venerdì 6 gennaio 2012



UNA SANTA ALLEANZA
A ROVESCIO?





La vicenda dell'"anomalia" ungherese posta sotto pressione da parte degli eurocrati di Bruxelles, degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale sta rivelano sempre più il vero volto della unione di Stati di cui è parte integrante il nostro Paese.
   L'attacco pregiudiziale, scatenato a freddo, quanto meno in termini mediatici, solo in base a una presunta eterogeneità della carta fondamentale magiara rispetto ai principi della UE, senza alcuna negoziazione con l'interessato; l'uso cinico della leva finanziaria, aizzando contro un piccolo Paese centro-europeo la speculazione mondiale che, come si sa, conta soggetti dalle capacità ben più ingenti di quelle di un piccolo soggetto statale; la minaccia di sanzioni pecuniarie rivelano di primo acchito che nel caso della UE si tratta di un soggetto con cui non si scherza, come forse qualcuno dalle nostre parti ingenuamente ha potuto pensare. Le armi di cui si serve, infatti possono essere considerate le armi incruente ma non per questo meno armi autentiche con cui oggi si combattono i conflitti "asimmetrici" nel mondo globalizzato e neutralizzato: i media, la finanza, l'infiltrazione degli organismi sovranazionali.
   Ma, al di là del modus operandi pesante e poco leale, traspare qualcosa di più. E cioè che siamo di fronte a una unione concepita da alcuni come un impero della democrazia, come un organismo tenuto insieme non tanto dalla convenienza, ovvero dal bene comune, delle nazioni che ne fanno parte ma da un collante ideologico.
   Se il paragone non fosse del tutto irriverente, verrebbe in mente una sorta di Sacro Impero, dove ciò che è sacro non è il sacro vero nomine il cristianesimo, che legittimava l'unione medievale, era un valore metafisico, non brutalmente politico come nel caso della UE bensì dei principi e dei valori che si credono unici e universalmente benefici, ergo indiscutibili e da indossare sotto pena di grave sanzione. Una sorta di Repubblica tendenzialmente universale dove regnano il secolarismo, una libertà tendente alla licenza e una eguaglianza sempre più obbligatoria fra gli "altri" e i "piccoli", mentre fra questi e "chi conta", i "grandi", deve vigere un vallum invalicabile.
   Anzi, più che un "sacro" impero, l'Unione, da come si comporta verso il "diverso" ancorché limitatamente diverso , appare piuttosto una Santa Alleanza rovesciata, che, invece che pensare a salvare l'euro, vigila zelante e occhiuta sui popoli liberi affinché non smarriscano le vie della democrazia e del "politicamente corretto", intenzionata a intervenire con la forza per restaurare quesi valori, qualora presuntivamente violati.
Spero che l'Ungheria, il cui ultimo sovrano è stato il beato Carlo d'Austria, nazione che non ha avuto paura di sfidare il comunismo moscovita e di reagire con le armi all'invasione dei carri armati con la stella rossa sappia anche in questo frangente, in cui si trova sola come nel 1956 colpisce, per inciso, il pilatesco silenzio dei media cattolici ufficiali davanti alle sorti di un Paese la cui Costituzione contiene principi fra i meno lontani dalla dottrina sociale cristiana , resistere contro un avversario ancora una volta cento volte più potente.
  A margine di quanto detto, a chi pensa che lo Stato nazionale non serva più a nulla e che in genere si mostra assai informato in termini di "poteri forti" mi sento di suggerire di seguire con attenzione quanto accaduto con ultima tappa l'Italia e quanto accadrà con prossima tappa in Ungheria e di riflettere accuratamente su quanto potrebbe contare per esempio una Padania, ancorché regione ricca e avanzata ma si potrebbe predere a esempio la Baviera , davanti ai disegni e al fanatismo ideologico della élite eurocratica. 

mercoledì 4 gennaio 2012

UN'ALTRA NAZIONE
EUROPEA "NORMALIZZATA"?



Il primo minstro ungherese Viktor Orbán
Ragazzi, ci siamo: è ora il turno dell'Ungheria. La lista dei Paesi uropei da "normalizzare" non si è esaurita. 
   Dopo l'Italia toccherà alla nazione magiara di essere messa a norma. L'Unione Europea non può tollerare che di lei facciano parte Paesi che non abbracciano in toto il dogma
peraltro così vanificato in Italia in questi giorni della democrazia totale forse meglio: totalitaria e progressista.
   Basta che una nazione europea, fra l'altro una nazione-martire del socialcomunismo per cinquant'anni, come l'antica e nobile Ungheria, si dia istituzioni solo un po' "anomale", solo poco sensibili al "politicamente corretto", anche se  coerenti contutta una storia per molti versi splendida, per sollevare la reazione dei custodi dell'ideologia democratica universale.
   Dagli Stati Uniti a Bruxelles ai giornali italiani è un coro: Viktor Orbán sta cocciutamente portando il Paese verso un regime autoritario, parafascista, xenofobo, antiabortista, illiberale e, perché no?, latamente in odore di antisemitismo
   In genere non si dice mai su che quali fatti si fonda questo giudizio e l'appello alla reazione: si preferisce, come di consueto, dipingere vaghi "climi psicologici", di "tensioni", di "aria che tira", far passare modeste proteste di piazza delle sinistre della capitale per mobilitazioni popolari anti-regime, piuttosto che fare rilievi concreti, riferimenti a fatti che davvero mettano a rischio la libertà dei magiari e la collaborazione fra Paesi d'Europa. 
   Le accuse contro Orbán sono sostanzialmente quattro: una legge elettorale favorevole al partito che ha conseguito la maggioranza; un certo qual controllo dell'esecutivo sull'organismo giudiziario; qualche paletto messo ai media; il limite posto alla totale indipendenza della Banca centrale (che equivale alla totale sudditanza alla BCE), una costituzione che mette al bando molti casi di aborto legale: guarda caso tutti provvedimenti sono esattamente quelli che  Berlusconi avrebbe dovuto varare (restringere i casi di aborto gli avrebbe fidelizzato i cattolici al di là non di una ma di dieci Ruby...) per non essere disarcionato e che non ha varato. Machiavellismo o lungimiranza, in Orbán?
   Ma, invece che parlare di fatti, invece che difendere la legittimità e l'originalità delle diverse esperienze politiche, si preferisce creare una orchestra internazionale che intona la marcia funebre di un politico e di un partito invisi alla sinistra internazionale. Fra i più zelanti e sguaiati cantori si colloca il corrispondente de la Repubblica da Berlino Andrea Tarquini, evidentemente ben addestrato alla scuola del quotidiano debenedettiano, che della calunnia ha fatto non solo un venticello ma un uraganano e un serio impegno professionale.
   Scrive Tarquini: "In Ungheria tira aria di golpe bianco" (20/12/2011); Orban, regolarmente e democraticamente eletto dalla maggioranza degli ungheresi, è un "autocrate" (31/12/2011), il parlamento ha varato leggi "liberticide" perché il governatore della Banca centrale sarà nominato dal Presidente del Consiglio, in sostanza come da noi  (31/12/2011); "Capodanno nero sul Danubio"  (31/12/2011); "un paese mitteleuropeo magnifico e vitale ma sulla via di una dittatura dal crescente fetore di fascismo" (31/12/2011); "nuova Costituzione nazionalclericale, che definisce l'Ungheria 'nazione' (etnica, non di valori come Usa, Uk, Germania o Francia)"  (31/12/2011) e via di questo passo.
   Il cenno, fuori luogo, alla Mitteleuropa torna ancora in Bruno Ventavoli de La Stampa il 4 gennaio 2012, quando dopo aver parlato di "morbo antico che avvelena l'Ungheria", di "Paese [...] antimoderno" e di "borborigmi fascisti" evoca"lo splendido mondo borghese della Budapest imperial-regia [...] Brillantezza intellettuale, tolleranza, quella civiltà dele buone maniere indagata da Elias [...] case foderate da libri dove si parlavano in famiglia, correntemente, tre-quattro lingue" e via di questo passo.
   Premesso che c'è da chiedersi: se quel mondo era così bello allora perché diavolo gli amici democratici di Tarquini di qualche decennio fa lo hanno distrutto?, ci si accorge di quanto gli stereotipi di una cattiva letteratura siano diventati cattiva cultura. Mi piacerebbe sapere quante erano le case foderate di libri... e quanti ne sono finiti nelle stufe per combattere il gelo e quanti ne hanno lasciati intatti i comunisti ungheresi, quelli che hanno chiamato i carri armati con la stella rossa per reprimere la libertà ungherese, costata una rivoluzione fallita e una terribile repressione soprattuto a tanti che non avevano le case foderate di libri ma tiravano la lima.
  Ma anche per il meno sguaiato Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera Orbán "farnetica" (30/12/2011); e vuole "[...] inzeppare la   nuova Costituzione [...] con riferimenti alla mitologia nazionalistica, con Santo Stefano, la Sacra Corona, la diaspora delle minoranze magiare nel centro Europa" (30/12).
   A ruota anche Fabio Morabito de La Stampa, riprendendo un funzionario di Bruxelles, riporta: "Ci chiediamo se in Ungheria ci sia una democrazia o una dittatura" (5/1/2012).
   Ma pure, in certa misura sorprendentemente, il Foglio quotidiano (4/1/2012) parla, titolando, di "duce magiaro", quindi, nell'articolo, di "autoritario governo di destra", di "suicidio magiaro" risalente udite, udite! alle origini unne del nazionalismo ungherese e al "senso violento e malinconico di distruzione" che questa rivendicata ascendenza comporterebbe.

   Probabilmente lo scopo ultimo di questa mobilitazione della stampa è punire una nazione che, in controtendenza, ha deciso con voto popolare di porre restrizioni alla piaga del'aborto procurato, di cui in tempi di comunismo l'Ungheria, insieme ai suicidi, deteneva un triste primato in Europa.
   Si tratta di quella forma di coralità artificiale peraltro non nuova, di cui noi italiani abbiamo potuto fare una esperienza non secondaria nel "caso Berlusconi". 
   Per ora si tratta solo di una claque mediatica, ma iniziano ad affiorare i primi ricatti finanziari e fra non molto si comincerà a dare fiato alle trombe dello spread o di cose simili.
   Chi si illudeva che l'Unione sarebbe stata un concerto di nazioni libere e indipendenti e la rinuncia a quote di sovranità in forma sussidiaria solo uno strumento per meglio affrontare insieme sfide che trascendevano il singolo Stato è servito: il progetto eurocratico è un progetto teconocratico ma, come forse non è del tutto noto, non esistono tecnocrati neutri. 
   L'ideologia della tecnocrazia è il democratismo universale, la dottrina secondo cui l'assemblea politica che decide o pare decidere su tutto, soprattutto sulle questioni come quelle bioetiche sulle quali non ha invece titolo di decidere, anche se poi, sulle cose "sostanziali", viene messa in naftalina o subornata.
   E' quella democrazia che livella e appiattisce invece che rispettare le gerarchie sociali e di valore ed elevare il popolo, rispettandone la volontà, la cultura e l'identità storica.
   La futura Europa sembra presentarsi sempre più come una colossale repubblica "giacobina" centralizzata e secolarizzata all'estremo, che non come una unione di soggetti politico-nazionali liberi che stanno insieme perché il bene comune di ciascuno dei loro cittadini passa attraverso l'unione con gli altri Paesi.


martedì 3 gennaio 2012



Negozi aperti sempre, ovvero ancor più "coriandoli" sociali


Caro Giuliano Ferrara, questa volta non sono con te. 
Mi è successo raramente in passato, ma ora devo dire che non posso essere d'accordo con te: anzi, non lo sono per nulla. 
   La tua accoglienza dell'apertura indiscriminata dei negozi decisa dal  governo "tecnico" mi pare alquanto  
se non del tutto liberale in senso ideologico, ovvero peggiorativo.
   Ideologico perché pregiudiziale perché "vede" solo una fetta del reale e trascura le altre. Il provvedimento di liberalizzazione ha infatti una faccia che i due o tre benefici ipotetici invocati per vararlo nascondono del tutto. Ed è il suo impatto sociale. 
   Hai provato a immaginare (di certo le risorse prospettiche non ti fanno in genere difetto) l'impatto che una opzione generalizzata come quella che tu lodi avrà sui singoli e sui legami sociali già così erosi, se non deritianamente "coriandolizzati", nel mondo che ci circonda? 
   Provo a elencartene alcuni.
   A fronte di un incerto e probabilmente irrilevante aumento dei consumi e di un miglior servizio al pubblico (ma a quanti interessa realmente? i supermercati aperti fino a tardi e in domenica non sono già abbastanza?), quali saranno gli svantaggi per chi opera in posizione subordinata nel commercio?
Ti rendi conto che le donne potranno essere tenute al lavoro di più (tanto i negozi sono sempre aperti...) e avranno così ancora meno tempo da dedicare alla famiglia...
Che cosa accadrà degli esercizi a conuzione familiare o comunque piccoli che non avranno risorse per competere con quelli che potranno permettersi dipendenti in doppio o in triplo turno? Certo questi ultimi potranno assumere qualcuno in più: ma vale la pena a fronte di un declino certo dei piccoli commercianti?
Prova anche a pensare alla commessa che "stacca" a mezzanotte e va a casa da sola...: è lo stesso problema del terzo turno nelle fabbriche...

E il contenzioso che si aprirà fra lavoratori costretti a orari indesiderati? quanto caricherà ulteriormente la magistratura del lavoro?
Pensa a come sarà ancor più facile rapinare esercizi aperti nel cuore della notte: quanti potranno permettersi il poliziotto privato? e quante chiamate in più al già gracile servizio di pattuglia di PS e carabinieri?

Infine, poni mente a chi sarà in turno al sabato e alla domenica, magari fino a tarda notte: questi perderà il giorno di riposo condiviso con gli altri o con la maggioranza degli altri.
Considera una famiglia dove i due coniugi fanno due turni sfasati... che succede dei figli?

Ancora, come farà chi lavora di notte a fare attività collettive? sai quanta carità si fa nei giorni festivi comuni? non si rischierà che costui lavori ancora di più (tanto a casa non trovo nessuno...) oppure passi il tempo libero in attività individuali più o meno dissipatrici, per esempio alle slot-machines, onnipresenti e disponibili a tutte le ore? credi che questo ridondi a beneficio della nostra società a pezzi?

Già la gente ha poco tempo per pensare a coltivarsi l'anima: se gliene togliamo dell'altro (all'addetto e al consumatore) che cosa possiamo aspettarci come qualità del popolo se non un imbarbarimento ulteriore? Chi lavorerà alla domenica come potrà onorare il precetto festivo? Finché si tratta di nicchie il problema è meno serio, ma quando il cambiamento investe tutto un settore così vitale per il popolo come il commercio come non pensare che il momentum dei fenomeni indotti non porterà a cambiamenti devastanti?


   Quando ti deciderai a piantarla di fare il liberale-libertario e varcherai la soglia di un autentico e sano conservatorismo? Che, come forse sai, non disprezza affatto le libertà (al plurale) ma detesta la libertà individuale quando questa va a detrimento della libertà dei corpi sociali e dei valori che vanno al di là del puramente utilitario o materiale.
   
   Tuo 
   
   OS

lunedì 28 novembre 2011

Quali esiti per il "governo
del Presidente"?


Qualche piccolo flash sulla condizione oggettivamente anomala in cui verso il nostro amato Paese ironia della sorte a centocinquant’anni dalla sua nascita come nazione libera e sovrana…
Sono sempre più persuaso che non si esca dalla crisi se non ristrutturando culturalmente l’ex opposizione a Silvio Berlusconi.
La difficoltà a governare del centro destra è stata determinata di proposito non dico influenzata — dall’atteggiamento che i partiti di centrosinistra hanno mantenuto nel corso della legislatura. Quella affermazione che “l’Italia è in macerie e si deve ricostruire” ne rivela in maniera efficace e sintetica il tour d’esprit generalizzato. Il governo eletto, per come è, non per quel che fa, è un’anomalia e un danno e va rimosso. Mai come in questi anni passati la delegittimazione dell’avversario — si badi bene: a senso unico, da sinistra verso la destra, mai viceversa —, quel male chiamata anche “divisività” da importanti politologi, è trionfata. L’avversario non ha le carte in regola: non si riconosce nel CLN ma vuole, anzi, peggio, riformare la Costituzione perché ormai invecchiata e solcata da profonde venature ideologiche. Per questo deve sparire, deve essere debellato e ucciso. Non vi sono vie di mezzo. Il monstrum va soppresso. Allo scopo sono leciti tutti i mezzi: non proposte politiche alternative, bensì l’ostruzionismo, la diffamazione privata, la piazza, la corruzione, la leva giudiziaria — che ha imparato la lezione: condannare al carcere è impossibile, ma colpire le finanze private del premier, sì, eccome! e in che misura! —, le difficoltà esterne — senza esitare a schierarsi con i nemici, non di Berlusconi, che li ha riempiti di regali, ma dell’Italia—, i buffoni di corte, i talk show, la satira, la feccia armata di statuine di piombo, i media intossicati e così via…
Tralascio di proposito la tesi di un attacco borsistico alle società di Mediaset, non perché non sia una ipotesi plausibile , ma perché vedo poco Berlusconi — che peraltro ha smentito — gettare via decenni di politica per il Paese solo per minacce alle sue finanze.
E tutta questa macchina infernale, questa idra dalle sette teste — magistratura di sinistra, media, sindacati, Unione Europea, gl’intellettuali, i propri alleati che hanno tradito —, ha avuto come unico scopo la caduta del “despota”.
Come i fatti rivelano sempre più chiaramente, non è stata l’emergenza a far cadere il Berlusconi IV, ma questa tensione andata sopra le righe e trasformatasi non tanto in paralisi dell’esecutivo, quanto al massimo in affanno.
Questa difficoltà, confrontata con una situazione esterna generale diventata difficile e con le pressioni delle istanze europee, hanno indotto i veri centri del potere in Italia, quello dove il Risorgimento e il Secondo Risorgimento, la Resistenza, sono ancora il mito fondante e irrevocabile a intervenire. Non appena il 309° deputato si è sfilato chissà per quali grandi motivi ideali… , è scattato il piano, probabilmente predisposto da tempo per normalizzare il Paese. Che vuol dire, nell’ipotesi più generosa, solo rimettere ordine nella competizione politica ma invece, nella peggiore, eliminare l’anomalia berlusconiana distruggendone non solo il potere ma anche la leadership  e puntando su altre forme partitiche. Non solo: ma anche modificare, di fatto o di diritto, la Costituzione e non come il tempo che è passato e la storia che ha giudicato richiederebbero, ma nel senso di conservare il coagulo ideologico-progressista delle origini e inaugurare forme di presidenzialismo che consentano di tutelarlo dal successo di forze politiche veramente innovatrici.
Già ora, con il governo “tecnico” sui costi del riavvio della vita politica con uomini nuovi e sulla efficacia, almeno iniziale, di costoro gravano forti dubbi sostenuto dalle tre aree partitiche di centro, siamo di fronte a un governo del Presidente, di unità nazionale ma senza emergenza reale —, che imbarca forze politiche non elette dai cittadini, e che sempre più dipende dai voleri del Quirinale, il quale, di suo, ha accentuato ulteriormente il già sconcertante protagonismo che trova il suo rovescio in un presidente Giovanni Leone, cattolico, che firma la legge 194 che legalizza l'aborto procurato come atto dovuto, non solo pilotando i partiti ma facendosi, pur sempre fra le righe, propulsore di soluzioni legislative di parte.
Per questo le elezioni si faranno il più tardi possibile. Anche se Berlusconi non ci fosse, come escludere a priori un nuovo successo del centrodestra, di cui forse le lacrime e il sangue della manovra economica dei tecnici sarà un incentivo — “Berlusconi ha tolto l’IVA, gli amici di Monti l’hanno rimessa” —? Per questo prima di rifarle i centri del potere istituzionale permanente vorranno assicurarsi, nella misura del possibile, che la sinistra — che nei valori del CLN si identifica — non torni all’opposizione e riapra la disastrosa offensiva multilaterale, quel circo Barnum cui oggi è stata imposta la sordina.
Ma il cuore del problema è proprio lì: non è lecito arroccarsi, santificare perennemente le scelte di settant’anni fa, cristallizzare una situazione. Oggi i “valori” desunti dalle ideologie, compresa quella democristiana, sono un relitto, la storia ne ha mostrato gli aspetti peggiori: bisogna cambiare rotta, bisogna ricuperare quello che di buono vi era in radice — le domande, non le risposte — e rimetterlo all’orizzonte del Paese in forme che non demonizzino l’avversario e non si traducano in un handicap sfavorevole per il governo del Paese. Bisogna per questo magari con l’aiuto, non per decisione, di quei poteri supremi evocati più sopra, una volta cambiatone il titolare — davvero che le forze che sono state all’opposizione durante l’ultimo governo Berlusconi cambino profondamente, si liberino dalle scorie del passato, si riposizionino come sinistra non ideologica, che mantengano gli stessi paradigmi egualitari ma li declinino in un mondo oramai molto diverso rispetto a quello dell’antifascismo o dell’inizio della Guerra Fredda.
Altrimenti, se si troveranno ancora all’opposizione e il centro destra non avrà imparato la lezione del 2008-2011 — ma francamente non vedo come possa riconquistare l’idra dalle sette teste —, finirà come nel 2011; se governerà, il suo anacronismo costituirà un grave freno per lo sviluppo del Paese.
 Forse è una chimera e certo un’opera ciclopica, ma sinceramente non vedo altre vie di uscita.

martedì 22 novembre 2011

Un altro 8 settembre?
 
È singolare osservare come nella storia tutto torni, talvolta riproponendosi in forme talmente simili da suscitare se non ci fosse da piangere il riso ironico.

Quasi settant’anni fa, nel luglio del 1943, il Re, con un mini colpo di Stato, licenziava e faceva arrestare il cavalier Mussolini, imputandogli la sconfitta nella guerra contro la coalizione planetaria che si era raggrumata contro l’Asse. Mussolini aveva fatto il suo dovere di difendere la monarchia dal social comunismo, ma aveva fatto due  errori: la Conciliazione e, non fare la guerra, ma perdere la guerra, come ormai appariva sicuro a metà del 1943 dopo le svolta di Stalingrado, di El Alamein e l’invasione dell’Italia. Mussolini era diventato impresentabile, lui dittatore e guerrafondaio, davanti ai prossimi padroni del mondo. L’idea del re fu di sostituirlo con un tecnico, un generale, Pietro Badoglio, noto nel Paese per essere stato uno dei protagonisti della fase finale della Prima Guerra Mondiale e per il suo ruolo in Africa.

Dopo aver creato un governo di tecnici e aver comunicato al Paese che la guerra continuava, il re e Badoglio il 3 settembre mandano a Cassibile, in Sicilia, presso il quartier generale dell’armata angloamericana che sta invadendo la Sicilia, il plenipotenziario generale Giuseppe Castellano a trattare in borghese l’armistizio senza condizioni. La resa verrà divulgata l’8 settembre successivo e qualunque cittadino italiano che abbia memoria di quell’evento sa che cosa successe dopo: un crollo, una tragedia enorme, un intrico senza pari di viltà e di dimissione.

2011: il cavalier Silvio Berlusconi, il cui governo eletto dal popolo tre anni prima si mostra imballato e indebolito, ma è del tutto legittimo e tutt’altro che sconfitto anche in parlamento, viene mandato a casa con garbo dal Presidente della Repubblica on. Giorgio Napolitano, che immediatamente e, mi si passi il bisticcio, ancor prima mediaticamente —, anch’egli con un mini golpe, investe della formazione di un governo tecnico il professor neo-senatore Mario Monti, economista ed ex commissario europeo. Tripudio delle opposizioni, che finalmente possono lasciare la trincea rabbiosa in cui le ha cacciato il voto popolare e riprendere il centro della scena. Un perfetto 25 luglio. Anche qui una guerra persa, una guerra asimmetrica di conquista che ci hanno scatenato contro francesi e tedeschi e forse inglesi, e che si è combattuta in maniera inaudita con il concorso dell’aggredito stesso in forma “calda” in Libia, ovvero nel nostro retroterra energetico, su cui Berlusconi anche a costo di figure barbine con Gheddafi aveva investito tanto, e in forma “fredda” sul piano della finanza, a colpi di spread pilotati e di indici di Borsa in picchiata. Debolezze finanziarie reali, ma amplificate fino al parossismo dai media di sinistra ovvero la gran parte dei media nazionali ed esteri , che oggi davanti al proseguimento dei medesimi trend negativi tacciono ossequiosi e speranzosi.

Oggi Mario Monti va a incontrare il marito di Carla Bruni e la Kanzlerin, ovvero coloro che ci hanno messo in ginocchio.

Sarà un altro 8 settembre?

Simbolicamente pare davvero riproporsi quell’infausta data. Ma certo non vi sarà un crollo dello Stato come allora, anzi vi sarà un rafforzamento della sua struttura. Come allora, tuttavia, è certo che vi sarà la conferma del crollo della nostra immagine di Stato sovrano. Oggi all’Italia s’impone la politica estera persino di fare una guerra che non vuole e che si ritorce contro i suoi interessi; si commissiona il governo; si detta addirittura, come ha fatto il ridicolo ometto Van Rompuy per governare l’Europa hanno scelto proprio un politico belga, quando in Belgio la politica è vacante da 528 giorni! —, per di più ospite fra noi, il compito da svolgere a casa.

Che cosa resta dell’Italia, per ironica coincidenza, a 150 anni dalla sua formazione? Possibile che nessuno si accorga che l’attuale grave congiuntura si propone proprio nell’anno destinato a celebrare la nostra unione e il nostro assurgere al rango di potenza?

Dopo averci ubriacato — non dico nel centocinquantenario, ma in un secolo e mezzo di malaeducación patriottarda — di lotta allo straniero — che poi era ciò che restava dell’Impero, contro cui Cavour chiamò a combattere la Francia di Napoleone III e l’Inghilterra! —, di libertà, di democrazia, di resistenza ora si accetta supinamente che torni a fare il bello e il cattivo tempo da noi un’entità sovranazionale assai meno longanime e legittima dell’Austria; che la nostra libertà di sceglierci chi ci governa sia sospesa; che la nostra prosperità di nazione ancora ai vertici mondiali dell’economia venga avvilita.

Ricordiamo, per finire, che dopo il governo tecnico di Badoglio e l’8 settembre al Sud si formerà un governo, anch’esso non eletto, in cui, nel 1944, torneranno, ancora senza elezioni, tutte le forze politiche: liberali, comunisti, socialisti, azionisti, democristiani, di cui che il Paese aveva fatto a meno per vent’anni. Questo governo, dove siede con rango di vice-presidente, ministro, il commissario politico dell’Internazionale Palmiro Togliatti, sarà l’embrione dei governi demo-comunisti che dureranno fino al 1948 quando la guerra fredda e il plebiscito anticomunista del 18 aprile interromperanno il governo consociativo e la costruzione dell’Italia rossa.

Auguriamoci che ciò non accada, che anche oggi i “tecnici” — ma poi sono tutti tecnici veri o solo l’appendice “tecnica” di obbedienze partitiche di centrosinistra? — non siano usati come scusa per abbattere l’esecrato “dittatore” e per reinsediare al governo, quanto meno spianando loro la  strada, il vecchio regime partitico del CLN.

Archivio blog