agli organizzatori della giornata dell’orgoglio omosessuale del 10 giugno scorso? Non si tratta del singolo individuo alle prese con le proprie pulsioni disordinate ma di coloro che organizzano ideologicamente questo disagio per trasformarlo in senso rivoluzionario e attraverso un falso egualitarismo e la rivendicazione aspra e aggressiva di sedicenti “diritti” per de-moralizzare la società e per creare un contesto di regole che tolgano ulteriore ossigeno alla rachitica istituzione familiare.
Mi sembrano quesiti legittimi dalla cui risposta dipende in certa misura — nel frangente, come detto, le priorità sono non nel fare un partito ma nel difendere il poco che resta di morale naturale e di libertà religiosa nella nostra società scristianizzata e tendenzialmente sempre più totalitaria — il futuro di noi cattolici e “uomini di buona volontà”. Non è certo con un nuovo partito catto-liberale che si avanza nella direzione auspicata.

martedì 10 gennaio 2012

Berlinguer (primo a destra) con alcuni  
dirigenti del PCI degli anni 1970)
MILANO: VIA ENRICO BERLINGUER, N. 1 


   Bene: finalmente anche Milano, come tante città d'Italia confesso che ignoravo non ne avesse una... , avrà la sua "Via Enrico Berlinguer, 1922-1984, politico".
   Ovvio: a "[...] un grande politico, ma anche un uomo di grande moralità che ha segnato un periodo storico importante. Un grande italiano" così lo ha definito l'assessora all'Urbanistica del Comune Ada Lucia De Cesaris scomparso non è dignitoso far mancare una pubblica commemorazione intitolandogli una strada.
   Ma è realmente come pensa e dice l'assessora? Chi è stato in realtà Berlinguer?
   Segretario politico del Partito Comunista Italiano, ha diretto  con efficacia, dal 1972 al 1984, la filiale italiana dell'internazionale rossa. Come dirigente locale riconosciuto e di alto rango del movimento giovanile e poi del Partito ha portato avanti la linea del movimento marxista-leninista mondiale al di là della "diversità" esteriore del comunismo italiano nel contesto di uno dei Paesi più delicati e complessi dell'Occidente, Paese di frontiera con l'area socialista e sede allo stesso tempo del vertice mondiale della religione più diffusa del pianeta, il cattolicesimo na sorta quindi di "tana del nemico"
   Come tale è stato costantemente schierato dalla parte dei nemici dell'Occidente e dell'Italia in tutti i frangenti (dalla guerra del Vietnam ai missili Nato) in cui gli interessi di questi fossero in gioco nel mondo bipolare, diffamando e boicottando tutte le forme di resistenza alla comunistizzazione del globo, lottando contro tutti i regimi che ancora vi si opponevano, lanciando campagne pacifiste sempre a senso unico. 
   Mai una sola lacrima, una sola critica davanti agli orrori che il comunismo veniva accumulando in tutto mondo dove regnava e dove voleva instaurarsi: non per gli studenti e operai  di Budapest nel 1956, non per i monaci tibetani nel 1957, non per Praga nel 1968, non per la Polonia "normalizzata", non per i martiri anticastristi cubani, non per i GuLag, non per i Laogai: il torto, i martiri erano sempre a Occidente... e gli assassini sempre gli stessi: i "fascisti", i reazionari, i generali.

   A lui si deve il tentativo più sviluppato e articolato in termini di mezzi messi in campo e di sottigliezza ideologico-politica per instaurare nel nostro Paese un governo comunista forse "all'italiana" ma non meno socialista e, quindi, non certo "a misura d'uomo e secondo il piano di Dio", collaborando con i cattolici democratici della DC e con i socialisti. 
   A lui si devono sconfitte demoralizzanti e devastanti per la fibra morale del Paese e per i cattolici come quella in occasione del referendum sul divorzio e quella nel successivo referendum sull'aborto, successi per le sinistre avvenuti grazie al decisivo contributo della macchina politica e organizzativa di un partito che vantava allora circa ottantamila funzionari sparsi sul territorio, il larga misura mantenuti con l'"oro di Mosca" e con le tangenti sull'import-export  verso i Paesi dell'area del socialismo reale.

   A lui si deve il tentativo di mantenere nelle fabbriche (leggi nella Fiat) il clima d'impunità e di terrore che vi si era radicato negli anni della rivolta operaia iniziata nel 1969 e nel quale, come in brodo di coltura, erano germinate le Brigate Rosse: quel clima che fu rotto, letteralmente, dalla "marcia dei Quarantamila" quadri e operai avvenuta a Torino nel 1980. E sarà promotore della presa di posizione comunista contro il terrorismo ultras solo quando a cadere sotto il piombo deelle mitragliette dei brigatisti sarà il sindacalista comunista Guido Rossa: prima, tutto quello che faceva rivoluzione andava bene e andava "gestito" anche se nato fuori della "casa-madre". 

   Berlinguer è il principale ispiratore della cosiddetta "politica di austerità" che, nel corso degli anni Settanta del XX secolo, impose  all'Italia rompendo per la prima volta l'euforia e l'ottimismo seguiti al dramma della guerra persa un look triste e sinistro: divieto di libera circolazione dei capitali; aumento dei prezzi dei carburanti, blocchi della circolazione e targhe alterne per ragioni non ecologiche ; anticipo del telegiornale per invitare ad anare a letto più presto; città più buie. 

   Al di là delle intenzioni personali, egli in sostanza non fece mai nulla che accrescesse realmente il bene comune della nazione di cui era parte e parte eminente: lo sforzo stesso di migliorare le condizioni del "proletariato", di combattere alla fine degli anni Settanta il terrorismo ultracomunista e di "strappare" con Mosca sono da vedere sempre inscindibilmente legate al suo ruolo e alla sua membership di alto livello del movimento rivoluzionario di obbedienza moscovita in tutte le evoluzioni strategiche e in tutte le metamorfosi subite da quest'ultimo.

   Credo che i motivi di riflessione (e anche d'indignazione, anche se in questi giorni vi sono forse motivi più forti) su un piccolo gesto che però conferma un quadro siano almeno due. 
   Da un lato non credo basti essere un politico, ancorché "grande" (Hitler non è stato anch'egli, nella sua perversione, un grande uomo politico?), per meritare una strada, e che occorra invece essere oggettivi e indiscutibili operatori di bene comune per meritare il ricordo di tutti i cittadini, come avviene attraverso la toponomastica. 
   L'altro è che davvero il passato in questo Paese non vuol proprio passare. E che non vi è cenno (anzi, questo piccolo evento suona proprio come campanello d'allarme) di quella volontà di depurarsi delle scorie del Novecento, non solo materiali in primo luogo liberandosi del socialismo di Stato che soffoca la ripresa italiana, ma anche mettendo mano alla memoria collettiva espressa dai nomi delle vie; sarebbe un segnale importante: quante vie "Lenin", quante vie "Togliatti", quante vie "Berlinguer" vi sono ancora in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Lazio? , ma soprattutto culturali che impediscono di affrontare, con tutta l'efficacia che richiedono e che il Paese è n grado di mettere in atto, le nuove sfide, sempre più incalzanti, cui ci troviamo di fronte hic et nunc, a inizio del Terzo millennio cristiano.

   Ritenere che Berlinguer sia stato un benefattore pubblico equivale in un certo senso a ritenere che le idee per cui si è speso e le politiche da lui perseguite e attuate siano valide e benefiche e non semplicemente un contributo, ancorché indiretto, a quella "vergogna" del secolo passato che è stato (e per milioni di asiatici tuttora resta) l'"impero del male", in tutte le sue svariate forme e declinazioni.
   Una vergogna, per i cui terrificanti crimini, per inciso, nessuno ha finora pagato: anzi, i suoi massimi corresponsabili sono ancora in via di "canonizzazione" da parte delle amministrazioni pubbliche progressiste odierne di un Paese che ne è stato anch'esso teatro e vittima.

sabato 7 gennaio 2012

IL "TRINARICIUTO"
NON SI E' ESTINTO


C'è chi si augura che l'attuale sospensione della vita politica se non è sospensione della democrazia, non si può non notare come il governo Monti abbia ridotto al lumicino la dialettica politica giovi a fa rinsavire i due schieramenti che si confrontano nel nostro sistema politico, troppo sbilanciati e reciprocamente aggressivi in passato e in un passato ancora recente.
   Premetto credo poco alla tesi degli "opposti estremismi" perché non mi pare affatto aderente alla realtà:mi è parso infatti essersi trattato piuttosto di una aggressione brutale, sguaiata e demolitrice della sinistra contro una destra di rinnovamento considerata "anomala", "eretica", "antisistema", solo perché non pregiudizialmente antifascista ancorché in realtà sanamente "post-antifascista" come da (presunto ) Dna della Repubblica.
   Comunque, non mi pare che  la "notte della politica" stia "portando consiglio", né che la "salutare sosta" stia giovando molto al cambiamento della sinistra, quanto meno se devo prestar fede ad alcune recenti dichiarazioni di un alto dirigente del Pd.
   Alle critiche espresse dal Pdl per bocca del suo capogruppo alla Camera, on. Fabrizio Cicchitto, in merito alla palese esorbitazione in senso politico di cui è protagonista il dirigente dell'Agenzia delle Entrate, dott. Attilio Befera e che si è evidenziata in particolare a seguito delle ispezioni effettuate dai finanzieri a Cortina d'Ampezzo, il responsabile per l'Economia del partito di Bersani Stefano Fassina quindi non quidam de populo ha replicato (cito da Avvenire del 7 gennaio) asserendo che "[...] Cicchitto aggredisce e tenta di intimidire il dottor Befera [...] Purtroppo si dimostra ancora una volta che una parte del centrodestra difende i grandi evasori".
   Che dire, prima ancora che sul modo di argomentare, sul modo di pensare di un possibile futuro ministro italiano dell'Economia? Ogni critica è un'aggressione e se i fatti urlano che il governo del centrodestra (eletto dai cittadini) ha conseguito successi di grande rilievo nella lotta all'evasione  
sulla cui entità gioca senz'altro il livello proibitivo dell'imposizione attuale e peserà ancor di più quello cui arriveremo entro breve grazie al "governo tecnico" , tanto peggio per i fatti. L'ideologia, da Marx in poi, dice che la destra protegge i capitalisti, i rentier, gli "squali" sociali, quindi il centrodestra (grazie per "una parte") protegge gli evasori: non fa una grinza.
   Ma dove pensa di andare il nostro Paese, che cosa pensa di fare il nostro dinamico Presidente della Repubblica finché esponenti di rilievo del maggior partito italiano di (ex-)opposizione penseranno in questo modo da autentici "trinariciuti" di guareschiana memoria? Mi pare una domanda,  più che legittima, doverosa.

venerdì 6 gennaio 2012



UNA SANTA ALLEANZA
A ROVESCIO?





La vicenda dell'"anomalia" ungherese posta sotto pressione da parte degli eurocrati di Bruxelles, degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale sta rivelano sempre più il vero volto della unione di Stati di cui è parte integrante il nostro Paese.
   L'attacco pregiudiziale, scatenato a freddo, quanto meno in termini mediatici, solo in base a una presunta eterogeneità della carta fondamentale magiara rispetto ai principi della UE, senza alcuna negoziazione con l'interessato; l'uso cinico della leva finanziaria, aizzando contro un piccolo Paese centro-europeo la speculazione mondiale che, come si sa, conta soggetti dalle capacità ben più ingenti di quelle di un piccolo soggetto statale; la minaccia di sanzioni pecuniarie rivelano di primo acchito che nel caso della UE si tratta di un soggetto con cui non si scherza, come forse qualcuno dalle nostre parti ingenuamente ha potuto pensare. Le armi di cui si serve, infatti possono essere considerate le armi incruente ma non per questo meno armi autentiche con cui oggi si combattono i conflitti "asimmetrici" nel mondo globalizzato e neutralizzato: i media, la finanza, l'infiltrazione degli organismi sovranazionali.
   Ma, al di là del modus operandi pesante e poco leale, traspare qualcosa di più. E cioè che siamo di fronte a una unione concepita da alcuni come un impero della democrazia, come un organismo tenuto insieme non tanto dalla convenienza, ovvero dal bene comune, delle nazioni che ne fanno parte ma da un collante ideologico.
   Se il paragone non fosse del tutto irriverente, verrebbe in mente una sorta di Sacro Impero, dove ciò che è sacro non è il sacro vero nomine il cristianesimo, che legittimava l'unione medievale, era un valore metafisico, non brutalmente politico come nel caso della UE bensì dei principi e dei valori che si credono unici e universalmente benefici, ergo indiscutibili e da indossare sotto pena di grave sanzione. Una sorta di Repubblica tendenzialmente universale dove regnano il secolarismo, una libertà tendente alla licenza e una eguaglianza sempre più obbligatoria fra gli "altri" e i "piccoli", mentre fra questi e "chi conta", i "grandi", deve vigere un vallum invalicabile.
   Anzi, più che un "sacro" impero, l'Unione, da come si comporta verso il "diverso" ancorché limitatamente diverso , appare piuttosto una Santa Alleanza rovesciata, che, invece che pensare a salvare l'euro, vigila zelante e occhiuta sui popoli liberi affinché non smarriscano le vie della democrazia e del "politicamente corretto", intenzionata a intervenire con la forza per restaurare quesi valori, qualora presuntivamente violati.
Spero che l'Ungheria, il cui ultimo sovrano è stato il beato Carlo d'Austria, nazione che non ha avuto paura di sfidare il comunismo moscovita e di reagire con le armi all'invasione dei carri armati con la stella rossa sappia anche in questo frangente, in cui si trova sola come nel 1956 colpisce, per inciso, il pilatesco silenzio dei media cattolici ufficiali davanti alle sorti di un Paese la cui Costituzione contiene principi fra i meno lontani dalla dottrina sociale cristiana , resistere contro un avversario ancora una volta cento volte più potente.
  A margine di quanto detto, a chi pensa che lo Stato nazionale non serva più a nulla e che in genere si mostra assai informato in termini di "poteri forti" mi sento di suggerire di seguire con attenzione quanto accaduto con ultima tappa l'Italia e quanto accadrà con prossima tappa in Ungheria e di riflettere accuratamente su quanto potrebbe contare per esempio una Padania, ancorché regione ricca e avanzata ma si potrebbe predere a esempio la Baviera , davanti ai disegni e al fanatismo ideologico della élite eurocratica. 

mercoledì 4 gennaio 2012

UN'ALTRA NAZIONE
EUROPEA "NORMALIZZATA"?



Il primo minstro ungherese Viktor Orbán
Ragazzi, ci siamo: è ora il turno dell'Ungheria. La lista dei Paesi uropei da "normalizzare" non si è esaurita. 
   Dopo l'Italia toccherà alla nazione magiara di essere messa a norma. L'Unione Europea non può tollerare che di lei facciano parte Paesi che non abbracciano in toto il dogma
peraltro così vanificato in Italia in questi giorni della democrazia totale forse meglio: totalitaria e progressista.
   Basta che una nazione europea, fra l'altro una nazione-martire del socialcomunismo per cinquant'anni, come l'antica e nobile Ungheria, si dia istituzioni solo un po' "anomale", solo poco sensibili al "politicamente corretto", anche se  coerenti contutta una storia per molti versi splendida, per sollevare la reazione dei custodi dell'ideologia democratica universale.
   Dagli Stati Uniti a Bruxelles ai giornali italiani è un coro: Viktor Orbán sta cocciutamente portando il Paese verso un regime autoritario, parafascista, xenofobo, antiabortista, illiberale e, perché no?, latamente in odore di antisemitismo
   In genere non si dice mai su che quali fatti si fonda questo giudizio e l'appello alla reazione: si preferisce, come di consueto, dipingere vaghi "climi psicologici", di "tensioni", di "aria che tira", far passare modeste proteste di piazza delle sinistre della capitale per mobilitazioni popolari anti-regime, piuttosto che fare rilievi concreti, riferimenti a fatti che davvero mettano a rischio la libertà dei magiari e la collaborazione fra Paesi d'Europa. 
   Le accuse contro Orbán sono sostanzialmente quattro: una legge elettorale favorevole al partito che ha conseguito la maggioranza; un certo qual controllo dell'esecutivo sull'organismo giudiziario; qualche paletto messo ai media; il limite posto alla totale indipendenza della Banca centrale (che equivale alla totale sudditanza alla BCE), una costituzione che mette al bando molti casi di aborto legale: guarda caso tutti provvedimenti sono esattamente quelli che  Berlusconi avrebbe dovuto varare (restringere i casi di aborto gli avrebbe fidelizzato i cattolici al di là non di una ma di dieci Ruby...) per non essere disarcionato e che non ha varato. Machiavellismo o lungimiranza, in Orbán?
   Ma, invece che parlare di fatti, invece che difendere la legittimità e l'originalità delle diverse esperienze politiche, si preferisce creare una orchestra internazionale che intona la marcia funebre di un politico e di un partito invisi alla sinistra internazionale. Fra i più zelanti e sguaiati cantori si colloca il corrispondente de la Repubblica da Berlino Andrea Tarquini, evidentemente ben addestrato alla scuola del quotidiano debenedettiano, che della calunnia ha fatto non solo un venticello ma un uraganano e un serio impegno professionale.
   Scrive Tarquini: "In Ungheria tira aria di golpe bianco" (20/12/2011); Orban, regolarmente e democraticamente eletto dalla maggioranza degli ungheresi, è un "autocrate" (31/12/2011), il parlamento ha varato leggi "liberticide" perché il governatore della Banca centrale sarà nominato dal Presidente del Consiglio, in sostanza come da noi  (31/12/2011); "Capodanno nero sul Danubio"  (31/12/2011); "un paese mitteleuropeo magnifico e vitale ma sulla via di una dittatura dal crescente fetore di fascismo" (31/12/2011); "nuova Costituzione nazionalclericale, che definisce l'Ungheria 'nazione' (etnica, non di valori come Usa, Uk, Germania o Francia)"  (31/12/2011) e via di questo passo.
   Il cenno, fuori luogo, alla Mitteleuropa torna ancora in Bruno Ventavoli de La Stampa il 4 gennaio 2012, quando dopo aver parlato di "morbo antico che avvelena l'Ungheria", di "Paese [...] antimoderno" e di "borborigmi fascisti" evoca"lo splendido mondo borghese della Budapest imperial-regia [...] Brillantezza intellettuale, tolleranza, quella civiltà dele buone maniere indagata da Elias [...] case foderate da libri dove si parlavano in famiglia, correntemente, tre-quattro lingue" e via di questo passo.
   Premesso che c'è da chiedersi: se quel mondo era così bello allora perché diavolo gli amici democratici di Tarquini di qualche decennio fa lo hanno distrutto?, ci si accorge di quanto gli stereotipi di una cattiva letteratura siano diventati cattiva cultura. Mi piacerebbe sapere quante erano le case foderate di libri... e quanti ne sono finiti nelle stufe per combattere il gelo e quanti ne hanno lasciati intatti i comunisti ungheresi, quelli che hanno chiamato i carri armati con la stella rossa per reprimere la libertà ungherese, costata una rivoluzione fallita e una terribile repressione soprattuto a tanti che non avevano le case foderate di libri ma tiravano la lima.
  Ma anche per il meno sguaiato Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera Orbán "farnetica" (30/12/2011); e vuole "[...] inzeppare la   nuova Costituzione [...] con riferimenti alla mitologia nazionalistica, con Santo Stefano, la Sacra Corona, la diaspora delle minoranze magiare nel centro Europa" (30/12).
   A ruota anche Fabio Morabito de La Stampa, riprendendo un funzionario di Bruxelles, riporta: "Ci chiediamo se in Ungheria ci sia una democrazia o una dittatura" (5/1/2012).
   Ma pure, in certa misura sorprendentemente, il Foglio quotidiano (4/1/2012) parla, titolando, di "duce magiaro", quindi, nell'articolo, di "autoritario governo di destra", di "suicidio magiaro" risalente udite, udite! alle origini unne del nazionalismo ungherese e al "senso violento e malinconico di distruzione" che questa rivendicata ascendenza comporterebbe.

   Probabilmente lo scopo ultimo di questa mobilitazione della stampa è punire una nazione che, in controtendenza, ha deciso con voto popolare di porre restrizioni alla piaga del'aborto procurato, di cui in tempi di comunismo l'Ungheria, insieme ai suicidi, deteneva un triste primato in Europa.
   Si tratta di quella forma di coralità artificiale peraltro non nuova, di cui noi italiani abbiamo potuto fare una esperienza non secondaria nel "caso Berlusconi". 
   Per ora si tratta solo di una claque mediatica, ma iniziano ad affiorare i primi ricatti finanziari e fra non molto si comincerà a dare fiato alle trombe dello spread o di cose simili.
   Chi si illudeva che l'Unione sarebbe stata un concerto di nazioni libere e indipendenti e la rinuncia a quote di sovranità in forma sussidiaria solo uno strumento per meglio affrontare insieme sfide che trascendevano il singolo Stato è servito: il progetto eurocratico è un progetto teconocratico ma, come forse non è del tutto noto, non esistono tecnocrati neutri. 
   L'ideologia della tecnocrazia è il democratismo universale, la dottrina secondo cui l'assemblea politica che decide o pare decidere su tutto, soprattutto sulle questioni come quelle bioetiche sulle quali non ha invece titolo di decidere, anche se poi, sulle cose "sostanziali", viene messa in naftalina o subornata.
   E' quella democrazia che livella e appiattisce invece che rispettare le gerarchie sociali e di valore ed elevare il popolo, rispettandone la volontà, la cultura e l'identità storica.
   La futura Europa sembra presentarsi sempre più come una colossale repubblica "giacobina" centralizzata e secolarizzata all'estremo, che non come una unione di soggetti politico-nazionali liberi che stanno insieme perché il bene comune di ciascuno dei loro cittadini passa attraverso l'unione con gli altri Paesi.


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