martedì 21 settembre 2010

Berlusconi "vuoto populista"?

In un articolo uscito il 20 settembre sul Corriere il prof. Galli della Loggia ha insignito il presidente del Consiglio, nonché leader dello schieramento politico di centrodestra, del titolo di attore di un “vuoto populismo”. 

    Nonostante l’argomento del pezzo fosse una dura critica alle carenze dell’opposizione, il noto politologo è riuscito a infilare in cauda, a due righe dalla fine del pezzo, quest’asserzione, che suona come una sorta di puntura velenosa.

    Non è la prima volta che la penna di Galli della Loggia lancia accuse contro Silvio Berlusconi che talora hanno sfiorato l’insulto. Chi lo invita, vescovi italiani in prima fila, lo fa perché lo crede persona moderata ed equilibrata, capace di “cantarle” a destra e a sinistra in nome del buon senso e della moderazione. E poi si "beccano" scivoloni “alla Di Pietro” come quello che commento, i quali rivelano invece la scarsa equanimità e la non illimitata cultura politica del nostro. 

    Se si trattasse di accuse argomentate, documentate, frutto di un’analisi politologica decente che alla fine sfociasse in una invettiva, si potrebbe ancora capire il gesto. Ma, al contrario, il più delle volte Galli della Loggia se ne esce in sparate tanto apodittiche e squilibrate, quanto prive di "pezze d'appoggio", il che, nel caso di uno degli studiosi più “di punta” del nostro mondo scientifico, non è per nulla scusabile.

    È davvero un “populista vuoto” Silvio Berlusconi? Populista, forse sì. Ma il termine è tuttora scientificamente indefinito. Se si intende il rapporto, in atto o tentato, di stabilire un rapporto diretto fra leader, anche il leader di uno Stato o di un governo credo che l'esempio più classico sia l'Argentina di Juan Domingo Péron —, e popolo, allora è difficile non vedere tratti nitidi di “populismo” nella politica, ma ancor di più nello stile di governo, berlusconiani. Spesso e volentieri il premier-imprenditore ha dato segni d’insofferenza per le farraginose procedure della democrazia moderna. Ma il suo è un populismo "di desiderio", “tentato” ma mai attuato veramente. E poi, nel valutare una "pulsione" del genere, si può prescindere dal peso reale e concreto e dalla constatata capacità inibitoria nei confronti della struttura decisionale — quante volte la prassi iperconsultiva non ha affossato iniziative meritorie e urgenti? —, ergo politica, della democrazia nel nostro contesto? Berlusconi non ama l’agire politico in clima di onnipervadente "concertazione" e di “tavoli” di ogni genere e dimensione, ma rispetta il sistema, né pone in atto alcunché di surrettizio o d'insidioso per mutare nei fatti una situazione giudicata un ostacolo. 

    Ciò concesso, pare tuttavia del tutto incoerente con l’aplomb scientifico di un accademico o, quanto meno, con l’informazione che l'editorialista-"principe" del Corriere dovrebbe possedere, accusare la politica del premier di essere “vuota”.

     Che cosa vuol dire Galli della Loggia? Che l’attuale premier non è riuscito a combinare un accidente nei tre mandati conferitigli dal popolo e non dai vertici dello Stato? Se è così, è davvero troppo! 
    Sostenere questo equivale a insultare, prima che la persona, la realtà.
    Ma si rende conto, il nostro, delle condizioni in cui Berlusconi deve governare, stretto com’è fra il pressappochismo del suo personale politico e la bagarre scatenata contro di lui sì dall’opposizione parlamentare, ma con molta maggior veemenza da tutti i poteri pubblici e non della società, a partire dalle fasce sinistrorse della magistratura fino ai "nani, saltimbanchi, ballerine" che sbarcano il lunario sui vari media facendone il loro zimbello? 
    Non è stato e non è per Berlusconi affatto facile governare. Senz’altro è stato più facile governare a Romano Prodi, nella parentesi di sinistracentro del 2001-2006, quando l’economia a livello mondiale “tirava” vertiginosamente, quando i poteri sociali, "forti" e meno forti, interni e internazionali, dai preti socialisti fino ai sindacati, dalla Confindustria a The Economist, tifavano tutti per lui. E anche in questo contesto iperfavorevole, con questi moltiplicatori e catalizzatori, quel che ha fatto Prodi non può essere nemmeno lontanamente paragonato all’influsso avuto dai governi presieduti da Silvio Berlusconi sul sistema-Italia dopo il 1994. 
    Berlusconi ha mantenuto alto il prestigio del Paese con gli alleati atlantici, ha ridotto l’impatto di una crisi mondiale devastante, ha fatto passi seri per governare l'immigrazione e per combattere la criminalità mafiosa, ha cercato di mettere qualche minimo paletto — non in positivo, ma evitando di far sentire il peso del governo Parlamento, come nelle gestioni “democratiche”, qui da noi come negli Stati Uniti — al Far West bioetico, ha cercato di raddrizzare, in parte riuscendovi, le innumerevoli storture e deficit delle gestioni precedenti: perfino al problema dei rifiuti subvesuviani, di suo da segreteria assessorile, si è dedicato con successo. 

    Forse poteva fare di più: di certo lo voleva e di questo gli va dato atto.         Ma non si può non riconoscere — altrimenti che razza di politologi si è? — la condizione di minoritarietà dell’esecutivo rispetto agli altri poteri dello Stato e l’assoluta emergenza in cui il governo si trova a operare.  

    Quindi di “vuoto populismo” parli l’illustre studioso in relazione a qualcun altro e a qualcos’altro, per esempio in relazione alle recenti vacue e altisonanti esternazioni del presidente della Camera, oppure ai “professionisti dello sfascio” alla Di Pietro, e non riguardo a Silvio Berlusconi. La sua opera politica può essere discussa, ma non è vuota, e se non è piena come avrebbe dovuto essere — ma come avrebbe dovuto essere, per essere piena, secondo l’esimio studioso? — è perché qualcuno l’ha impedito oppure l’ha svuotata, una volta riempita.

    Ma forse la chiave per capire il senso dell’ennesima “mazzata” bipartisan sferrata dal politologo è che questa gli sia stata "commissionata" da chi vorrebbe fare a meno allo stesso tempo tanto della sinistra in crisi quanto della destra “populista”. E governare il Paese, invece che con questi personaggi incapaci o “vuoti”, con un bel comitato di salute pubblica, fatto di pochi “eletti” e popolato di “tecnocrati”, magari che celati dietro un politico “atipico” e rampante che si prestasse alla bisogna, il cui nome lascio a voi indovinare.

giovedì 4 marzo 2010

Un fantasma ancora bene in carne

L’articolo “fantasma” di Ernesto Galli della Loggia — uscito/non uscito sul Corriere della Sera del 2 marzo 2010 — sul “fantasma” del Pdl, come di consueto, centra il problema ma lascia a desiderare nella sua descrizione e nella sua analisi.
    Tesi di fondo: il Pdl è nel caos, in quindici anni non è riuscito a darsi una veste presentabile e si è ridotto a una “corte”, a una «somma di rissosi potentati», rimasuglio «delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica», popolato di gente dai «dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, gente d’ogni risma ma di nessuna capacità».
    Le cause? La personalità egocentrica del leader, estraneo alla politica moderna, troppo ricco e troppo potente nei media, incapace di costruire perfino un partito di “plastica” e, tanto più, di affrontare la crisi generale della politica post-1989.
    Dal punto di vista diagnostico è difficile non essere d’accordo con l’illustre politologo. Tuttavia il suo intervento contiene tesi dubbie e, me lo si consenta, anche affermazioni “tecniche” sorprendenti in uno studioso della sua statura.
    Innanzitutto, dà un giudizio di inadeguatezza personale e politica sul premier che pare tanto infondato quanto ingeneroso. Superficiale, perché Berlusconi ha saputo e sa interpretare a dovere il Paese e il ruolo di capo del governo di questo Paese. Ingeneroso, perché si sa che è sceso in politica dopo l’Ottantanove con le armi e i bagagli, con i pregi e i difetti di cui disponeva … Quindici anni sono troppi per “darsi una sistemata”… Forse… Ma qual è il modello di leader austero? Il mitico De Gasperi? Ma ci rendiamo conto che De Gasperi è vissuto vent’anni in Vaticano a studiare prima di essere cooptato al governo e che, al tempo delle sue esperienze parlamentari a Vienna, regnava Francesco Giuseppe?  Oppure è la Repubblica ideale?
    Silvio Berlusconi non è sceso in campo per pararsi le terga dai giudici, come dice la legione dei suoi detrattori maligni, ma come h apotuto e saputo, in spirito di gratuità — non poteva godersi i suoi miliardi agli antipodi? — e per amore del Paese. Con i giudici, poi, è avvenuto l’opposto: se li è tirati addosso entrando in politica. E la causa del suo successo è stata proprio aver indovinato, con grande acume politico — così come ha fatto Bossi con il federalismo — che le forze dell’arco costituzionale in via di liquefazione frustravano da decenni aspirazioni che erano da sempre nel Dna della maggioranza degl’italiani.
    Ancora, accusarlo di abuso di potere mediatico-finanziario per non aver rivali all’interno del suo schieramento è non solo ingeneroso, ma anche sbagliato: ma abbiamo presente chi sono i potenziali leader alternativi? Si sa di che cosa si parla nei talk show e negli spettacoli satirici nazionali? Chi è poi che fa la sponda agli avversari interni del Cavaliere — che dire dell’“eretico” Fini? — se non i media nazionali e perfino Mediaset?
    Proseguendo, perché la critica verso il Pdl è estesa all’intero centro-destra? La «Destra», secondo Galli della Loggia, non sarebbe stata capace di esprimere nulla di meglio di Forza Italia/Pdl. Chi ha scritto già nel 1994 una Intervista sulla destra dovrebbe però sapere che la destra, soprattutto quella con la maiuscola, è un’altra cosa rispetto al Pdl. E poi che il fenomeno, per più di un aspetto “di destra”, Lega Nord può lasciare a desiderare come valori e come progettualità, ma non manca certo di “tecnica” politica. A detta degli stessi avversari, il partito di Bossi — oltre a “tenere” in campo bioetico — lavora assai bene a livello locale e onora in genere le cariche che riveste. Alleanza Nazionale sarà stata forse un flop in termini di aderenza al progetto di Fiuggi, ma è stata un disegno di destra non neofascista e all’altezza dei tempi del tutto rispettabile. E anche i dirigenti locali e gli amministratori di An non si sono rivelati così scadenti come il nostro lascia intendere.
    A influire sulla condizione di imperfetta salute del partito di maggioranza vi sono anche importanti fattori che Galli della Loggia però omette di menzionare.
    A cominciare dal fenomeno macroscopico — intrinseco a ogni sistema politico contemporaneo ma in Italia particolarmente evidente — del ridursi del peso del potere esecutivo a vantaggio degli altri poteri dello Stato e dei poteri della società: il sindacato, il potere economico e finanziario, i media, gl’impalpabili e anonimi “poteri forti”. Oggi, mentre la produzione legislativa sta arrivando a livelli inimmaginabili e la magistratura ormai legifera autonomamente, il potere esecutivo è letteralmente imbrigliato da migliaia di leggi, norme, regole, procedure, authority, convenzioni, concertazioni, tavoli, “cabine di regia”, sì che non riesce a combinare molto. E questo pesa particolarmente quando si ha la voglia, la passione e la capacità di governare: tutte cose che è far torto a Berlusconi non riconoscere, a dispetto dei dubbi espressi in merito da Galli della Loggia. Se, invece di scatenargli contro la guerra santa, di presentarlo come l’“anomalia italiana”, di tentare di distruggerlo come uomo prima che come politico, lo si fosse lasciato governare decentemente, forse lo sfascio denunciato — del partito e del Paese — non ci sarebbe.
    Il professore dimentica altresì che la classe politica — a destra come a sinistra: “caso Marrazzo” o Bassolino docent — è lo specchio della società: un Paese in “coriandoli” e allo stato di “mucillagine” difficilmente può produrre una classe — iperbole voluta — di “monaci politici”. La vocazione alla politica come servizio germina solo da un humus in cui “servire” è un valore e questo non viene certo insegnato da fucine di auto-referenzialità e psicolabilità come le trasmissioni-concorso per giovani “talenti” delle nostre reti televisive. Certo, è anche vero che “piscis foetet a capite e che una classe dirigente inadeguata o corrotta, in un circolo vizioso, fa a sua volta un Paese disgregato.
    Da ultimo, non convince per nulla la tesi che la crisi delle culture politiche sia meno forte a sinistra perché più corposo sarebbe il residuo di «[…] un sessantennio di governo del Paese tanto al centro che alla periferia» e perché nel centro-sinistra «[…] sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica o comunista, portando in dote la propria esperienza e le proprie capacità». Qui la miopia rischia di prevalere. Premesso che la corruzione ristagna ovunque, anche nelle regioni e province e comuni — Bologna docet — “rossi” e attecchisce meglio dove il blocco di potere è più coeso e sperimentato, un politologo dovrebbe evitare di assegnare a chicchessia attestati di positività, come se dipendessero da un Dna più nobile. E trascurare nel contempo il fatto che, nonostante il consenso popolare ribadito e spesso ampio e nonostante il potere conquistato a più riprese, la classe dirigente che Galli della Loggia mette sotto accusa — è una realtà lampante — ha dovuto fare i conti, spesso soccombendo, con il potere sulle strutture intermedie che è rimasto nelle mani dei “duri e puri” della sinistra, cattolica o meno, pre-89. E, come si sa, il potere in un’organizzazione come quella dello Stato moderno, quel Moloch che nasce ai tempi di Hobbes, sta proprio nelle strutture intermedie e di controllo: nelle burocrazie, nelle Corti, nelle amministrazioni, nei quadri. Questo potere sui gangli, sulle nervature della vita del Paese, è rimasto in sostanza “quello di prima”. E ha “remato contro”: non avendo più nulla da proporre, si è espresso solo in negativo, avvalendosi della facoltà di bloccare quanto di nuovo emergesse in grado di minacciare gli equilibri del sistema. Se a questo glutine, a questo denso blob, si somma l’azione ostativa concentrica di magistratura, media, forze politiche avversarie trincerate dietro la dogmatizzazione della Carta del 1948, come si può non spiegare i limiti, l’affanno che si rilevano “a destra”? Con che senso della storia può un liberale non liberal come Galli della Loggia aggredire con tanta sicumera una persona e un progetto che, si badi bene, hanno quanto meno arrestato o resa più difficile la marcia trionfale della “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria?
    Per costruire un partito, una classe politica, un ceto di governo adeguati o almeno decenti occorre certo un disegno in armonia con le radici storiche del Paese, una base sociale ampia e coesa, una classe di uomini, del tempo e degli strumenti di comunicazione ben fasati sul recettore. L’attuale Pdl ha avuto in parte tutto questo: ha avuto — e ha  un — leader smagliante; un progetto di rinnovamento efficace che riuniva finalmente cattolici “non democratici” e destra; un blocco sociale — ceti medi e classi lavoratrici de-ideologizzate — non effimero. Non ha avuto però il resto: il personale politico necessario, la cultura e, di certo, checché se ne dica, la massa critica dei media — opinionisti inclusi a favore.
    I buoni politici non s’improvvisano, è vero. Ci vogliono, come detto, le “vocazioni”: ma chi le semina oggi, quando la regola è “fatti i fatti tuoi”? La scuola? Meglio non aprire il discorso… O uno sport dove il danaro, la conquista della “velina” e la bestemmia la fanno da padrone?
    Per ricondurre una democrazia contemporanea a livelli di dignità occorre ricreare i centri nervosi, rivitalizzarne le élite e rifare i luoghi di formazione, i soli soggetti capaci di dare il tono all’intero corpo sociale. La Chiesa, a partire dalle splendide lezioni sulla democrazia di Pio XII degli anni 1940 e 1950, a più riprese e almeno sul piano dei principi e dei valori, ha dato un contributo magisteriale tanto cospicuo quanto sottovalutato.
    Termino.
    A conclusione della serrata critica ci si sarebbe attesa qualche pur minima indicazione di come muoversi. In realtà così non è, e ne deduco — ma voglio sbagliarmi — che, invece che rimboccarsi le maniche, l’illustre studioso preferisca anch’egli attendere un segno dall’alto, un nutum del principe, un cenno del capo del Capo — o dei futuri Capi.
    Una classe politica e partitica si costruisce dal basso, dalle famiglie e dalle scuole: e qui la lotta è davvero dura. Esiste però l’alternativa — non esclusiva — di dar vita a una trama di centri di elaborazione e di formazione culturale orientati e di orientamento, cosa che è alla portata di molti anche se non di tutti. Un esempio? Se non altro, decidere — singoli e associazioni o corpi — di deviare una piccolissima parte del flusso di denaro diretto alle opere di carità materiale verso quella “forma eminente di carità intellettuale” che è la cultura per la politica. Intendiamoci: non significa voler disinteressarsi dei mali del prossimo, ma solo affermare che non esiste solo la salute fisica. E poi, si sa, molti costi dell’assistenza materiale sono scatenati proprio da comportamenti disordinati e autolesionistici e per certo, riducendo gli sprechi dovuti al malgoverno e alla corruzione, vi sarebbe un rimbalzo positivo all'indietro anche sull’assistenza.
    L’Italia, la destra italiana, la politica del Paese richiedono questo sforzo: primo, perché l’Italia è di centro-destra, secondo perché un centro-destra deve esserci e, terzo, il Paese — non le sue tradizioni politiche, in tal senso non del tutto incoraggianti — merita qualcosa di meglio.

mercoledì 27 gennaio 2010


Nuove insidie contro il conservatorismo?




Sfoglio il supplemento culturale de il Sole-24Ore del 24 gennaio e m’imbatto in un breve articolo — ma posto in seconda pagina — in cui sono riportati — mi par di capire ricavando le frasi citate da Facebook o da altri siti su cui il nostro esterna — alcuni scampoli del pensiero di Angelo Mellone, «professore di scienze politiche alla Luiss», nonché intellettuale “di destra” di area finiana, che l’articolista — o forse, più verosimilmente, il titolista — accredita della capacità e dell’intento di «[…] racconta[re] il mondo dei conservatori italiani». 
   Se un primo sobbalzo mi assale leggendo il titolo — ma dove stanno, mi chiedo, oggi i conservatori in Italia? —, sono colto da una vera e propria sequela di sussulti a mano a mano che mi addentro nel testo. 
   Le esternazioni di Mellone, nota bene uomo “di destra”, sono infatti del tipo: «la parola d’ordine della nuova destra [è] contaminazione»; «[…] gli sconfinamenti culturali sono necessari. L’intellettuale irregolare non esiste più: la cultura è irregolare!» e, infine, la «[…] difesa dell’identità nazionale [va] sganciata da appartenenze etnico-religiose», con l’auspicio secondo cui «la famiglia […]“deve aprirsi al riconoscimento delle coppie di fatto”». E ancora: secondo lo  scienziato politico tarantino-romano fra l’altro è sbagliato che «la cultura […] train[i] la politica»: infatti «siamo pieni di teorici di politica ma mancano [udite, udite] i tecnici». Fra le “teste” che comunque apprezza e a cui si abbevera — si noti l’omogeneità di posizioni — si collocano l’economista Geminello Alvi, il filosofo Giovanni Reale, il teologo nonché patriarca di Venezia Angelo Scola, un “giovane” — ma il cui nome evoca francamente il manzoniano Carneade — «professore di politiche pubbliche all’università della Tuscia» Luigi Di Gregorio —, Luca Beatrice — «critico d’arte e curatore del controverso padiglione Italia dell’ultima Biennale di Venezia» — e infine il filosofo conservatore — questa volta autentico — inglese Roger Scruton. Ma nel pantheon di Mellone non mancano fior d’intelletti come il recentemente scomparso “intellettuale d’area” Giano Accame, il regista Paolo Virzì, Allan Bloom, Danny Kruger, Alain-Gerard Slama, Pierre Manent. E nemmeno “classici” autori di “destra” — o, almeno, di una certa destra decadentistica — come Ernst Jünger, Ezra Pound e Gabriele D’Annunzio. Sorprende nel novero dei pensatori citati da Mellone la presenza di Augusto Del Noce, che però vi è ammesso solo perché, secondo Mellone, il filosofo torinese «[…] bacchettava i cattolici per il loro rifiuto della modernità». La stoccata finale velenosa contro Marcello Veneziani — «È triste pensare che sia Marcello Veneziani a rappresentarci ancora in Italia», perché «con questa destra non si va da nessuna parte» — completa un quadro già abbastanza compromesso.
   A mano a mano che i sussulti si esauriscono e riesco a esaminare con maggior calma le idee e le proposte politico-culturali di cui Mellone — quanto meno secondo l’identikit che ne traccia il quotidiano confindustriale — si sente latore si noti: sotto la voce “idee di destra”, e la reazione “prima prima” — del tipo: “e invece con la tua idea di destra dove diavolo si va?” — che sentivo montare si stempera, mi risultano chiare alcune cose che vi “giro”.
   Premetto che è possibile pensarla come si vuole e agire politicamente nella direzione che più pare opportuna: tuttavia, non si può, a mio avviso, collocarsi dove si vuole. Anche se le etichette “destra” e “sinistra” nel terzo millennio stanno perdendo rilevanza perché le questioni più gravi ormai “attraversano” gli schieramenti, sono tuttavia persuaso che nel sentire comune questi due termini tuttora rimandano tuttora a due modi di concepire la società del tutto diversi e radicalmente antitetici in re. Per questo designare idee che dicono riferimento intrinseco alla prima sfera come proprie della seconda o viceversa sa di surrettizio e di abusivo. Ed è questo proprio che Mellone fa accreditando come nuovo modo di concepire la destra idee che trovano posto dappertutto, tranne che in ogni spazio che abbia anche solo l’odore della destra. 
   Quanto riferisce il Sole ovviamente non copre di certo tutto lo spettro del pensiero del giovane intellettuale finiano: tuttavia, sebbene per flash, lo mette in mostra e lo propone a un pubblico assai più ampio di quello cui normalmente le risorse — fra le quali si deve annoverare, pur con alti e bassi di simpatia, ahimè anche il Foglio di Giuliano Ferrara — dell’area “farefuturista” consentono di arrivare. 
   Partendo da questa base, forse esigua ma tant’è, mi permetto qualche succinta messa a punto. La galleria di avatar che ispira il pensatore finiano, piuttosto che una costellazione ideale, evoca una caotica e strampalata galleria d’arte, dove convivono fianco a fianco capolavori antichi e parti eterogenei della sensibilità artistica recente, più spesso grottesche e beffarde contraffazioni dell’arte medesima. Il primo rilievo è infatti che Mellone non fa suo tanto l’errore di questo o di quel personaggio — sarebbe troppo lungo in questa sede dibattere se D’Annunzio è di “destra” oppure se Jünger, che si autodefiniva un “anarca”, anch’egli lo sia —, bensì li presenta tutti indiscriminatamente come equipollenti e li associa tutti arbitrariamente alla visione di “destra”. In secundis, come può, ci si domanda, uno scienziato della politica, per di più docente — anche il suo nominativo non figura nel sito web dell’ateneo —, uscirsene con tesi del tipo “mancano i tecnici”? E chi diamine sono Amato, Ciampi, Dini e Prodi? forse degli astronauti? o delle badanti? Così, come si fa ad attribuire a Del Noce il se pur minimo “invito” alla modernità? Viene spontaneo chiedersi: ma l’ha mai letto?
Per finire, non posso assolutamente condividere, anzi giudico una pesante insolenza, la “tristezza” del nostro nel sentire associare d’abitudine alla destra la figura di un intellettuale forse discutibile — e che non sposo in toto — ma comunque di razza — se non altro per l’ampiezza della visuale e per il fine senso dello humour che lo contraddistingue — come Marcello Veneziani, che molti più meriti e molti più diritti di “associabilità” alla destra vanta a paragone del “trentaseienne” e alquanto presuntuoso politologo tarantino «innamorato del sud».
   La destra non è quel che Mellone vuol far credere: la destra è ordine e armonia, razionalità e sapienza, conservazione e progresso, identità nella tradizione, ancorché critica, amore per la vita, per la famiglia naturale, per una educazione secondo Dio e nel rispetto della memoria privata e pubblica. Nulla di questo si rinviene nei principi che ispirano il “neo-destro” Mellone e ben poco negli autori che “assume” come di destra, mentre vi si rilevano, questo sì, le più viete “contaminazioni” della cultura post-moderna e di “pasticci” culturali recenti e meno recenti.
   Nella ridda di richiami ideologici contraddittori che Mellone spaccia per destra pare veder riaffiorare antichi fantasmi dottrinali e note operazioni di disinformazione. Quanto meno s’intravede in senz’altro meno “nobili” quella “nouvelle droite” — peraltro non estinta — che imperversava nel mondo grosso modo “di destra” intorno dagli anni Settanta del secolo scorso agli esordi, cioè, di Alain de Benoist. 
   Questo amalgama di spunti conciliato con opzioni esistenziali e politiche discutibili lascia percepire proprio l’odore di un “neofuturismo”, di una esasperazione cioè di quei motivi individualistici che conciliano il peggio della tradizione con il peggio della modernità; a un tour d’esprit cioè di cui la Fiume dannunziana degli anni 1920 può essere considerata l’emblema.
A mio avviso questa ambigua ripresa di motivi spuri appaiati a stili di vita negativi non è isolata. È ancora fresco di stampa il manifesto del giornalista Camillo Langone — guarda caso lanciato anch’esso da il Foglio — per una sedicente “destra divina”, il cui avatar sarebbe niente po po’ di meno che il noto ideologo di destra Pier Paolo Pasolini. Per più di un palato probabilmente l’ossimoro vivente di uomo innamorato delle forme tradizionali e al contempo convinto (almeno a parole) gaudente risulterà indigesto e vivrà di certo non oltre l’espace d’un matin. Ma per palati più facili e per tutto un genere di umanità per cui i dieci comandamenti dovrebbero essere nove o forse otto o forse solo sette, può produrre una fascinazione ad infera del tutto perniciosa. 
   Siamo di fronte a mio avviso, in conclusione, ad assai poco originali tentativi, magari piccoli ma pericolosi — intorno a Hitler agli inizi erano in quattro gatti… —, d’inquinare quel po’ di destra che riesce faticosamente a sopravvivere e di logorare qualunque sforzo organizzato di rinascita su basi metafisiche e organiche della società del nostro Occidente. Come la “nuova destra” laicista e abortista degli anni Settanta e Ottanta, così oggi queste “contaminazioni” destra-sinistra sono volte a creare de facto una “classe dirigente di riserva” — così si esprimeva il sociologo Massimo Introvigne in un suo saggio del 1977 — anche per il processo rivoluzionario “avanzato” odierno. Se il marxismo marciante del secolo XX avesse fallito, vi era sempre qualche alleato insinuatosi nella destra su cui contare per far sopravvivere e per portare avanti sotto altra ragione sociale i principi libertari ed egualitari. Ai giorni nostri, se la sinistra “ufficiale” franasse ci vorrebbe qualcuno a tener vivi gli stessi motivi ideologici benché sotto altro cappello. Una operazione del genere su scala macroscopica fu attuata in Germania — ma non solo — negli anni Venti, quando Hitler fu “preparato” — senza alcuna implicazione complottistica, ma con ampio riferimento invece alla “meccanica della Rivoluzione” — come alternativa allo spartachismo, fallito, e a Stalin, troppo “indigesto” per i tedeschi conservatori. 



martedì 28 aprile 2009


Il 25 Aprile a una svolta?

Alcune delle celebrazioni – forse le più importanti – della Liberazione di questo 2009 hanno avuto toni indiscutibilmente nuovi.
Come scrivevo alla vigilia, da parte della Presidenza del Consiglio si annunciavano segnali, che hanno trovato conferma nel bel discorso che Silvio Berlusconi ha tenuto a Onna, la cittadina in provincia de L’Aquila che ha subito il maggiore danno dal terremoto delle scorse settimane.
Ma anche gl’interventi dell’ex dirigente comunista e attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno avuto accenti inusitati. Mentre, al contrario, le piazze in cui il 25 Aprile tradizionalmente rivive con maggior calore hanno confermato anch’esse le previsioni, adottando cioè – forse con un po’ meno di fiamma – il solito lo stile radicale e para-rivoluzionario.
Segni nuovi, dunque, forse pochi ma apprezzabili. Soprattutto è piaciuta la decisione del Presidente del Consiglio – e anche quella, per esempio, del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni – di partecipare dopo i non pochi forfait degli anni scorsi alle celebrazioni. E anche la scelta di Onna, con cui Silvio Berlusconi da un lato a scelto – forse emblematicamente – la vicinanza al popolo vero – fra l’altro vittima nel 1944 di una sanguinosa rappresaglia tedesca – e più sfortunato e, dall’altro, si è svincolato elegantemente dall’invito, tanto paternalistico quanto inconsistente, formulatogli dal segretario nazionale del Pd di intervenire alla cerimonia milanese, tradizionalmente la vetrina più vistosa, ma anche la più accesa per i suoi toni anti-governativi.
Di sicuro Berlusconi non è secondo a nessuno nel fiutare i tempi propizi, le opportunità e i rischi che una situazione concreta offre ha capito che l’antagonista ha le ali spuntate e che il Paese è stanco – le è sempre stato allergico, ma oggi non ne può più – di ideologia. Ha anche compreso che finalmente, almeno sotto certe condizioni, si poteva cominciare a imprimere qualche correzione all’immagine oleografica inerzialmente riproposta dal potere culturale e dalle forze di sinistra, ma sempre più erosa sul piano scientifico, come dimostrano i molti libri a grande diffusione di Giampaolo Pansa e le ricerche degli studiosi della Resistenza sempre più foriere di nuovi dati e di diverse prospettive interpretative. E che si poteva cominciare a ridurre nel 25 aprile la sua valenza e carica rivoluzionarie e a sottrargli quel carattere improprio e partigiano impressogli, peraltro, da un partito, quello comunista, che non c’è più e sul cui peso organizzativo vivono ancora illegittimamente di rendita i suoi stanchi epigoni.
Così il Presidente del Consiglio si è, come in altre occasioni, buttato: il suo discorso a Onna può essere considerato una svolta – si badi bene: una piccola svolta, anche se reale –, una non lieve “sostituzione di paradigma” nella lettura ufficiale dell’evento.
Che cosa ha detto Berlusconi? Il primo passaggio, «[…] ricordare gli orrori dei totalitarismi», in cui pone sullo stesso piano fascismo, nazionalsocialismo e comunismo, non è da considerare così scontato, anche a livello scientifico, ed è meritorio averlo incluso in un discorso pubblico così delicato. Quindi l’accenno al doveroso riconoscimento del sacrificio dei giovani soldati alleati di molti Paesi che hanno sconfitto l’esercito germanico. «Senza di loro – “osa” affermare il premier a soli tre giorni dalle dichiarazioni di Napolitano sul peso «determinante» della resistenza partigiana –, il sacrifico dei nostri partigiani avrebbe rischiato di essere vano». Non mi soffermo sul richiamo al dovere di pietà per i caduti della “parte sbagliata” perché è ormai rituale un po’ ovunque: mi piace sottolineare invece il passaggio del discorso secondo cui «una nazione libera […] non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento, occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe». Ecco, qui, oltre alla frecciatina sull’abuso della mitologia resistenziale, una chiara novità che apre una discussione sulle ombre non solo della Resistenza – «[…] un esercizio di verità, […] un esercizio di onestà» –, ma anche su quelle del Risorgimento, cosa davvero tanto importante, quanto probabilmente “scandalosa” per molti e diversi palati. Sappiamo bene quanto attento sia Berlusconi nel piazzare i suoi “affondo”: se lo ha fatto, evidentemente si è sentito di poterlo fare, di poter cioè opporre molta e buona letteratura storica all’avversario.
Anche la successiva menzione fra i co-protagonisti, a fianco dei partigiani, dell’Esercito del Sud, della Brigata Ebraica dell’Ottava Armata britannica, del brigadiere eroico Salvo D’Acquisto, dei soldati italiani deportati in Germania, dei semplici cittadini che rischiarono la vita per compiere piccoli gesti di appoggio alla lotta di liberazione o per salvare vite di concittadini di religione ebraica pare un elemento non irrilevante, perché mina alla radice il monopolio che i partigiani rossi hanno sempre imposto sulla Resistenza. E non ultimo – udite, udite – il Presidente ha voluto ricordare il ruolo speciale che ebbero gli ecclesiastici e i religiosi nel sacrificarsi per salvare vite umane.
Gli accenni alla Costituzione del 1948 sono chiari e deferenti – su di essa si «[…] fonda la nostra libertà» –, ma non la beatificano né la mummificano. Atto grandemente saggio e benefico, soprattutto perché in esso rifulse – insolitamente – uno spirito unitivo piuttosto che divisivo fra le varie forze politiche, la Carta è stata comunque un frutto dei tempi e di tempi di grandi tensioni e, dunque, il frutto di un compromesso, senz’altro lodevole, anzi il migliore possibile allora. Tuttavia, ha dei limiti: non solo perché il patto di compromesso era avvenuto tra forze politiche – per esempio i “cattolici democratici” erano una minoranza all’interno del mondo cattolico anche se, proprio perché unici legittimati in quanto riconosciuti sicuramente antifascisti, monopolizzavano la rappresentanza in sede costituente – che non riflettevano il sentire della totalità della popolazione, ma anche perché allora «fu […] mancato l’obiettivo di creare una coscienza morale “comune” della nazione, un obiettivo forse prematuro per quei tempi, tanto che il valore prevalente fu per tutti l’antifascismo, ma non per tutti l’antitotalitarismo. Fu il portato della storia, un compromesso utile a scongiurare che la Guerra Fredda che divideva verticalmente l’Italia non sfociasse in una guerra civile dagli esiti imprevedibili». Un grande momento unitario, che però «oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino» ci deve spingere a «[…] costruire finalmente un sentimento nazionale unitario».
Chiara la critica: lo strabismo delle forze di governo del dopoguerra, che hanno visto il pericolo di una rinascita del fascismo senza avvedersi – o volersi avvedere – della enorme insidia del comunismo internazionale, nonché l’indicazione della necessità di sanare uno squilibrio che oggi non ha più senso, soprattutto dopo il “fatale” 1989.
Di qui l’appello finale a trasformare la festa della Liberazione in festa della libertà, includendovi tutto ciò che ha avuto, ha e che potrà avere un ruolo positivo in questa prospettiva. Cioè facendo riferimento a un valore fondante – non l’unico possibile, ma senz’altro vero – che va al di là della politica e si salda direttamente al sentire del popolo. La premessa è naturalmente privare la ricorrenza del «[…] carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato, e che ancora “divide” piuttosto che “unire”». Bisogna dunque tornare a una festa del popolo, di tutto il popolo, rispettandone, nel retto spirito del 25 aprile, la volontà, quella volontà che ha imposto all’Italia, la forma repubblicana, che ha mandato – mi permetto di aggiungere – all’Assemblea Costituente una maggioranza di rappresentanti dei partiti moderati, e che, infine, il 18 aprile 1948 – Berlusconi pare essere l’unico personaggio politico di peso a ricordarsi della vittoria anticomunista di quel lontano aprile e ad apprezzarla – ha sancito plebiscitariamente una celta di campo decisiva e irrevocabile: «con la vittoria di De Gasperi, il popolo italiano si riconobbe nella tradizione cristiana e liberale della sua storia».
Questi mi sembrano i passaggi più significativi di quella piccola svolta che mi sono sentito di rilevare e di descrivere. Certo, vi sarebbero anche punti meritevoli di critica, come, per esempio, l’insistenza sulla libertà come valore supremo e non relativo – il primo valore, in politica, è il bene comune e non è sempre detto che esso coincida con la libertà e con la pace –, nonché l’accomunare cristianesimo e ideologia liberale, cose in realtà non poco eterogenee: ma, si sa, il nostro premier è un liberale e un liberista, anche se per fortuna non un liberale ideologico, alla Piero Gobetti, per intenderci.
Così pure riservare l’intento di difendere l’“onore della patria” e la “fedeltà a un giuramento” ai soli combattenti antifascisti: in realtà quelli della “parte sbagliata” – uso l’espressione senza ironia – ebbero solo un’altra, ma non meno degna – soprattutto con il “senno di allora” –, nozione e del primo e della seconda. Un sentimento spesso ancora più forte, se vogliamo: nell’autunno del 1943 infatti era difficile non intuire quali sarebbero state le sorti della guerra, come pure non vedere il pericolo che si profilava dietro le armate anglo-americane, cioè il trionfo del comunismo sovietico – un trionfo che nel 1945 fu reale e di straordinaria portata –, che impose per non meno di cinquanta-settant’anni la tragedia del socialismo reale a nobili ed antichi Paesi d’Europa.
Comunque, il discorso del premier non pare un’esternazione di circostanza, ma un documento importante, un netto segnale di un clima in via di cambiamento.
Non che il percorso che Berlusconi sbozza sia facile. I coaguli divisivi e ideologici sono meno densi di ieri ma ancora tenacissimi e, quindi, sono poche, a mio avviso, le speranze che la classe politica possa a breve dare segni di mutamento. Certo, è una classe politica dagli ampi limiti, ma senz’altro di positivo c’è che è meno ideologizzata della precedente e chissà… Ancora, l’appello unitario di Silvio Berlusconi pare “incontrare” a livello popolare: abilità del “messaggio”, stanchezza della gente per i troppi luoghi comuni, desiderio di una guida “forte” e di cose concrete sono tutti fattori favorevoli a che non venga vanificato.
Aspettiamo il 25 aprile 2010 per riparlarne.

venerdì 3 aprile 2009

L’opposizione ha un nuovo leader?
La lunga marcia dell’on. Fini da delfino di Almirante a “guida” dei “laici”


Il Presidente della Camera dei Deputati, terza carica istituzionale della Repubblica italiana, on. Gianfranco Fini, ha smesso di “mangiare pane e bioetica”, come fino a non molti anni addietro era solito fare. Oltre a un vigoroso anticomunismo democratico, si può dire che lo contraddistingueva proprio un vivace e ribadito amore per la vita umana “senza se e senza ma”.
La “svolta di Fiuggi”, da lui in prima persona voluta e realizzata nel prospettiva di un partito conservatore nuovo, ebbe fra le sue principali finalità proprio quella di porre fine alle ambiguità in materia etica e bioetica da cui il Movimento Sociale Italiano, nonostante il suo schieramento contro il divorzio e contro l’aborto, per la coesistenza al suo interno di due anime, quella socialista e quella moderata, era senza dubbio afflitto. Così, al titolo Valori cristiani e impegno politico: persona, famiglia, diritto alla vita, a Fiuggi fu detto innanzitutto: «Nostro primo obiettivo è quello di favorire condizioni di vita che permettano alle persone ed ai gruppi di vivere nella libertà dell’onestà e della solidarietà sociale. Ci sentiamo eredi e siamo cultori della civiltà romana e di quella cristiana che ha le sue radici nel messaggio portato da Pietro a Roma e diffuso in Occidente e nel mondo intero. Siamo quindi attenti al Magistero della Chiesa con particolare riguardo alla sua dottrina sociale e quindi alla cattolicità che ha indubbi riflessi sulla cultura e sulla vita sociale del nostro Paese». E, poco oltre, «Capitolo decisivo nella promozione e nella difesa dei valori è quello della persona. Un ruolo centrale in questo senso va assegnato al valore della vita. Non si possono sufficientemente tutelare i diritti di libertà e dignità umana se non si promuove innanzi tutto il diritto alla vita. Va quindi combattuta quella cultura della morte che, come dice Giovanni Paolo II, pervade oggi la civiltà occidentale. Questa cultura ha cominciato ad affermarsi nel tempo in cui è stata legalizzata la pratica abortiva e ora sta per raggiungere nuovi, agghiaccianti traguardi con l’eutanasia, la manipolazione genetica e la clonazione degli embrioni umani».

Mi sembrano parole che non lascino molto margine di equivoco: la vita, anche quella embrionale, va difesa senza troppi distinguo.

Tuttavia, da un po’ di tempo il nostro uomo politico sembra si stia “smarcando” sempre più da questa linea e da questa cultura, anzi che abbia rivisto in buona misura la sua prospettiva ideale e politica. Non credo che basti a spiegarlo dire che Alleanza Nazionale, il cui biglietto da visita erano appunto le tesi approvate a Fiuggi nel 1995 – quindi non cinquant’anni fa, ma proprio “ieri” –, non c’è più: la svolta culturale finiana risale a ben prima. I primi sintomi si erano manifestati in occasione del referendum del giugno del 2005 contro la legge n. 40 del 2004, allorché egli dichiarò senza mezzi termini che avrebbe votato contro il mantenimento della norma che regolava e regola la manipolazione degli embrioni umani. Da allora in poi le prese di posizione si sono moltiplicate fino al recente discorso in occasione del congresso di Alleanza Nazionale del 22-23 marzo, che ne ha sancito la confluenza nel Popolo delle Libertà, e del successivo intervento al convegno di Forza Italia, pochi giorni dopo, in cui il partito del premier ha attuato analoga operazione. In entrambe le occasioni Fini a tenuto a ribadire il carattere “laico”, ovvero areligioso, delle istituzioni repub­blicane, a rivendicare la separazione fra Stato democratico e Chiesa e a criticare modus operandi legislativi volti a porre limiti etici a prassi potenzialmente eversive e deleterie, come il trattamento degli embrioni umani per scopi di ricerca e il cosiddetto “testamento biologico”.

L’ultimo anello di questa catena sono le dichiarazioni rilasciate ad alcuni giornalisti parlamentari nel pomeriggio del 2 aprile, all’indomani della dichiarazione d’incostituzionalità di due articolati parziali della legge n. 40 sul trattamento degli embrioni umani da parte della Consulta. Secondo Fini – trascrivo dall’Ansa – «la sentenza […] che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 rende giustizia alle italiane. Specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei. È evidente che quando una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso, è suscettibile di censure di costituzionalità, in ragione della laicità delle nostre istituzioni». Il crescendo, con queste ultime parole, sembra proprio essere giunto all’acme.

D’ora in poi sarà sempre più difficile pensare a Fini come uomo di “destra”, come conservatore, come uomo che ha veramente a cuore quel bene assoluto della patria, della nazione italiana, che ha rivendicato con tanta passione nell’esordio del suo primo discorso alla Fiera di Roma come il Leitmotiv, il valore di fondo della prospettiva con cui Alleanza Nazionale era vissuta per quindici anni e ora entrava nella più grande realtà del “partito degl’italiani”. Evidentemente, se a lui stanno a cuore le donne italiane (ma quali e quante?), non hanno altrettanto posto nella sua azione politica quegl’italiani (quanti?), ancora minuscoli fino a essere invisibili ma veri e totalmente umani, costretti a vivere nei congelatori oppure buttati con nonchalance nel lavandino di asettiche cliniche della fertilità o di laboratori biochimici. I rilievi su queste recenti esternazioni sarebbero moltissimi e non poco eloquenti sullo spirito e sulle prospettive che animano oggi il numero 2 del Pdl: provo a formularle in forma interrogativa.


Il Presidente del ramo “basso” del Parlamento asserisce che una legge del Parlamento ha perpetrato una ingiustizia nei confronti delle donne italiane: è ammissibile, nel suo ruolo? Se fossi il presidente della Camera di allora mi sentirei dare indirettamente dell’imbecille e dell’omissivo.
E poi c’è piena coincidenza fra “illegittime” e “anticostituzionali”? e se la carta costituzionale fosse magari in qualche punto contro il diritto statu nascenti, che scaturisce dalle cose non dagli accordi, anche perché vecchia di sessant’anni, cioè nata quando – come è stato fatto giustamente osservare – i problemi bioetici non esistevano o, al massimo, rimandavano all’eutanasia e alla clonazione praticate dall'abominevole nazionalsocialismo hitleriano? Il richiamo ai Paesi europei è poi davvero sconcertante: lascia intendere che questi Paesi siano a priori dei punti di riferimento, se non di esempio. Viene da chiedersi se anche la Spagna socialista, che teorizza i diritti delle scimmie, sia un riferimento... Oppure l’Olanda che uccide i bambini malformati...
Infine, la confusione, indegna della terza autorità dello Stato, fra dogma, etica, religione e laicità. Mi spiace dirlo, ma nonostante i suoi cinquantasette anni, almeno quaranta dei quali passati a far politica, e il suo altissimo ruolo politico, se davvero l’on. Fini pensa come si esprime – ma voglio fargli credito di una vis polemica che obnubila la precisione terminologica –, credo che non gli farebbe male un corso di scienza politica per operatori per addetti alla politica.
Certo, uno Stato non si può costruire sui dogmi: non è pensabile una legge che promulghi in Italia il dovere di credere nell’Immacolata Concezione di Maria Vergine o nella presenza di Cristo nell’Eucarestia. Ma una legge, se non recepisce un bisogno normativo insito in un rapporto sociale, per di più nuovo, che legge è? È il registro delle opzioni voluttuarie e delle più stravaganti pretese? Oppure una norma e, come tale, tendenzialmente esemplare?
Che cos’è, ancora, la laicità per Fini? Nelle sue parole il termine “laico” di certo non è usato, come corretto, in antitesi a “chierico”, ma esprime solo la tesi che le istituzioni non abbiano carattere confessionale e – qui sta il magis, il di più, e si entra nel non condivisibile –, che non riflettano alcun criterio etico, anzi, meglio, che riflettano il solo concetto etico ammesso: ovvero l’etica ideologica dei desideri e dell’arbitrario.
Questo percorso, questa non breve trasmigrazione da “destra” – una destra di certo imperfetta sotto il profilo dottrinale, ma per diversi aspetti non disprezzabile – a una visione che pare azzardato definire “liberale”, mentre pare piuttosto liberal o radicale oppure, oso, “di sinistra”, lascia sconcertato e, in certa misura, anche addolorato chi in tempi passati ha apprezzato non solo le doti tecniche del personaggio ma anche non poche – anche se non tutte – le sue idee politiche.
C’è una spiegazione di questa “svolta” che, a prima vista, pare squisitamente personale? Anche se è prematuro trarre delle conclusioni mi pare che qualche ipotesi, non tutte benigne, sia possibile formulare.
La sua critica – espressa con insolita “sgangheratezza” di termini – e il suo porsi in controtendenza non solo con il suo partito di poco fa e con la classe dirigente di esso, ma anche e soprattutto con la leadership del neonato Pdl e contro le sue correnti moderate e credenti – come il gruppo di cattolici che fa capo a Roberto Formigoni e a Maurizio Lupi o come Alfredo Mantovano o come una certa ala della Lega –, si possono leggere sostanzialmente in tre prospettive.
La prima – ma anche la meno probabile – è quella di una mera schermaglia tattica contro Silvio Berlusconi per accrescere il peso della componente ex Alleanza Nazionale all’interno del Pdl.

La seconda è di carattere più personale: Fini punta al Quirinale e per arrivarci vuole non solo apparire “sdoganato” ma in sintonia con l’ideologia della Repubblica nata nel 1945, che è tuttora il risorgimentalismo – si veda anche in questa luce il recente peana indirizzato alla figura di Francesco De Sanctis, uno dei massimi artefici della “costruzione” in senso anti-religioso dell’identità de­gl’i­ta­liani – e l’antifascismo. Per cui deve presentarsi mondo da ogni scoria che possa essere sgradita ai tutori “forti” dell’ordine repubblicano: via il fascista almirantiano, via il credente, via l’appassionato di bioetica, via l’antifemminista, ecc. Anzi, per giungere alla meta deve figurare come promotore e – chissà... – forse “martire” dei valori in cui la Rivoluzione italiana si è incarnata nel secolo scorso.

L’ultima ipotesi è che il suo smarcamento – e questo suo latente atteggiarsi come il vero capo dell’opposizione – rientri invece in un disegno politico più contingente, che prevede la messa in difficoltà e la spaccatura del Pdl, una crisi politica, un governo istituzionale presieduto dalla terza carica dello Stato e nominalmente dedito a riformare la Costituzione, ma in realtà mero strumento per "rimontare" la nuova “insorgenza” moderata sotto il segno berlusconiano verificatasi nelle elezioni politiche dell’aprile del 2008 – a sessant’anni dalla prima, grande insorgenza degl’italiani contro il dogma ciellenista, quella del 1948 – e per affossare il Pdl, la realtà cioè che sta distruggendo gli schemi elitari dell’antifascismo e ha ridato, finalmente, agl’italiani moderati e cattolici una rap­pre­sen­tanza politica non più “strozzata” dalla Dc e deviata dai valori di un antifascismo apodittico, una “casa” – senz’altro ancora in costruzione e piena di spifferi, ma comunque una casa – in cui si possono sentire meno a disagio. Il gradimento di personaggi non secondari della scena politica come l’on. D’Alema e la senatrice Finocchiaro nei confronti delle esternazioni del Presidente della Camera paiono eloquenti in tal senso. Anzi, oggi si parla apertis verbis – lo fa Antonio Polito su il Riformista del 3 aprile – di un Fini “guida del fronte laico”.
E il disegno pare ancor meno campato in aria se si considera che al Quirinale siede un personaggio alquanto in sintonia con Fini sotto il profilo bioetico come Giorgio Napolitano, ovvero il più roccioso custode e vindice dei vecchi – ma tuttora vigenti – assetti repubblicani. Quella di una possibile rottura pilotata degli equilibri è una tesi su cui i politologi più qualificati ancora non si pronunciano. Al limite, come fa Stefano Folli su il Sole-24 ore del 3 aprile, vedono una ricaduta immediata delle scelte finiane in un comportamento “attivo” nel corso del dibattito che si aprirà a breve sulle due leggi che egli critica, quella sugli embrioni – le cui modifiche in ottemperanza alla sentenza della Corte Costituzionale la Camera dovrà attuare – e quella sul testamento biologico – che sta per essere discussa alla Camera. Tuttavia pare una prospettiva non del tutto illogica della “lunga marcia” del “delfino” di Giorgio Almirante.
Non è calcolabile il peso negativo che una sortita come quella di Fini – e, se l’ipotesi sarà confermata, il disegno che ho cercato di descrivere – possa avere sul futuro della nuova classe politica di centro-destra che è nata in Italia. Di certo non aggiungerà stabilità a questo Great Old Party all’italiana che ha appena emesso i primi vagiti ed è solo bisognoso di rafforzarsi al suo interno e nel rapporto con il blocco sociale e con le culture che stanno alla sua base.
Se si ha cara questa prospettiva, questa svolta autentica che potrebbe porre davvero fine a un regime ideologico ultrasessantennale che non vuol morire, occorrerà dunque vigilare. Ma senza scoraggiarsi e senza lasciarsi disorientare da mosse del genere. Siamo nel terzo millennio e quasi cinquecento anni dopo la nascita della modernità politica (Nicolò Machiavelli è morto nel 1527).
Allora non stupiamoci: oggi, più che mai, questa è la politica, baby!

sabato 21 marzo 2009

Finalmente i Laogai "in outsourcing"!

Padre Giulio Albanese, uno che di Cina si intende assai bene, nel contesto di un suo commento a un discorso pronunciato il giorno prima a Luanda da Papa Benedetto XVI nel corso del suo viaggio apostolico in Angola e apparso come editoriale di Avvenire del 21 marzo 2009, ci informa che: «A differenza del colonialismo occidentale che ha sempre fatto largamente uso della manodopera locale, la Cina sta trasferendo in Angola, come anche nel resto dell’Africa, centinaia di migliaia di propri connazionali (secondo alcune fonti addirittura milioni). Cinesi in stato di detenzione, deportati con lo scopo di realizzare ponti, strade, ferrovie ed altre infrastrutture. Alcuni di loro sono ammassati in veri e propri campi di concentramento, altri sopravvivono in condizioni pietose dentro gigantesche tendopoli. A parte i galeotti comuni, tra i deportati figurano anche detenuti per reati d’opinione: politici, insegnanti, avvocati, medici, economisti».
Strabiliante: Pechino ha inventato i Laogai “in outsourcing”, ossia i campi di lavoro dati in appalto! Geniale! Perché non pensare prima, oggi che i mezzi di trasporto consentono di trasportare masse di milioni di persone – non faccio fatica a immaginare la “bellezza” di questi viaggi, di cui il mondo, comprese le agenzie internazionali dei diritti umani, ignora ogni particolare – a distanze impensate, perfino dalla Cina all’Africa, a utilizzare in maniera commercialmente flessibile lo sfortunato popolo del GuLag cinese?
Infatti i vantaggi dell’operazione sono molteplici: portare la mano d’opera, coatta e non – ma nel caso dei cinesi espatriati è difficile distinguere tra il funzionario di partito o militare, il lavoratore “libero” e il prigioniero –, direttamente presso il cliente; poter snellire le strutture concentrazionarie – defilandosi meglio – e quelle produttive in patria – cosa molto utile in tempo di crisi economica mondiale anche per diminuire il potenziale di rivolta in casa propria –; e, infine, attuare una forma di penetrazione pacifica e silenziosa, che non si mai che un domani non si possa rivelare utile.
Credo che gli occidentali dovrebbero riflettere accuratamente su questa mossa, così come hanno riflettuto – ma non si sa bene che cosa ne abbiano concluso – sull’analogo processo di massiccia infiltrazione attuato dall’emigrazione islamica, che fa pendant con la capillare e ormai ultradecennale presenza di cittadini della Repubblica Popolare negli Stati europei e americani, una presenza non sempre proporzionata all’utile commerciale che i cinesi ne possono trarre.
E farebbero bene a tener contro che, se nei primi due casi è realmente difficile discriminare tra flussi “naturali” di migrazione e operazioni di “guerra asimmetrica”, nel terzo caso l’ipotesi di una forma di guerra asimmetrica preventiva può non essere del tutto campata in aria.

martedì 3 marzo 2009


Jeffrey T. Kuhner

Conservatori allo sbando

[The Washington Times, 1° marzo 2009]


Il conservatorismo è in seria difficoltà. Ma non ditelo ai soldati di fanteria, che hanno appena finito di partecipare alla Conservative Political Action Conference (Cpac): non comprenderebbero infatti qual è, oggi, la portata della loro sconfitta politica, economica, culturale e ideologica.
La Cpac è la massima assise annuale degli attivisti conservatori. Molti di essi vengono dalla Middle America: intelligenti, gentili e scoppiettanti di entusiasmo, sono l’esatto contrario dello smidollato establishment conservatore di Washington. Essi credono che i principi battano la forza. Ma, malgrado tutta la loro energia e il loro fervore, i conservatori vivono nel mondo della fantasia.
Guidati da Newt Gingrich e da Rush Limbaugh, molti a destra reclamano il ripristino dell’agenda reaganiana: tagli alle tasse, meno Stato, valori famigliari e vittoria nella guerra al terrore. Questi sono gli slogan che per i conservatori sarebbero in grado di catapultare nuovamente i repubblicani verso l’egemonia politica.
Ma la coalizione reaganiana, un tempo vittoriosa, è adesso allo sbando. I maschi bianchi e i cristiani evangelici rappresentano una percentuale dell’elettorato in continua diminuzione. I blue-collar [la classe operaia (ndt)] etnici – i cosiddetti “democratici reaganiani” – hanno abbandonato il partito, in quanto possono anche essere culturalmente conservatori, ma amano altresì i programmi sociali e sono scettici sul libero mercato. Le donne e alcuni repubblicani indipendenti sono largamente contrari alla guerra in Iraq e, in numero sempre più forte, anche all’incremento delle truppe americane in Afghanistan.
In aggiunta, l’immigrazione di massa, specialmente quella latino-americana, ha trasformato il panorama politico. Gl’ispanici superano ora in numero gli afro-americani, sono il secondo gruppo razziale dopo i bianchi e votano massicciamente democratico. Nel corso delle elezioni del 2008 il 67% di essi ha votato per Barack Obama, anche se il sen. John McCain si è battuto per una riforma globale dell’immigrazione e ha coltivato per anni il loro voto.
La disastrosa politica delle frontiere aperte si è tradotta non solo nell’accresciuta influenza di lavoratori a basso salario e a bassa professionalità, di criminali e di trafficanti di droga, ma anche nella creazione di un potente elettorato etnico e di sinistra, che vuole politiche governative più attive. E questo ha fatto scivolare la società americana verso il centro-sinistra.
Ma non conta solo il fatto che i conservatori stanno diventando una fetta sempre più sottile dell’elettorato. La destra ha perso la battaglia più importante di tutte: la battaglia delle idee. I liberal controllano quasi tutte le istituzioni di potere in campo culturale: le università, Hollywood, le arti, i media, la televisione e la scuola pubblica.
Fin dagli anni 1960, la sinistra radicale ha cercato di trasformare l’America con una “lunga marcia attraverso le istituzioni” e ci è riuscita. In effetti, i liberal pacifisti hanno semplicemente seguito il progetto disegnato dal leninista italiano Antonio Gramsci, il quale sosteneva la teoria dell’“e­ge­mo­nia culturale”. Gramsci era in favore di un socialismo per gradi, sottolineando che la mossa-chiave per conseguire il potere politico non era impadronirsi dei mezzi di produzione, ma nell’im­pos­sessarsi degli organi culturali che dirigevano la società. In tal modo la sinistra avrebbe potuto senza ostacoli plasmare l’opinione pubblica e indottrinare la gioventù. Gramsci pronosticò che, una volta che la sinistra avesse ottenuto l’egemonia culturale, lo Stato sarebbe caduto nelle sue mani come un frutto maturo.
La vittoria elettorale del Presidente Obama rappresenta il culmine della marcia al potere della sinistra. Obama ha sfruttato abilmente molteplici vantaggi contingenti: un avversario debole, l’adu­la­zio­ne da parte dei media, la crisi finanziaria e un Partito Repubblicano demoralizzato e spaccato. Ma il lavoro culturale di base è stato portato avanti per decenni.
Obama è un uomo di sinistra, anti-capitalista, anti-familiare e anti-americano. Ma qui sta quello che la maggior parte dei conservatori non capisce, cioè che ampie fasce dell’elettorato americano se ne infischiano. Le percentuali di consenso per Obama rimangono intorno all’80%. Il recente piano d’incentivi da 787 miliardi di dollari ha avuto un largo sostegno da parte del pubblico, anche se rappresenta il più drastico intervento governativo nell’economia attuato in tempo di pace.
I sondaggi mostrano che i votanti sono disponibili a una spesa ancora più ampia e ad aumenti mirati di tasse: purché funzionino (cosa che non sarà). Il conservatorismo dello Stato limitato è out: il liberalismo dello Stato sociale è in.
I conservatori devono svegliarsi di fronte a questo fatto fondamentale, cioè che il Paese è cambiato dai tempi di Ronald Reagan: non siamo più una nazione di centro-destra. Anche se questo non significa che la destra – come stanno chiedendo alcuni neoconservatori, come David Frum e David Brooks – debba rinunciare ai suoi principi: vuol dire solo che i conservatori devono affrontare in profondità la loro incresciosa situazione. Oggi siamo una minoranza in regresso e se non invertiremo il declino economico e culturale dell’America, i nostri numeri continueranno a calare.
Molti conservatori sono convinti che il fatto che i democratici abbiano stravinto costerà loro il controllo del Congresso e forse anche la casa Bianca nel 2012. La politica di Obama è la ricetta per il disastro: crescita economica anemica, tasso di disoccupazione stabilmente alto, debito pubblico rovinoso, disastro all’estero e declino della nazione.
Ma anche negli anni 1930 andò così. Il New Deal non riuscì a porre termine alla Grande Depressione. La politica di pacificazione inaugurata da Franklin Roosevelt imbaldanzì la Germania nazionalsocialista e il Giappone imperiale, aprendo la strada alla Seconda Guerra Mondiale.
Ma, nonostante questo pessimo risultato, Roosevelt riuscì a ottenere tre vittorie elettorali consecutive. Obama e i democratici al Congresso possono restare al potere anche con un’economia fallimentare e una sconfitta in Medio Oriente: non vi sono certezze in politica.
Anche se i repubblicani riusciranno a tornare al potere nel 2010 o nel 2012, cavalcando un’ondata di rigetto dei votanti per l’incompetenza dei democratici, questo non risolverà il problema sottostante: il trend demografico è contro i conservatori.
Per vincere, il Great Old Party (Gop) dovrà obbligatoriamente divenire più simile ai democratici; l’appello di George W. Bush per un “conservatorismo compassionevole”, con la sua insistenza su una maggior spesa per l’istruzione, la copertura pubblica delle spese mediche degli anziani e la sanatoria dell’immigrazione illegale è stato un esempio di erosione dell’identità repubblicana.
Per questo, se la destra vuole davvero cercare di accedere al potere nazionale, deve abbandonare la sua strategia solo politica, che è la strada verso la sconfitta, il declino e alla fine, l’oblio. Deve invece affrontare la sinistra sul fronte della cultura e cercare di riprendere le istituzioni-chiave dove i conservatori si sono arresi, spesso senza combattere. I liberal sono stati troppo a lungo all’offen­siva, fissando loro i termini del dibattito. I conservatori devono smettere di giocare in difesa: devono invece essere dinamici, fieri e coraggiosi, dando vita a una rivoluzione di lungo respiro.
I conservatori non hanno perso in una sola notte, né vinceranno in una sola notte. La strada vero il potere non sta a Washington, ma a New York e a Los Angeles e ovunque, nel mezzo. È la cultura, stupido.


Jeffrey T. Kuhner è columnist de The Washington Times e presidente dell’Edmund Burke Institute, un istituto di politica di Washington.

martedì 24 febbraio 2009

Propongo un articolo di Jeffrey T. Kuhner di The Washington Times sulle prospettive (non eccelse) della presidenza di Barak Obama.



Jeffrey T. Kuhner

America: verso il "modello Perón"?


L’America sta imboccando la strada verso il socialismo e la propria rovina. Numerose sono state le misure messe in atto per rimediare al declino dell’economia. Prima, nella primavera del 2008, si è avuto il programma d’incentivi da 180 miliardi di dollari. Poi, nell’estate del 2008, il salvataggio dell'immobiliare, da 345 miliardi di dollari, che è stato seguito entro l’autunno del 2008 dal salvataggio di Wall Street da 700 miliardi.
Ora, la Camera e il Senato hanno approvato un pacchetto d’incentivi di quasi 800 miliardi. Quindi, più di duemila miliardi di dollari sono stati spesi nell’inutile tentativo di rivitalizzare l’economia.
Stiamo imponendo ai nostri figli e nipoti il pesante onere della nostra assuefazione al governare in grande. E questo senza tenere conto del piano del Segretario al Tesoro Timothy Geithner che prevede che i contribuenti assorbano altro 2-4mila miliardi di debito per ripulire il sistema finanziario. In altri termini, l’America sta per essere sepolta sotto una montagna di debito, un debito che scatenerà un’impennata dell’inflazione, tasse schiaccianti e alti tassi d’interesse. Il che è la ricetta giusta per il disastro economico.
Il Presidente Obama sta giocando il ruolo di Franklin D. Roosevelt che Bush giocò rispetto a Herbert Hoover [il 31° Presidente Usa]. Negli anni 1930 Roosevelt sviluppò il liberalismo del suo New Deal partendo dalla politica statalistica di Hoover. Obama sta incrementando i massicci deficit di bilancio e le spese sconsiderate dell’amministrazione Bush. Ma, a differenza di Bush, Obama sta astutamente costruendo una coalizione elettorale stabilmente maggioritaria, così come fece Roosevelt.
Il piano d’incentivi riserva qualcosa per ciascuno dei gruppi d’interesse più vitali per i democratici: i sindacati degl’insegnanti, i capi delle grandi città, gli ambientalisti, gl’ispanici e gli afro-americani. I sostenitori più decisivi beneficeranno di costruzione di scuole, progetti infrastrutturali, lavori pubblici, ristrutturazione degli edifici pubblici a norma delle tecnologie “verdi”, estensione del servizio sanitario e di assicurazioni contro la disoccupazione e disporranno di più denaro Stati e località a corto di soldi. Il piano è principalmente inteso non a stimolare l’economia, ma ad accrescere il raggio di azione e la dimensione del governo. Un maggior numero di cittadini dipenderà dalle elargizioni del governo. Il che rafforzerà il Partito Democratico e la sua élite liberal.
Come ha giustamente notato Jonah Goldberg della National Review, il moderno liberalismo americano è una forma di fascismo, altrimenti noto come socialismo nazionale. La sua meta è quella d’instaurare uno Stato centralizzato e dominato dalle corporation, in cui la classe dirigente lavorerà a trasferire potere dalla sfera privata a quella pubblica.
I liberal difendono i grandi diritti, i programmi sociali costosi e l’irregimentazione di quasi ogni ambito della vita della gente: dalla messa al bando del fumo e dalle politiche di ammissione alle università alla preghiera nelle scuole e a quante radio di destra si possano ascoltare. Essi cercano di dominare non solo la politica e l’economia, ma anche la cultura e le arti.
I liberal fondono lo statalismo e il populismo classista. Sono perennemente in guerra contro qualche nemico – o, almeno, soggetto percepito come tale – della nazione, sia esso i “ricchi”, i repubblicani conservatori o i cristiani tradizionali. Bollano interi gruppi di persone – in America i bambini non ancora nati – come esseri subumani e privi di diritti. Credono che la politica e non la religione sia la salvezza dell’umanità. Fondano movimenti di massa che si basano su leader carismatici e messianici: Woodrow Wilson, Roosevelt, John F. Kennedy e ora Obama, conferendo loro qualità quasi divine di santità. Sono ossessionati dall’idea di usare lo statalismo al servizio dell’ingegneria sociale. Il liberalismo è divorato dalla sete di potere e contiene in sé i germi della propria autodistruzione: è l’ideologia del suicidio nazionale.
Il percorso disastroso su cui l’America è oggi incamminata è stato sperimentato da un altro Paese dell’emisfero occidentale: l’Argentina di Juan Domingo Perón. Negli anni 1940 e fintantoché, nel 1955, un colpo di Stato non lo estromise dal potere, Perón resse uno Stato fascista.
Ciò che è meno noto sull’Argentina è che prima della Seconda Guerra Mondiale era una potenza economica. A partire dal decennio 1880 e continuando con gli anni 1920 e 1930, il Paese era considerato uno delle più prospere e avanzate nazioni del mondo.
L’Argentina aveva una forte base industriale, floride esportazioni agricole e un’ampia classe media in espansione. Come l’America fungeva da calamita per immigranti di tutto il mondo, specialmente per gl’italiani. In quindici anni, però, l’Argentina da uno dei Paesi più ricchi divenne uno dei più poveri.
Ciò dipese in gran parte dalla politica peronista. Entrato in carica, Perón, con la popolare consorte Eva, instaurò uno Stato corporativo caratterizzato da una sfrenata spesa sociale, da elaborati programmi di Welfare, dal protezionismo, da un fisco vessatorio e da deficit galoppanti.
Perón faceva uso di una efficace retorica improntata alla lotta di classe, che attaccava il grande business, le banche, le corporation e la classe proprietaria; mentre sosteneva largamente i sindacati, facendone alleati-chiave del regime.
Il peronismo trasformò lo Stato argentino. La pletorica burocrazia e il massiccio intervento del governo promossero la diffusione della corruzione su larga scala. La pianificazione economica centralizzata distrusse la produttività e lo sviluppo. Il capitale d’investimento fuggì. L’inflazione e i tassi d’interesse volarono. Il ceto medio fu disfatto. L’indipendenza dei giudici venne minata e alla fine fu schiantata. La servile categoria degli addetti ai media fu cooptata fra gli alleati di Perón. Il suo culto della personalità – e quello di sua moglie Eva – favorì una clima di violenza e di persecuzione politica dei nemici del regime. L’Argentina divenne quindi il “caso umano” delle Americhe che oggi è.
Il fallimento del peronismo dovrebbe servire da avvertimento: il socialismo e un debito pubblico stellare possono ridurre in miseria permanente perfino le nazioni più ricche. L’America non è immune dalle leggi dell’economia. Repubbliche opulente come l’antica Roma, le città-Stato italiane e l’Argentina hanno visto dilapidare la loro ricchezza e non l’hanno più recuperata.
Obama sta facendo il primo pericoloso passo verso la versione americana del peronismo. I suoi seguaci lo vedono come un messia politico, un agente di mutamento rivoluzionario che promuoverà la coesione e l’unità della nazione. Egli e i democratici stanno saccheggiandolo Stato,usandolo come veicolo per ricompensare i propri sostenitori e per punire i nemici. È il nostro Caro Leader, la cui immagine è ovunque dalle riviste alle T-shirt ai cappellini da baseball. Sua moglie Michelle è la Eva Perón del nostro tempo: affascinante, chic, creatrice di tendenza nella moda e amata dai media.
Cosa più pericolosa, Obama sta ricalcando lo stesso populismo statalista che non ha funzionato in Argentina e che non funzionerà in America. Il professor Philip Jenkins osserva ironicamente che gli Stati Uniti d’America rischiano di diventare “gli Stati Uniti di Argentina”. Ha ragione. Coloro che non vogliono imparare dalla storia sono condannati a ripeterla.

Jeffrey T. Kuhner è giornalista del Washington Times e Presidente dell’Edmund Burke Institute di Washington.

martedì 17 febbraio 2009


Allarme violenze sessuali

Alto è il livello d’indignazione delle autorità pubbliche, dei comitati di opinione, dei giornali, di ogni e qualunque istanza di se pur minima valenza morale, sui ripetuti casi di violenza su donne.
Approfittare della propria forza, ricevuta in sorte senza alcun merito rispetto ad altri esseri strutturalmente deboli perché “progettati” diversamente e per altre finalità oppure perché contingentemente in condizione di minorazione è un atto infame e vigliacco, che la collettività ha il dovere di prevenire e reprimere con decisione e in tutte le forme possibili.
Ma – c’è un ma – chiunque avesse questo intento si troverebbe e si trova a fare i conti con un contesto, con un milieu, radicalmente favorevole. L’attra­zione sessuale è oggi infatti largamente stimolata e deviata da tutta una serie di fattori, divenuti ormai ambientali, in cui questa violenza matura ed esplode. Proverò a elencarne alcuni.

1. La diffusione della iconografia pornografica più abietta è ormai un fatto endemico e capillare: diversi canali televisivi “dedicati”, Internet e telefonini con immagini di perversioni – “professionali”, artigianali e casalinghe – oltre ogni limite concepibile e a costo zero, film, riviste, romanzi, e chi più ne ha più ne metta. La fruizione di questo materiale, oggi che ogni studente ha un computer, non conosce più barriere, entra aggressivamente attraverso lo spam della posta elettronica fin nell’intimità delle camerette dei nostri figli più giovani.
2. Libertà sessuale completa, non più prevalentemente maschile e non più solo eterosessuale, praticata e pubblicizzata anche da coloro che dovrebbero essere i modelli, i fari, le guide per il popolo e per i suoi cittadini più giovani e meno difesi. E offerta a ogni angolo di strada, e quasi in forme da supermarket lungo le strade fino ai paesi più piccoli dove una volta era il parroco a dettar legge.
3. Ricerca del piacere trasgressivo in ogni sua forma, da quello gastronomico a quello erotico, da quello drogastico a quello uditivo. A che cosa si riducono le serate – e non più solo del sabato – per migliaia di giovani, di adolescenti, di teen agers in luoghi dove si partecipa ad autentiche orge collettive ritmate dalla musica ossessivamente ritmata come nelle tribù primitive? Ballo e sballo, uragano dei sensi, uscita de sé stessi: “sballo” uditivo, “sballo” allucinatorio e, dulcis o amarus in fundo, “sballo” sessuale…
Negli ultimi decenni si è venuto a creare un clima morale, una condizione interiore diffusa, un ambiente morale, in cui per Dio non c’è più posto oppure è sostituito dalla droga – chi non ha notato il “Dio c’è” scarabocchiato sui cartelli stradali lungo molte arterie italiane? –, in cui i cosiddetti “valori” svogliatamente trasmessi dalla generazione precedente – a sua volta figlia, se non di uno “sballo”, di un colossale sbandamento – scompaiono e sono irrisi, in cui l’orizzonte resta popolato solo di “neo-valori” – che poi sono quelli di sempre, antichi quanto l’umanità –: l’effimera bellezza, il successo senza sforzo, la disponibilità di denaro, l’auto più bella (il falso status symbol), le prestazioni sessuali più “eccelse”, la resistenza più strenua agli stupefacenti e alla fatica. Un naturalismo deviato, dominato dalle mode, dai consumi, dalla fuga dalle responsabilità.
Tocco solo alcuni punti, ma il panorama è assai più ampio. E non entro nel merito della mancanza di repressione, che non solo autorizza certi comportamenti ma fa perdere addirittura il senso del confine fra lecito e illecito…
Sono perfettamente consapevole che non per tutti e ovunque è così, che i nostri giovani non siano fatti tutti con lo stesso stampino. Ma, se sono diversi, lo sono per grazia di Dio, in virtù di un habitat diverso, e non di rado a prezzo di uno sforzo personale – ex ante ma talvolta ex post, magari in una comunità di ricupero – che è imposto da questo clima sfavorevole alla virtù in senso lato, dall’onestà alla temperanza sessuale, da questo ambiente, dall’habitat in cui si cresce e si diventa uomini e donne.
Tornando al discorso della violenza sessuale, bisogna aver il coraggio di dire e di scrivere che questo humus non può non condurre a moltiplicare – ci sono sempre stati – casi come quelli che dolorosamente accadono. Perché stupirsi se a qualche giovane la disponibilità a concedersi delle coetanee non basta più? se non basta più la meretrice o il “travestito”? se vuole sperimentare forme “estreme” – ma vecchie quanto la cattiveria umana – di piacere erotico aggredendo una persona indifesa? E se l’autore è un immigrato semi-abbrutito, perché stupirsi che persone lontane da casa e diseducate moralmente – ma non tanto perché represse sessualmente ma perché abituate al tradimento, alla dissimulazione, alla violenza spicciola per procurarsi, chissà, una lampadina, una fetta di carne, una pila – da decenni di “socialismo reale”, davanti all’illimitata possibilità di ubriacarsi che esiste nel nostro Paese – fanno ridere le regulation in termini di orari imposte in alcune città o gli etilometri – possano assalire signore e giovani?
Per concludere pare realmente ipocrita – ma quanta ipocrisia c’è nella nostra democrazia? – fare la faccia dura davanti a episodi di violenza carnale, quando si teorizza che il sesso è de-ordinato rispetto alla procreazione, è fine a sé stesso, quasi l’ultimo “valore”superstite, quando tutta una fascia della società – imprenditori e “maestranze” dell’industria pornografica, prostitute, gioventù –, vive di “carne”, esibita senza decenza e a fine di lucro, è ossessionata dal successo e dall’insuccesso in materia erotica. Se si vuole davvero ridurre i casi di violenza non servono le ronde notturne, ma bisogna tornare a insegnare che cos’è la vita e che posto vi occupa il sesso.

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